Colore della pelle - Colore della musica

Postludio del 9/3/2009
L’incontro con la diversità non sembra essersi risolto, se non addirittura ancor più intrigatosi fra le maglie di una catena di decreti e di leggi sul concetto di extracomunitario (che vorrà mai dire poi questo termine in un mondo ormai così meticcio!?). Questi decreti e leggi si presentano più come azioni mirate a sviluppare paura e acrimonia verso l’altro piuttosto che come atti mirati a creare contesti e condizioni per un vivere quotidiano più ricco e induttore di una vera e più presente condotta umanitaria generalizzata.
La musica, ancora oggi, può offrire un suo contributo, specialmente in rapporto al fatto che il canto e il suono sono per loro natura fisica soggetti migranti. Ma pur essendo da sempre eventi migratori i canti e le musiche del mondo non hanno l’obbligo, come i loro esecutori, di entrare nelle nostre nazioni con la carta di soggiorno.
La musica non ha il passaporto! Eppure è una vera e propria pelle che porta il colore e la cultura di persone che oggi, ancora oggi, vediamo come intrusi o nemici o chissà cos’altro.
La musica, come pelle sonora degli altri, la facciamo entrare nelle orecchie senza timore alcuno. Ma se per un attimo provassimo a pensare di trovarci per strada, davanti a quella danzatrice marocchina, a quel violinista rom, o a quel flautista albanese o percussionista senegalese?
Quanto saremmo disposti a fare entrare il suono della loro voce nelle nostre orecchie?

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