Relazione tenuta nel corso del Seminario nazionale Progetto Musica, organizzato dal Ministero Pubblica Istruzione - Ispettorato all’Istruzione Artistica, dal titolo "La musica nella Scuola: I progetti laboratoriali" Castiglione della Pescaia 12-15 Dicembre 1999. (relazione trascritta dalla registrazione)
Proporrò le mie riflessioni iniziando da ciò che indicano i documenti ministeriali in merito alla figura del coordinatore del laboratorio. Faccio ovviamente riferimento alla nota ministeriale 25.9.1998 e c.m. 198 del 6.8.1999 dove si parla del coordinatore didattico del laboratorio musicale come di una funzione di sistema.
Nel ‘documento di riflessione’ si mettono in evidenza due aspetti relativi alle competenze del coordinatore: - competenze musicali - competenze didattico-pedagogico-musicali - gestione diretta del laboratorio - assistere e coordinare altri insegnanti - gestire o promuovere l’aggiornamento dei colleghi (con coinvolgimento di altri esperti o gruppi) - supporto alle iniziative didattico-musicali assunte a livello centrale e periferico Nel ‘documento operativo’ si evidenziano: competenze musicali capacità pedagogiche di coordinamento verificate con riferimento a: - titoli di studio e diplomi - sicure e certificate esperienze pregresse personale interno alla scuola personale interno alla scuola
Quindi, i compiti del coordinatore sono indicati da ‘promuovere’, ‘progettare’, ‘coordinare’, a livello di singolo istituto e/o in rete, le attività degli alunni e l’aggiornamento/formazione dei docenti. Se ho ben sintetizzato quando i due documenti dicono, appare chiaro quali sono i compiti del coordinatore nel campo della formazione. ‘Dal punto di vista formativo’ può essere quindi letto sia nel senso di ‘il coordinatore come formatore’, sia nel senso di ‘la formazione del coordinatore’. Vediamo questi due aspetti in dettaglio. Se, come prima accennava il dott. Scala, dovessimo fare una riflessione sul ‘profilo ideale’ si potrebbe dire che il coordinatore ideale è la somma di tutte le vostre buone qualità. E già questa sarebbe una pista interessante di lavoro, che si basa su quello che ‘di fatto’ esiste e si evidenza nella professionalità di ciascuno. Avremo modo di approfondire questo aspetto nel lavoro di gruppo. In prospettiva, io credo che si possa individuare un profilo ‘di minima’, quali sono cioè le cose essenziali, senza le quali non si può pensare al coordinatore come formatore; e un profilo ‘di massima’, quali sono le cose che si possono mettere in atto a livello locale, regionale e nazionale per alzare sempre più la qualità formativa del coordinatore. Facendo queste riflessioni mi riferisco, ovviamente, alla mia esperienza e al mio vissuto: io non ho compiti di coordinamento all’interno di un laboratorio; di mestiere faccio il docente di Pedagogia musicale al Conservatorio di La Spezia, e mi occupo di formazione degli insegnanti; ho riflettuto anche sulla mia esperienza formativa e sono arrivato a pensare che se dovessi immaginare una buona identità di colui o colei che ha compiti formativi, la vedrei caratterizzata da sei atteggiamenti che ritengo particolarmente significativi: - atteggiamento innovativo: cioè colui o colei che attiva il cambiamento e che motiva tale cambiamento; - dialogante: cioè una grande disponibilità all’ascolto, ad attivare e condurre il dialogo; - fluido: atteggiamento che si adatta al contesto. Anche ciò che è emerso dalla discussione dei gruppi di lavoro di ieri è la capacità di adattarsi al contenitore, pur mantenendo la propria identità, le proprie caratteristiche; - flessibile: accettazione di qualche compromesso, inevitabile nel momento in cui devo confrontarmi con altre professionalità, altre identità; - reticolare: capacità di collegarsi, di costruire delle reti (a volte preferisco l’immagine della ragnatela, meno ‘regolare’ della rete, più capace di individuare i migliori punti di aggancio col contesto); - formativo: tendenzialmente il formatore è colui o colei che a un certo punto deve saper sparire, che mette in grado gli altri di autoformarsi, di fare a meno del formatore, di proseguire con le proprie gambe sulla propria strada.
Vorrei ora tentare di esplicitare il ‘… dal punto di vista formativo’, partendo da una considerazione di carattere generale. A me piace pensare che il futuro delle nostre scuole sia un futuro giocato sui ‘saperi artistici’. Io credo che una scommessa nel dibattito sui saperi sia quella di provare a immaginare le nostre scuole come scuole centrate sui saperi artistici, che sviluppano più di altri saperi la connessione tra il fare e il pensare, funzionale alla produzione di qualcosa che sappia connettere corpo e mente (con tutti i rimandi alla sensorialità, ai vissuti, ai desideri, alle emozioni), terra e cielo (rivalorizzazione delle cose dentro le quali noi viviamo: i ‘quattro elementi’ della natura), e dove si rimette in gioco continuamente il rapporto tra il quotidiano e il futuro (l’espressione artistica è potenzialmente testimonianza, emblema, anticipazione del futuro). Immaginiamo quindi delle scuole dove non si studiano ‘materie’, ma dove si producono saperi artistici, dove si fa musica, si fa cinema, teatro, letteratura e così via. In questa prospettiva si rimettono in gioco alcuni nodi epistemologici delle discipline scolastiche, delle metodologie e delle didattiche. Con questa visione, pensando al profilo del coordinatore dal punto di vista formativo, ho immaginato che un coordinatore, una coordinatrice, dovrebbe lavorare su quattro cose, cioè dovrebbe essere colui e colei che sa dare forma:
alle relazioni, quindi il saper essere, il saper gestire tutto ciò che riguarda la comunicazione tra le persone, per quello che sono innanzitutto come persone, più che per quello che svolgono come funzione o ruolo; il rapporto tra le persone in cui la musica è mezzo di relazione. Saper essere, che vuol dire anche dare testimonianza di come la musica arricchisce la propria vita: il coordinatore come colui che fa capire l’importanza delle cose attraverso la propria esistenza (potremmo parlare quindi di ‘credibilità’). Questo significa porre l’accento sulle identità, e sulle identità musicali, perché penso che un progetto di formazione che tiene conto della relazione dovrebbe far sì che ciascuno diventi se stesso (ieri è emerso il discorso degli standards: io credo che nel nostro caso lo standard è individualizzato, il meglio che ciascuno può diventare, può essere). ai contesti, cioè riuscire a costruire una reticolarità di esperienze che crei connessioni (nella logica dei disegni di Escher, dove è importante il passaggio da uno stato a un altro); pensare al dare forma ai contesti come a qualcosa che permette i travasi, i territori di confine, le metamorfosi, i meticciamenti. In questo senso ribalterei una frase del ministro Berlinguer: nell’intervista rilasciata al Giornale della Musica di giugno lui diceva in sostanza che dobbiamo dare dignità scolastica alla musica; io vorrei invece dare dignità musicale alla scuola, descolarizzare un po’ la musica e musicalizzare di più la scuola, perché il contesto scolastico rischia di portare le cose più sul piano della ‘didattica’ che non quello della produzione artistica. ai saperi, e quindi al sapere estetico. Qui entrano in gioco, secondo me, tutta una serie di problemi complessi che riguardano le epistemologie di cui siamo portatori, i paradigmi ai quali facciamo riferimento. Un progetto di formazione non può prescindere dal dichiarare i propri campi, i propri punti di partenza dal punto di vista epistemologico e paradigmatico (musica e società, interculturalità, ecc.). Nel campo dei saperi metto in gioco tutto il discorso della pedagogia e della didattica della musica, perché credo che sia un settore che, in base alla mia esperienza, è ancora ai primi passi; una riflessione approfondita nel campo della pedagogia della musica mi sembra ancora agli inizi, pensando alla pedagogia come a un teoria critica nel campo della formazione musicale, cioè di qualcosa che non solo cerchi di capire cosa sta succedendo nella nostra realtà dal punto di vista del rapporto tra soggetto e realtà musicale (il rapporto donna/uomo-musica) nei diversi contesti sociali, e come questa riflessione di carattere pedagogico mi porti ad elaborare progetti di formazione. Da questo punto di vista, a mio parere, c’è ancora parecchio lavoro da fare per creare delle reti per lo scambio di informazione e di documentazione sul lavoro di ricerca in campo pedagogico-musicale. Per cui, dal punto di vista del coordinatore io credo che la capacità di dare forma a questi nuovi saperi sia una capacità importante da sviluppare. alla professionalità, che vuol dire innanzitutto dare forma alla propria professionalità, cioè giocare molto sull’autoformazione, sulla costruzione dei propri percorsi formativi, facendo anche riferimento a modelli esistenti (se ne esistono): a chi ci riferiamo quando noi pensiamo al coordinatore o alla coordinatrice ‘ideale’, qual è il nostro modello? E’ un nostro modello interiore^ C’è qualche collega che per noi, almeno per qualche aspetto rappresenta un modello? Questo, ad es., sarebbe un lavoro interessante da fare, anche in forme laboratoriali: momenti di formazione di gruppo in cui si cerca di modellizzare la figura ideale. E di modelli ne possiamo parlare anche con riferimento al laboratorio in quanto tale: ‘la scuola-azienda’ è un modello che porterà con sé determinate scelte operative; la scuola come ‘laboratorio artistico’ svilupperà altre pratiche e altri paradigmi. I vari modelli porteranno a condizionare i vari progetti di formazione e di autoformazione. I percorsi di formazione daranno forma ai metodi: ad es., le tecniche delle autobiografie possono favorire una buona formazione del coordinatore? Le tecniche di gestione dei gruppi, secondo le varie scuole, potrebbero essere considerate indispensabili per essere ‘buon’ coordinatore? ecc. e su queste ciascuno dovrà misurarsi e impratichirsi. alla ricerca: il coordinatore dovrà essere ricercatore. Dare forma alla ricerca, alle proprie capacità di ricerca, e trovare il modo di utilizzare la ricerca come risorsa formativa, sia a livello locale, con i colleghi con cui si opera tutti i giorni, ma anche a livello più ampio, come ad es. nell’ambito di centri territoriali provinciali o regionali. Formarsi e formare alla ricerca è comunque una linea essenziale del profilo e delle capacità del coordinatore. Sono stato forse troppo schematico, ma preferisco lasciare più tempo per la discussione. Grazie per l’attenzione.
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