La storia è un bene comune

Osservazioni in merito all’appello promosso da Liliana Segre, Andrea Giardina e Andrea Camilleri. 

Da qualche tempo, nel mondo dell’educazione, si discute dell’appello sulla necessità dello sviluppo dello studio della storia nella scuola promosso da Liliana Segre, Andrea Giardina e Andrea Camilleri. Con il dovuto rispetto non solo delle personalità che lo hanno promosso, ma anche delle loro condivisibili motivazioni, mi sembra che comunque si debbano proporre alcune osservazioni critiche a tale appello.

La senatrice Liliana Segre ha più volte ribadito, per la verità non testualmente in tale appello, ma attraverso varie interviste, la sua idea che nella scuola non si parli della storia del novecento e in particolare degli eventi relativi alla seconda guerra mondiale (l’ultima da me ascoltata è stata su Radio Popolare l’11 maggio scorso). Peraltro, la convinzione che nella scuola la storia del novecento sia ignorata, appare implicita nell’appello. Questa affermazione non è vera, o almeno non lo è completamente. La seconda guerra mondiale e la Shoa in particolare, sono trattate a scuola, semmai ciò che è ignorato è il periodo dello stragismo degli anni sessanta-ottanta, al punto che molti giovani liceali credono che la strage di Piazza Fontana o l’attentato alla Stazione di Bologna siano stati opera delle Brigate Rosse. Nella mia lunga esperienza d’insegnante di scuola media ho constatato che il problema non è che la storia del fascismo e del nazismo, della guerra a cui portarono e delle persecuzioni e stragi a essa legate non si fa, bensì di come la si fa. Il problema è soprattutto metodologico. .

Assistendo a un qualunque esame di scuola media, ci si rende conto che la storia del novecento, e in particolare quella sua parte relativa alla seconda guerra mondiale e alla Shoa, viene insegnata in molti casi (con rispetto di molti ottimi insegnanti) come un grande Risiko, in cui Roosevelt, Churchill, Stalin, Hitler e Mussolini altro non sono che manovratori di armate su uno scacchiere, senza analizzare quali fossero i conflitti politici ed economici e le contraddizioni ideologiche che stavano alla base di quella guerra. La seconda guerra mondiale diventa quindi una sequenza di battaglie e sbarchi da mandare a memoria, mentre sarebbe più importante che i giovani avessero un quadro storico critico e generale di quanto accadde, in cui in seguito collocare i fatti militari. In tale contesto, non è difficile che l’emozione porti il candidato, che ha appiccicato nozionisticamente qualche informazione, a sostenere, in sede d’esame, che Stalin era a capo della Germania o Hitler della Russia (cosa da me personalmente udita). Si tratta, a quel punto, di lapsus dovuti a una didattica mal fatta e la colpa di certi errori clamorosi non è da imputare agli alunni. Sembra che molti insegnanti di storia abbiano dimenticato le parole del barone Von Klausewitz, secondo il quale la guerra è una continuazione della politica e non avrebbe senso senza di essa. Per dirla in altre parole, la storia viene presentata come una sequenza di eventi e personaggi avulsi dalla politica e dalla lotta di classe, che, per qualche ragione di contrasto tra loro, peraltro poco nota, scatenerebbero guerre che provocano milioni di morti.

Rispetto alla storia del novecento, esiste poi un altro problema, vale a dire la vulgata storica diffusa nell’ultimo ventennio, secondo la quale quello passato sarebbe stato il “secolo del totalitarismi”. Questa vulgata assimila tra loro ideologie contrapposte, per la quale nazismo, fascismo e comunismo sarebbero eguali dittature, in una melassa storica in cui si confonde chi fu aggressore e chi aggredito, chi lottò per l’oppressione dei popoli del mondo e chi per la loro liberazione. Se ho scritto “popoli del mondo” è anche per ricordare che quella guerra che si combatté tra il 1939 e il 1945 è definita mondiale perché coinvolse tutto il mondo e non solo l’Europa. Tuttavia, altro problema non secondario, s’ignora spesso quanto accadde in Asia, per esempio quale fu l’aggressività giapponese, e quali i suoi crimini, dato senza del quale è difficile inquadrare alcuni eventi europei (come per esempio il patto Ribbentrop-Molotov). Si sa che purtroppo la storia nella scuola italiana è quasi solo storia europea e ignora il resto del pianeta. In questo atteggiamento eurocentrico, comunque, la storia è in buona compagnia, perché lo stesso si potrebbe dire di tutte le altre materie, arte e musica incluse.

L’appello di Liliana Segre e degli altri firmatari sollecita l’aumento delle ore d’insegnamento della storia nelle scuole. Mi sembra che questa richiesta non possa mutare la situazione esistente. Se la storia s’insegna male (seppure, ripeto, esistano anche ottimi insegnanti) il problema è di qualità e non di quantità. L’orario scolastico dei nostri alunni è già impegnativo e aumentare le ore di storia potrebbe significare sottrarre spazio ad altre discipline. E’ una vecchia querelle a cui gli insegnanti di musica non sono nuovi, poiché tante sono le materie e tanti i linguaggi che debbono essere praticati nella scuola.
La vera soluzione del problema è che alcuni temi fondanti della coscienza civica dei cittadini in formazione, quale la conoscenza di cosa comportarono il nazismo e il fascismo, non possono essere delegati al solo insegnamento di storia, per quante ore gli siano dedicate nell’orario settimanale dei giovani. Si tratta di temi che debbono essere presenti trasversalmente in tutte le materie, poiché nessuna di esse può sottrarsi, se insegnata con coscienza, al ripudio del fascismo, delle persecuzioni razziali, della guerra. Se tutte le materie convergono verso tale obiettivo, il problema di quante ore settimanali di storia siano presenti nell’orario diventa secondario. Un insegnante di lettere che propone Se questo è un uomo oppure Uomini e no contribuisce alla conoscenza storica dei giovani quanto il collega di storia, così come il professore d’arte che discute della persecuzione degli artisti entartete (“degenerati”) durante il nazismo, o quello di scienze che spiega che le razze umane non esistono. Si tratta quindi di comprendere che tutti i docenti, di tutte le discipline, debbono assumere con decisione l’impegno civile democratico all’interno del loro lavoro. Ed evidentemente, anche l’insegnante di musica.

Per quanto riguarda, sul tema, gli insegnanti di musica, non è difficile ricordare la frase di John Sheperd per cui “la musica sta nella storia come la storia sta nella musica”. Questo non significa, nella scuola media, che il professore di musica debba condurre dotte dissertazioni sulla storia della musica, pratica forse un tempo apprezzata da alcuni, ma messa in crisi dall’evoluzione della materia nonché dall’insofferenza dei ragazzi che traevano poco profitto da tale pratica. Significa piuttosto che l’insegnante ha l’opportunità di organizzare eventi e situazioni educativamente significative che guardano a fatti storici importanti dell’umanità e che possono permettere ai ragazzi di maturare coscienza e di compartecipare alla loro crescita civile e morale.
Mi sia consentito un esempio personale. Sin quando sono stato insegnante di musica nelle scuole medie, ho organizzato ogni anno, in occasione del 27 gennaio, giorno della memoria, uno spettacolo teatrale e musicale aperto al quartiere ispirato di volta in volta a diverse vicende che facevano riferimento alla seconda guerra mondiale, all’olocausto, alla persecuzioni dei musicisti della Entartete Musik, al processo di Norimberga. Altrettanto, ho assistito a esposizioni organizzate dai colleghi d’arte incentrate sugli stessi temi. Attività, queste, che non restano alla superficie degli apprendimenti dei ragazzi, poiché non sono soltanto una serie di nozioni trasmesse dall’insegnante, bensì momenti di ricerca storica finalizzati alla realizzazione di esperienze estetiche vissute, di dibattito su grandi fatti storici, di collaborazione civile tra insegnanti e studenti. Meglio, chiaramente, se tali attività sono condotte con il contributo di tutto il consiglio di classe, docente di storia compreso.
L’appello sull’insegnamento della storia chiama tuttavia, seppure indirettamente, anche gli insegnanti di musica a riflettere sul loro ruolo, sui metodi e sui contenuti del loro insegnamento. Infatti, se spesso la musica non è vista, da parte di molti insegnanti di altre materie, come un terreno di dialogo con cui stabilire connessioni e scambi pluri e interdisciplinari, è perché il nostro insegnamento non si è ancora liberato completamente da una serie di vecchie e deleterie scorie accademiste che vengono da molto lontano. Scorie che riguardano le credenze sull’”autonomia della musica”, arte angelicata e in qualche modo appartata dalla società. Tali idee, dure a morire, eredi dell’ “arte per l’arte” e della contemplazione estetica dei capolavori della musica occidentale, relegano la musica a un ruolo avulso dalla storia e dai processi storici e sociali.

Siamo in un momento storico in cui i docenti delle scuole sono chiamati all’impegno contro i risorgenti nazionalismi e alle nuove forme di razzismo, così come alla difesa del pianeta minacciato dal cambiamento climatico e dalle altre sciagure ecologiche collegate. Credo non sia possibile che i docenti di musica possano affrontare questa sfida se continuano a perpetuare un’altra idea perniciosa come la superiorità della musica europea su quella degli altri continenti e, all’interno dell’Europa, della musica cosiddetta “colta” sulle altre. Ciò non è compatibile né con una battaglia antirazzista né con una lotta alle diseguaglianze sociali.
Infine, sul piano del metodo didattico, mi sembra importante ribadire che il percorso non è quello della trasmissione di contenuti ma, come ho già accennato, il coinvolgimento diretto degli allievi nella costruzione di reali esperienze che creino acquisizione di saperi profondi e condivisi che possano in seguito, eventualmente, diventare prodotto fruibile al pubblico.
Sul piano più strettamente metodologico, questo significa attivare progetti cooperativi e inclusivi tra gli alunni, in cui ciascuno possa riconoscersi nella costruzione di un’opera collettiva.
Il merito dell’appello sul’insegnamento della storia sta proprio, forse, non nella richiesta di un maggiore spazio orario per questa materia, ma nel chiamare gli insegnanti di tutte le materie a una riflessione sul loro impegno civile e politico.


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