Musica e teatro a scuola

Intervista a Enzo Vecchiarelli

Nel marzo 1990 Enzo Vecchiarelli decise di allestire al teatro Rossini di Pesaro “L’operetta delle filastrocche”, una commedia musicale tratta dal più ampio lavoro che Virgilio Savona compose per il Maggio Musicale Fiorentino su richiesta di Luciano Berio nel 1983. Da quell’esperienza è nato il Gruppo Musicaparole che, negli anni successivi, si è dedicato agli spettacoli di teatro musicale, collaborando anche con le scuole di ogni ordine e grado. Ringraziamo Enzo Vecchiarelli per aver accettato di rispondere ad alcune domande relative in particolare alla sua esperienza di musicista-insegnante.

Musicheria: Ci puoi dire innanzitutto come è nata la tua passione per il teatro musicale e qual è stata la tua esperienza di collaborazione con importanti personaggi come Virgilio Savona e Dario Fo?

Ezio Vecchiarelli: La mia passione per il teatro in generale è nata quando, bimbetto di sei anni, ho visto il primo televisore entrare in casa mia. Ero incollato a quel portentoso scatolone appena acquistato che aveva il potere trasportarmi in un attimo in altre dimensioni. La TV, nata pochi anni prima, aveva un’unica rete e trasmetteva in prima serata capolavori del teatro: dalle tragedie greche alle farse di Peppino de Filippo. Ero troppo piccolo e ovviamemnte capivo pochissimo di ciò che i protagonisti dicevano, ma rimanevo affascinato e letteralmente incantato dalla voce e dalla gestualità degli attori: il suono di quelle parole era per me musica. Qualche anno dopo iniziai a scoprire i film musicali veri e propri: da Cantando sotto la pioggia a Mary Poppins, e ancor dopo da West Side Story a Jesus Christ Superstar. Mi piacevano anche, sin da ragazzino, le commedie musicali italiane come Rinaldo in campo o Rugantino e mi facevano letteralmente impazzire le parodie, in forma di commedie musicali, che vedevano protagonista il Quartetto Cetra: mi riferisco a Biblioteca di Studio Uno. A questo proposito, quando conobbi Virgilio Savona gli dissi dello spavento che mi aveva procurato, proprio lui, come protagonista de Il dottor Jeckill e mister Hide. Insomma, quel genere di teatro, quella fusione di parole, gesti, musica, danze, scene, costumi, trucchi, quel gran minestrone di arti, mi dava, wagnerianamente direi oggi, la sensazione di un’opera d’arte totale. Tanto che anni dopo, scoperta anche la bellezza del Melodramma, insieme alla chitarra e alla composizione studiai canto lirico diplomandomi al Conservatorio di Pesaro. Frequentavo anche la Facoltà di Lettere all’Università e davo esami di storia della musica e di letteratura teatrale affrontando studi monografici come per esempio le tragedie di Vittorio Alfieri. Mi laureai con Alberto Zedda discutendo una tesi sul melodramma rossiniano. Una volta poi entrato nel mondo dell’etnomusicologia (ero ormai grande), fui abbagliato da capolavori del teatro musicale come La gatta Cenerentola. Ad un certo punto, senza che neppure me ne accorgessi, iniziai a scrivere io Commedie musicali e la cosa coincise con l’inizio della mia carriera di insegnante in scuole comunali e scuole statali. Le attività che affrontavo dentro la scuola e fuori dalla scuola tendevano a interscambiarsi e fondersi tra loro: trasferivo nella scuola ciò che facevo fuori e riportavo fuori ciò che praticavo nella scuola. Iniziai dunque ad allestire spettacoli di teatro musicale nella scuola con i miei alunni e fuori dalla scuola in situazioni non sempre facilissime ovvero con giovani ospiti di comunità terapeutiche educative o anziani delle case di riposo: un Teatro Sociale e di Comunità con una finalità artistica ma anche (e forse soprattutto) con finalità tese al miglioramento delle relazioni tra persone. E arrivò la collaborazione con noti personaggi. A metà anni Ottanta trovai in un negozio di musica a Pesaro il libro Filastrocche da cantare, poesie di Gianni Rodari e musiche di Virgilio Savona. Rodari e Savona: due miei punti di riferimento. Quel libro mi folgorò. Le filastrocche di Rodari erano rivestite di una musica magnifica, intelligente, teatrale. Cominciai ad usare quelle canzoni come materiale didattico facendole eseguire, anche polifonicamente, ai miei allievi di una scuola di musica del Comune di Pesaro. E nel 1989 pensai di andare oltre formando una compagnia per rappresentarle in teatro. Le istituzioni pesaresi mi appoggiarono. Nacque il Gruppo Musicaparole con strumentisti, attori, mimi, scenografo-costumista, coinvolgimento di bambini. Trovai il numero di telefono di Virgilio Savona e lo chiamai. “Maestro, sto allestendo L’Operetta delle filastrocche, un libero adattamento, in forma di commedia musicale, del suo lavoro L’Opera delle filastrocche. Vorrei la sua approvazione e la pregherei di venire a Pesaro con sua moglie Lucia Mannucci quando verrà rappresentata”. Virgilio, strafelice, mi disse che non solo avevo la sua approvazione ma che potevo fare tutto quello che volevo come inventare testi o stravolgere gli arrangiamenti musicali. Mi inviò fotocopie delle sue partiture, ci sentimmo più volte al telefono e mi regalò alcuni libri che aveva pubblicato. Ci concessero il Teatro Rossini di Pesaro, il luogo sacro del “Rossini Opera Festival”. Arrivò la prima rappresentazione. Virgilio e Lucia erano nel Palco centrale di primo ordine insieme alle Autorità. Al termine dello spettacolo Virgilio palesò tutta la sua gioia così come Lucia. La mia emozione era incontenibile e la felicità alle stelle. Virgilio, che da quel momento citò il nostro Gruppo Musicaparole nel suo curriculum, mi propose a caldo di allestire teatralmente il suo radiodramma La Barba del Conte (tratta dalla raccolta di Fiabe italiane di Italo Calvino), cosa che andò in porto l’anno successivo, sempre con Virgilio e Lucia presenti alla prima rappresentazione. A vedere i due spettacoli vennero 5000 persone tra ragazzi delle scuole elementari e medie, insegnanti, genitori e nonni. Furono due esperienze esaltanti. L’entusiasmo e il coinvolgimento del pubblico stupirono Virgilio e Lucia. Quel Gruppo Musicaparole, battezzato da Virgilio Savona, che era nato soltanto per allestire L’Operetta delle filastrocche, esiste ancora: ha inciso otto album, ha fatto centinaia di concerti, spettacoli musicali, conferenze e ha collaborato con altri grandi artisti come per esempio Dario Fo. Ecco, proprio Dario Fo. Il grande giullare e premio Nobel per la Letteratura, fu chiamato a “firmare” il Carnevale di Fano nel 2003 e 2004. Fu un’esperienza fantastica che coinvolse la città intera facendo diventare protagonisti centinaia di cittadini: bande, cori, musicisti, attori, danzatori, acrobati e, in prima fila, i ragazzi e i bambini delle scuole. Io e il Gruppo Musicaparole fummo chiamati per l’esecuzione delle musiche di scena. Almeno così credevo. E invece, altro che mera esecuzione. Dario Fo mi coinvolse e ci coinvolse in una fase creativa straordinaria. Ore e ore (in certi giorni una decina di ore consecutive) passate, gomito a gomito, a scrivere testi di canzoni e sceneggiature teatrali, comporre e inventare melodie, arrangiare, creare insomma un qualcosa di stupendo e nuovo che reinventava il Carnevale con momenti teatrali davvero originali, un qualcosa che interessava, nell’antico rituale della festa, anche i luoghi simbolo della città, riscoprendo la storia della nostra civiltà, i miti, i riti arcaici, e coniugandoli con l’attualità. Franca Rame era sempre presente alle nostre sedute creative, a controllare tutti noi, a vigilare, a sovrintendere. Io mi sentivo felicemente stordito.

M.: La tua esperienza d’insegnante spazia dai corsi di chitarra, alla storia della musica, dalle materie letterarie all’insegnamento di “Musica” nella scuola secondaria, oltre che ad attività formative sul teatro. In che modo riesci a realizzare nella scuola le esperienze di teatro musicale e come partecipano i ragazzi?

EV.: Sì, gli ambiti che hai appena elencato li ho sempre frequentati sia come ricercatore che come insegnante. E devo dire che in ogni mia attività, artistica o didattica, essi sono presenti simultaneamente. Mi chiedi in che modo realizzo le esperienze di teatro musicale a scuola e come partecipano i ragazzi. Non è facile una risposta sintetica ma proverò. Innanzitutto ho sempre fatto coincidere un qualunque allestimento con un corso di teatro vero e proprio. Sappiamo che il teatro è un linguaggio dalla straordinaria forza formativa ed educativa e, come ogni linguaggio, può essere appreso mediante la conoscenza di regole oggettive, grammaticali e sintattiche, affiancate da regole soggettive ovvero gli elementi dell’immaginazione e della creatività. Nel teatro confluiscono i codici fondamentali della comunicazione come la lingua (la scelta del soggetto, la stesura del testo e la sua trasformazione in copione), la vocalità (respirazione, dizione, recitazione, sillabazione, masticazione della parola, colori della voce, declamazione, proiezione della voce, canto), l’espressione corporea (mimica facciale, movimenti scenici e pantomimici, danza), l’immagine (tutto l’aspetto visivo: regia, inquadrature, scenografia, costumi, trucco, attrezzeria). Il teatro diviene perciò un campo assai fertile per studiare una molteplicità di elementi in modo davvero interdisciplinare. Prima di iniziare a costruire uno spettacolo, chiarisco queste cose con i ragazzi rendendoli partecipi e coscienti del fatto che quello che stiamo per intraprendere è un cammino che va dalle regole alla creatività, che è necessario tenere sotto controllo tutte le componenti senza cadere nella trappola del pressappochismo e senza il rischio di avere un prodotto finale all’insegna del “tanto sono ragazzi”: no alla festicciola goliardica dunque e sì al teatro vero e proprio con tutti i suoi ingredienti per una educazione teatrale autentica.

La partecipazione degli alunni a questo processo è tanto più grande quanto più, nel concretizzare le metodologie, si tiene conto della realtà umana che sta per porsi di fronte all’evento teatrale. Concezioni aprioristiche, che non partono dalla concretezza del soggetto, difficilmente possono dare frutti: si deve insomma partire dalla natura del singolo alunno e, scomodando Stanislavskij, dalle proprie memorie emotive, dalle esperienze vissute nella realtà, dai propri desideri e dalle proprie emozioni. La metamorfosi dall’io-personale all’io-attore deve avere come punto di partenza l’accettazione di se stessi: “è nocivo partire da quello che non si è”. Una volta avviatisi per questa via, il primo fine dell’educazione teatrale nella scuola diventerà quello di attivare nel ragazzo tutte le sue possibilità, soprattutto quelle prima impensabili per il ragazzo stesso, di tenere conto delle sue tante facoltà di essere e di esprimersi: prendere coscienza di sé staccandosi da sé per dar vita ad un altro personaggio. Capite queste basi, che sono ad un tempo mezzi e fini, ecco che arrivano le reciproche suggestioni tra contenuti teatrali e processi teatrali e, nel caso di uno spettacolo musicale, tra Musica e Teatro. Il teatro musicale è linguaggio privilegiato di pluricodicità: non esiste attività più pluri e interdisciplinare. Faccio un esempio. Nella commedia musicale Fantasia medievale - che scrissi tempo fa ambientandola nel Medioevo e che con la regia di mia moglie Susanna Pusineri (anche lei insegnante di Musica ed esperta di teatro della scuola) portammo ad un concorso di “Teatro musicale della scuola” a Rovigo, coinvolgendo due classi di terza media della Scuola “Gandiglio” di Fano (PU) - nel corso dell’allestimento si facevano musica solistica e d’insieme (vocale e strumentale), storia medievale, storia della lingua, storia della musica, storia della chiesa, storia del costume, si parlava di collocazione geografica degli eventi narrati, di organologia, di ascolto e autoascolto senza preclusioni di epoca, genere e nazionalità, si affrontavano il controllo psicomotorio, la soggettività, la creatività, tutti gli aspetti tecnici e scenotecnici, e così via. Insomma, se non è pluricodicità questa! Tra l’altro, con quello spettacolo vincemmo il Concorso di Rovigo. Sempre a Rovigo avevo già partecipato al “Concorso Nazionale per la selezione di un testo inedito di Teatro Musicale Ragazzi” indetto da CeDi e Accademia Musica e Teatro. Presentai Un altro Romeo e un’altra Giulietta, rappresentazione tragicomica in 14 quadri. I due protagonisti innamorati sono rispettivamente un ragazzo e una ragazza di terza media inseriti in due diverse classi. Gli alunni e gli insegnanti della classe di Romeo odiano profondamente gli alunni e gli insegnanti della classe di Giulietta. I Capuleti e i Montecchi di Shakespeare si trasferiscono all’interno di una scuola trasformandosi in studenti e docenti. Con quel lavoro vinsi il Primo Premio che consisteva nella Pubblicazione del testo teatrale e nell’allestimento realizzato dalla scuola media “G. Bonifacio” di Rovigo. Rappresentai anche io quel lavoro, a volte con la mia regia e altre volte con quella di mia moglie. Susanna lo portò alla Rassegna Nazionale del Teatro della Scuola di Serra San Quirico (AN). E anche questa volta vincemmo il Primo premio.

In tutti i miei lavori la preparazione dei ragazzi è sempre accurata, meticolosa, solida, attenta ai particolari. I ragazzi partecipano coscienti del fatto che si tratta di un gioco ma un gioco serio, pieno di regole e proprio per questo bello. A volte faccio tutto da solo, altre volte ho dei validi collaboratori e ci dividiamo i compiti: c’è magari chi cura esclusivamente la regia, chi si concentra sull’aspetto vocale, chi sulla preparazione musicale, chi su scene e costumi, e così via. Nella scuola ho davvero realizzato tanti spettacoli e se non sono io, è mia moglie Susanna che li prende in mano. In certe occasioni colleghi di altre scuole mi chiedono i testi e io li cedo volentieri. Cito qualche altro titolo: Drascuola (da Bram Stoker: storia di un preside vampiro) - La creatura del professor Franco Stain (da Mary Shelley: gli strani esperimenti di un professore di scienze) - I maghi dei numeri (dal libro di Hans Magnus Enzensberger: la matematica in teatro) - Vado via con i gatti (dal racconto di Gianni Rodari) - Proviamo a fare teatro - L’agenzia teatrale - Il venditore di canzoni, eccetera.

M.: Quali sono, secondo la tua esperienza, le maggiori difficoltà oggi per l’insegnamento della musica ai preadolescenti della scuola secondaria, e quali suggerimenti daresti a chi si appresta a diventare insegnante di musica?

EV.: Le maggiori difficoltà per l’insegnamento della musica a scuola? Beh, ricordiamoci innanzitutto che gli insegnanti, non solo di musica ovviamente, devono avere uno straordinario spirito di adattamento e di inventiva. Devono necessariamente partire dalla realtà della struttura scolastica in cui operano e dare il massimo con i mezzi (spesso scarsi o poveri) che hanno a disposizione. Ho lavorato in scuole con laboratori di musica attrezzati e insonorizzati e scuole non solo senza aule di musica ma senza neppure la minima intenzione di crearle o la disponibilità ad acquistare un po’ di materiale didattico. Scuole con colleghi attenti e disponibili che hanno appoggiato tutte le iniziative musicali e altre con colleghi insensibili magari infastiditi dal fatto che, mentre svolgono la propria lezione, nell’aula accanto si canta e si suona. Classi con genitori felicissimi di acquistare per i propri figli strumenti musicali (tastiere o chitarre non limitandosi al flautino giocattolo) e classi con genitori che non capivano affatto l’importanza di avere a casa uno strumento musicale. Durante un colloquio con i genitori la mamma di un ragazzo appassionato che si era sentita chiedere dal figlio una chitarra, e che non voleva affrontare quella spesa, mi chiese: “Ma a cosa serve la musica?” Le risposi con il sorriso: “Signora, a niente! Al di là del mangiare e del dormire, tutto il resto non serve a niente!” Ma poi, con pazienza e gentilezza le spiegai e alla fine lei capì e comprò la chitarra al figlio che, tra l’altro, divenne un bravo chitarrista. Non voglio entrare nell’annosa polemica sull’uso del flauto dolce a scuola: nel tempo si sono scomodati per questo musicisti celebrati come Claudio Abbado o Riccardo Muti che hanno definito i flautini dannosi e infausti. Non è mia intenzione demonizzare il flautino perché ho conosciuto colleghi che l’hanno saputo usare con ottimi risultati didattici. Io ho preferito il ricorso a chitarre e soprattutto tastiere e, immancabilmente, al canto. Perché è quello che so fare, perché con questi mezzi ho ottenuto risultati veri. Per me il saper cantare, accompagnandosi con chitarra o tastiera, sviluppa enormemente la musicalità e l’alunno si sente appagato perché quello che viene fuori è un prodotto musicale completo: non è finalizzato soltanto alla verifica in classe ma anche all’esibizione al di fuori della scuola (in famiglia, tra amici) e da qui al desiderio di formare Gruppi musicali il passo è breve. A volte sono stato chiamato per tenere Corsi di aggiornamento per insegnanti di Musica delle scuole medie. Essendo ben conscio del fatto che avevo davanti dei colleghi e quindi della delicatezza della mia posizione, ho sempre trasformato quegli incontri in tavole rotonde, in utili e divertenti momenti di confronto in cui io coordinavo i lavori ma tutti eravamo docenti e discenti al tempo stesso. Prima di concludere, così, tanto per ridere, vorrei citare alcune “perle” di colleghi che forse non hanno afferrato del tutto il senso di una educazione “completa”. Ne ho raccolte centinaia negli anni ma ne riporto quattro o cinque. Per carità, ripeto: nessun vittimismo ma soltanto risate. Una professoressa di Matematica ad un alunno carente nella sua materia ma felice di poter suonare la chitarra: “Ricordati che nella vita la matematica serve, la chitarra no!” Un altro professore di Matematica in sede di Consiglio di Classe: “Questa ragazza andrà anche bene in Musica ma non nella mia materia dove si deve usare la testa!” Un insegnante di tecnologia che durante la sua lezione era infastidito dalla musica che proveniva dall’aula accanto: “La musica non la sopporto, mi dà fastidio”. Un preside che chiede uno spettacolo: “Tra un paio di settimane viene a trovarci il sindaco. Mettete su una banda, un’oretta di musica”. Un insegnante di lettere ad una classe interessata alla musica: “Non perdete tempo a strimpellare le pianole. Pensate di più a studiare l’Italiano che vi servirà nella vita!”. Consigli e suggerimenti ai futuri insegnanti di musica? Oltrepassando il pregiudizio di qualche genitore e di qualche collega, qualunque mezzo voi usiate e qualunque fine vi poniate, spingete i vostri alunni a non considerare la musica soltanto una materia scolastica ma qualcosa di più. Spronateli a far musica per il piacere di farla, non perché c’è la verifica e il voto ma perché è bello farla, soprattutto fuori dalla scuola. Cercate di trasmettere ai ragazzi la passione per la Musica. Fategliela amare. E quando scoprite alunni con talento, parlate con i loro genitori e convinceteli a far studiare musica ai propri figli.

 

 


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