Relazione tenuta in occasione del Convegno Nazionale della SIEM Quale musica per quale scuola: il punto della situazione nella secondaria di 1° grado Rimini, 23-24 aprile 2005
Esordio
Buongiorno a tutti. Ho pensato di parlarvi oggi di una serie di lettere, dieci per la precisione, che nell’ultimo periodo ho ricevuto da un’amico, Stefano, provenienti dalla Kirghisia (1). Vorrei innanzitutto raccontarvi alcune cose su questo strano paese, citandovi poche righe prese qua e là dalle lettere di cui parlo e che mi hanno, non vi nascondo, a dir poco incuriosito.
Caro Enrico sono sbarcato sull’isola la mattina presto, insieme a un centinaio di altri passeggeri. Come ben sai non ho scelto né il viaggio né la meta, le vicende della vita mi hanno d’altra parte spinto a lasciare la mia terra e i miei amori per spingermi fin qua. Sono felice di poterti dire che sto scoprendo ciò che fino ad oggi avevo saputo soltanto leggendo.
“In Kirghisia nessuno lavora più di tre ore al giorno e il resto del tempo è interamente dedicato alla vita. Quando un qualsiasi cittadino compie i 18 anni gli viene regalata una casa. E se qualcuno desidera fare l’amore, mette un piccolo fiore azzurro sul petto in modo che tutti lo sappiano. [...]
I governanti esercitano il loro mandato sotto forma di volontariato, mantenendo lo stipendio che percepivano nella precedente attività lavorativa.
[...]Oggi ho chiesto di visitare le scuole. Pensavo di entrare, come da noi, in grandi edifici, suddivisi in aule, invece mi hanno portato in una decina di parchi, colmi di bambini e di giovani intenti a giocare. Ogni parco viene denominato ‘La valle della vita’. La valle della vita numero uno, due ecc...[...] Tutt’intorno al perimetro del parco una serie di costruzioni a un piano, ognuna adibita a un diverso settore del sapere, Casa della filosofia, Casa della geografia, Casa del corpo umano, Casa degli animali, Casa della letteratura, Casa della musica, Casa dei sogni. [...] In questa scuola i ragazzi non studiano, imparano. [...] per saper vedere quel velo di mistero che copre ogni cosa. Ovvero saper guardare gli oggetti e le persone che ci circondano ogni giorno, come se li vedessimo per la prima volta”.(2)
Anima mundi
Come ho già detto sono stato a dir poco incuriosito dalle lettere di Stefano, così a mia volta gli ho scritto chiedendogli di essere più magnanimo di informazioni sul sistema educativo della Kirghisia, con particolare attenzione e dovizia di particolari riguardo alla Casa dell’arte e della musica. Proprio ieri mi è arrivata la sua undicesima lettera che, se avrete la pazienza di ascoltarmi, vorrei leggervi interamente.
Carissimo
sono stato molto contento di ricevere il tuo messaggio e volentieri ti rispondo, cercando di farti partecipe di quanto fino ad ora sono riuscito a capire del sistema educativo di qui, in particolar modo riguardo alla musica.
Mi pare ormai di poter dire con certezza che a Kirghisia tutti siano molto interessati ad inventare forme, e a questa pratica ci si incomincia ad allenare fin da piccoli, in modo particolare all’interno di quelli che vengono chiamati laboratori poetici. Questi più che degli spazi sono delle esperienze, che non sono però appannaggio soltanto della Casa dell’arte, o della musica, o della letteratura; al contrario caratterizzano tutte le case, anzi potrei dire che sono simili a dei ponti che uniscono una casa all’altra.
Inventare forme, come puoi ben capire, significa immaginare mondi, invece che restare ancorati semplicemente ad un pensiero pratico. I laboratori poetici conducono i partecipanti dentro a mondi possibili, che guardano a quello della realtà attraverso la lente dell’immaginazione, lo spostano, lo trasfigurano, lo provocano. Lo sapeva anche Marquez: “La poesia è identificare cosa c’è di straordinario nella vita ordinaria”. N.B.: sull’isola questa frase campeggia su un grande cartello all’entrata di ogni parco.
Quest’abitudine a cambiare mondo è ciò che avvicina del resto l’arte al gioco, non sei d’accordo?
Proprio ieri parlavo con una delle animatrici della casa della musica: non ti spaventare, ti dirò fra poco del senso che si dà in Kirghisia alla parola animazione, che ha poco a che vedere con le connotazioni che purtroppo hanno assalito questa parola da noi. Anna, si chiama, un nome che come sai mi è caro. Dunque Anna mi diceva che secondo loro l’imparare dovrebbe avere a che fare con contenuti vissuti piuttosto che con saperi confezionati. “La cultura è passione”, diceva, e dunque deve coinvolgere ragazzi e ragazze ma anche gli adulti che aiutano i ragazzi ad imparare. I vostri insegnanti, continuava, spesso sono anime perse, nel senso che svolgono il loro lavoro senz’anima, senza desiderio, insegnano s-passionatamente nozioni estratte dalla storia della cultura.(3)
Mi veniva da pensare che anche da noi – cioè da voi, insomma non so più come dire, ormai comincio a sentirmi un Kirghiso - comunque, sai bene che molti hanno scritto e detto molte cose sul divario, sulla distanza tra l’esperienza della musica che si realizza in età adolescenziale e l’offerta formativa, sull’esigenza di confrontarsi in prima istanza con la musica come esperienza quotidiana, non deligittimandola, non entrando in conflitto, caso mai problematizzandola. Ma qui ho capito che accanto a questa attenzione alla quotidianità e ai suoi paesaggi andrebbe accostata, in totale continuità, la ricerca della meraviglia. Anna mi ha fatto leggere a questo proposito uno dei loro obiettivi (loro non li chiamano così, ma scintille, perché indicano uno stato di partenza più che una meta, senza la quale però è impossibile accendere qualsiasi fiamma):
“Accogliere e coltivare la meraviglia di cui siamo capaci, [...]aprirsi al mondo, accogliendo, di ciò che ci offre e ci mostra, non solo ciò che capiamo e troviamo rassicurante e somigliante a noi, ma lasciandoci sedurre dal rischio del nuovo, dello strano, del meraviglioso”.(4)
Beh, non so cosa ne pensi tu, ma io la trovo proprio una bella scintilla!
Insomma, caro Enrico, qui hanno finalmente capito una cosa che molti anche da noi hanno predicato per anni, pensa a Gianni Rodari, a Mario Lodi e a quant’altri; che non ci può essere apprendimento senza desiderio, che non esiste volontà senza interesse, e che quest’ultimo nasce da un legame emotivo. Non è solo la razionalità a costruire conoscenza, anzi occorre che l’ambito razionale e quello emotivo siano continuamente in contatto, che si influenzino reciprocamente.
Mi vien da pensare alla mia decisione di venire qui in Kirghisia: ci sono momenti della nostra vita in cui dobbiamo prendere decisioni importanti, che ci spingono fuori di noi, che ci spingono lontano dai paesaggi che siamo abituati ad abitare, e spesso in questi momenti la decisione di partire la prendi non grazie a un ragionamento freddo e distaccato, capace di razionalizzare i pro e i contro, ma grazie a un sentimento, a un’emozione, a un desiderio. E allora decidi di ascoltare le ragioni del cuore. Qui sto imparando che è importante imparare ad ascoltare le ragioni del cuore. Sì le ragioni del cuore, questa è un’altra gran bella scintilla: “Il cuore ha ragioni che la ragione non conosce”, diceva Pascal.
Voglio parlarti di un’altra parola che qui in Kirghisia mi pare abbia una notevole presenza: estetica. Qui questa parola viene usata per indicare un’esperienza che mira ad allenare la nostra sensibilità: più siamo sensibili e più sapremo emozionarci e meravigliarci. Mi piace tanto questa idea: allora anche il rapporto con l’arte e con tutti i saperi è liberato dall’ossessione delle spiegazioni astratte; tuttavia queste riprendono vita concreta durante i viaggi in cui si inseguono sensi e significati, partecipando attivamente alla loro costruzione. L’estetica, come la bellezza, non è la qualità di un oggetto ma di un’esperienza. E allora non ci chiederemo soltanto “che cosa e dove e chi sono le cose, e in quale modo, esattamente, sono quelle che sono”, ma anche “ perché, come mai e a che scopo”.(5)
Caro Enrico, mi accorgo che qui sta la ragione profonda per cui ho deciso di fermarmi in questo paese: da noi si è persa la capacità di stupirsi, di meravigliarsi, di inseguire emozioni, a favore di un senso sempre più avvolgente di a-pathia, nel senso letterale di assenza di pathos. Da noi diventare grandi significa liberarsi da passioni ed emozioni, lasciando posto alle preoccupazioni dell’utile, dell’efficace. Questo anche nei mondi dell’educazione. Qui in Kirghisia sto reimparando a trattenere il fiato, ad osservare l’anima del mondo, ad ascoltare il pensiero del cuore.
Ecco chi sono qui gli animatori: sono indigeni e stranieri, personaggi che sono particolarmente allenati a individuare la luce improvvisa che accende una cosa, un oggetto, un paesaggio, una musica, capaci di inventare con poco scintille dell’anima, inseguendo la sensuosità delle cose, la loro disponibilità a trasformarsi in oggetti dell’immaginazione. “L’atto fanciullesco di immaginare il mondo, anima il mondo e lo restituisce all’anima”.(6)
Forse ho divagato un po’ ma senza tutto questo ti sarebbe stato impossibile capire quello che sono i laboratori poetici: “L’addestramento dell’occhio e dell’orecchio, del naso e della mano a percepire davvero, a fare gesti giusti, a compiere i giusti atti riflessi, come i bravi artigiani. Il lavoro invisibile del fare anima troverà le sue analogie nella visibilità delle cose ben fatte. Il compito cognitivo non sarà più [o perlomeno non solo] la comprensione dei significati, ma la sensibilizzazione ai particolari”.(7)
Un’ultima cosa, di non poco conto: qui a Kirghisia l’attenzione ai particolari, l’abitudine a respirare i sogni, ha avuto l’effetto di un generale rallentamento del vivere. Più si va veloci e meno si possono notare le cose. Qui si vive in un mondo di eventi particolari, “che si fanno notare per la loro ciascunità”.(8) Solo queste sono le cose che si possono amare.
Finale
Caro Enrico ti lascio ma non vedo l’ora di poterti abbracciare, qui, sull’isola di Kirghisia. A presto.
Oggi è un giorno di ripensamenti, inseguo il pensiero del mio cuore e parto.
“Verso sera raggiungiamo la piazza principale. Di fronte al grande schermo ci sono numerose persone in attesa. Al giunger del crepuscolo lo schermo si illumina e vi si legge il titolo Memorie del sorriso. Poi in primo piano, uno dopo l’altro appaiono i volti degli abitanti. Ognuno resta sullo schermo il tempo necessario per un sorriso e sotto il volto appare il suo nome. [...] La gente viene qui, ogni sera per vedere il proprio viso sorridente, gigantesco e i volti di tutti coloro che abitano nel villaggio. - Quando appare il tuo viso? - Alle dieci precise.
[...] Nel villaggio abitano tremila persone e dato che l’immagine di ogni volto è di cinque secondi, il film di tutta la popolazione dura circa quattro ore. - Ogni quanto tempo proiettate il film dei sorrisi? - Tutte le sere e per sempre”.(9)
Post scriptum
“...basta saper immaginare un’isola, perché quest’isola incominci realmente ad esistere”.(10)
E’ per questo che ho pensato di leggervi questa lettera: per quanto mi riguarda credo che sia questo il nostro compito, compito di tutti i “laboratori”, piccoli e grandi, che ancora trovano la forza di esistere, o di resistere, in questo paese, dentro e fuori questa scuola, simili a tante zattere che nonostante le mareggiate continuano a navigare, inventandosi isole, arcipelaghi e, chissà, forse posti come quello raccontato da Stefano. In caso foste interessati a leggere in versione integrale le prime dieci “Lettere dalla Kirghisia”, il libro è questo, di Stefano Agosti. Inoltre, sul comodino in questi giorni avevo “Paesaggi dell’anima”, di Umberto Galimberti; “L’arte come educazione sentimentale”, di Marco Dallari e “L’anima del mondo e il pensiero del cuore” di James Hillman.
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Note
1. Stefano Agosti, Lettere dalla Kirghisia, Edizioni l’Immagine. www.silvanoagosti.com 2. Ibidem. 3. Umberto Galimberti, “Educazione dell’anima”, in I Paesaggi dell’anima, Mondadori, Milano 1996, p. 139. 4. Marco Dallari, L’arte come educazione sentimentale, ART’E’, Bologna, p. 71. 5. James Hillman, L’anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi, Milano, 2002, p. 142. 6. Ibidem, p. 130. 7. Ibidem, p.141. 8. Ibidem, p. 149. 9. Silvano Agosti, op. cit., p. 198-109. 10. Ibidem.
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