Tutto (e la musica) può diventare terapia?

Intervista a Loredano Matteo Lorenzetti

Loredano Matteo Lorenzetti ha promosso fin all’inizio degli anni ’70 la musicoterapia e, in genere, l'artiterapia. Ai nostri giorni s’assiste a un proliferare d’impieghi a scopi terapeutici di diversi generi d’attività, disseminati in disparati settori: cantoterapia, flautoterapia, ritmoterapia, movimento-arteterapeutico, terapia coreutica, balloterapia, mimoterapia, drammaterapia, teatroterapia, videoterapia, fototerapia, arteterapia virtuale, cinematerapia, comicoterapia, clownterapia, smile-therapy, burattinotrerapia, giocoterapia, arazzoterapia, disegnoterapia, cromoterapia luminosa, terapia della pittura, sculturaterapia, scritturaterapia, letteraturaterapia… E così per molti altri ambiti. Ritenendo che la questione abbia dei risvolti anche per l'uso della musicoterapia in ambito educativo, abbiamo rivolto alcune domande a Lorenzetti.

Musicheria: Come e quando è nato il suo interesse per le artiterapia?

Loredano Matteo Lorenzetti: L’unione della formazione artistica, iniziata a metà degli anni ’60, a quella scientifica ha prodotto dapprima l’idea, poi la fattività, di coniugare l’arte con la ricerca scientifica in ambito sperimentale e applicativo. Ovviamente non l’arte in sé (opere pittoriche, musicali, scultoree ecc.), ma quell’insieme di stati e processi (emozione, cognizione, affetti, linguaggio simbolico ecc.) che avviano e caratterizzano la fenomenologia dell’arte e che ho chiamato dimensione estetica dell’esperienza, della conoscenza, oltre che della relazione e della vita. Dimensione presente in ogni persona. Rudolf Arnheim – nel testo Per la salvezza dell’arte – afferma che se crediamo che l’arte sia una condizione imprescindibile dell’esistenza umana, sul piano non solo psicologico ma anche biologico, dobbiamo presumere che essa affondi le sue radici nelle profondità del nostro essere. Tale affermazione sta pure a indicare che la dimensione estetica del pensare fare essere è radicata nell’esistenza umana. In seguito si sono create situazioni di studio particolarmente approfondito della psicologia della musica e dell’arte, con occasioni di ricerca e di lavoro che mi hanno permesso di verificare l’impiego pratico di tecniche arti-terapeutiche. Cosa che mi persuase dell’utilità di promuovere l'artiterapia nei contesti della prevenzione, della riabilitazione sociale e clinica e in quello della terapia.

M.: Dopo questo inizio come è proseguita l’attività di diffusione delle artiterapia?

L.M.M.: Il coordinamento della Sezione di Psicologia dell’arte, presso l’Istituto di Psicologia della Facoltà medica dell’Università Statale di Milano – iniziato nel 1973 –, ha prodotto sia ulteriori ricerche, sia l’avvio, non più occasionale ma sistematico, della diffusione della musicoterapia, secondo principi e criteri scientifici. Inoltre il servizio prestato dal 1978 al Centro di Neurologia del Comune di Milano m’ha permesso d’operare con bambini, adolescenti e adulti con disabilità e problematiche gravi e gravissime, nei tre settori fondamentali delle arti-terapia: musicoterapia, danzaterapia, eidoterapia, tramite il controllo degli esiti da parte d’una èquipe multidisciplinare. Ciò ha consentito di strutturare quella che ho chiamato la Teoria estetica dell’esperienza e della conoscenza (TEEC) e il relativo Metodo dinamico transdisciplinare (MDT). Teoria e metodo impiegabili anche in contesti diversi dalle artiterapia.

M.: Il clima culturale di quegli anni non era granché propenso a integrare nei servizi pubblici e privati le arti-terapie, né era presente una formazione adeguata per operatori di tale settore.

L.M.L.: E’ vero. Per citare un solo esempio, nel biennio 1969-71, all’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Ancona fu un problema pressoché insormontabile, nonostante il sostegno convinto e propositivo ricevuto dal Direttore prof. Emilio Mancini, avviare un progetto di musicoterapia. Ma nel 1974 vi furono due incontri molto importanti e decisivi: l’uno con il M° Angelo Paccagnini e l’altro con il gruppo afferente alla Sezione Musica della Pro Civitate Christiana d’Assisi, in particolare nella persona della dott.ssa Nora Cervi. Grazie alla disponibilità d’entrambi, l’anno successivo, nacque l’ipotesi d’attivare un Corso di Studi di Musicoterapia. Allora l’unico in Italia. Occorsero sei anni per mettere a punto il progetto, durante i quali, però, si svolsero seminari, stage, attività di sensibilizzazione alle artiterapia, con promozione anche di Convegni. C’è pure da segnalare che nel 1975, a Bologna, fu fondata l’AISMt (Associazione Italiana di Studi di Musicoterapia). Accadde, in poco più di un lustro, un fermento d’iniziative che produssero maggiore attenzione e interesse soprattutto per la musicoterapia.

M.: Cosa ne fu del progetto del Corso di Studi?

L.M.L.: Nel 1979 si unì al progetto di realizzazione del primo Corso di studi di Musicoterapia anche Mario Piatti. Nel 1981 prese avvio il Corso ad Assisi e con esso furono elaborati e realizzati altri ‘strumenti’ di sensibilizzazione, come, per esempio: annuali Convegni internazionali su argomenti di tale settore e i “Quaderni di Musica Applicata”. Alcuni anni dopo, la “Rivista di Musicoterapia”, edita da Minerva Medica. Quest’insieme d’attività, addizionate a molte altre che ho potuto realizzare su gran parte del territorio nazionale, ebbero l’effetto di promuovere informazione, approfondimenti, cultura in tale area disciplinare. Inoltre, nel 1980, sono riuscito ad aprire il primo laboratorio di musicoterapia, in struttura pubblica, e dal 1984 al 1996 un ciclo di formazione alla musicoterapia attraverso i Servizi sociali della Provincia di Milano, coinvolgendo il personale dei Centri socio-educativi e un’attività d’informazione sugli aspetti scientifici e su quelli inter e transdisciplinari delle artiterapia attraverso periodici incontri di noti esperti (psicologi, sociologi, filosofi, neuropsichiatri, psicoanalisti) con la cittadinanza. Sicché, in generale, si ottenne un livello di notizie, ragguagli, dimestichezza senza dubbio maggiori e incisive in questo campo.

M.: Nonostante l’incremento progressivo e continuo d’iniziative che hanno favorito maggiore conoscenza delle artiterapia, e della musicoterapia in particolare, con un atteggiamento meno ‘scettico’ da parte delle discipline scientifiche, quale, per esempio, l’area medica, si può dire che fino agli anni ’90 si è assistito a un clima generale poco propenso all’inserire le artiterapia nei contesti opportuni. Fino, sorprendentemente, a invertire completamente la tendenza e a raggiungere via via lo stato attuale, dove sembra che quasi qualsiasi attività possa reputarsi adattabile a forme terapeutiche per vari scopi.

L.M.L.: Sì è così. Si è letteralmente passati a una sorta di ‘tuttoterapia’. Come se bastasse unire il termine ‘magico’ terapia a qualsivoglia attività, per renderla prodigiosamente ‘curativa’. C’è la giardinaggio-terapia, la floriterapia, l’ortocolturoterapia, la pizza-therapy o terapia dell’impasto (anti-stress), la culinaria terapia, la terapia del gourmet e via di seguito. Non solo si confonde l’aggettivo terapeutico con il sostantivo terapia, ma c’è un certo abuso nell’adoperare l’aggettivo terapeutico e nel considerare terapeutico ciò che andrebbe reputato semplicemente ‘salutare’. Non, dunque, da iscrivere o declinare nel concetto e nelle finalità di procedimenti terapeutici, bensì opportunamente e correttamente identificabili come una certa ‘occupazione’, o un tipo di ‘fare’, che arreca possibili ‘benefici’ a qualche scopo. Altrettanto fondamentale è rimasto il problema del confronto scientifico fra epistemologie, principi, teorie e metodologie scientifiche nel comparto delle artiterapia. Confronto mancante, che può ritenersi una delle cause principali che ha prodotto e incrementato una fantasiosa gamma di ‘invenzioni’ e tecniche cosiddette, benché impropriamente, terapeutiche.

M.: La sua teoria e il suo metodo sono di tipo relazionale e si fondano su tre paradigmi di base, che vanno a determinare altrettante aree specifiche e interrelate delle artiterapia. Perché?

L.M.L.: Volendo semplificare molto – e ancor più sintetizzare in maniera estrema – la questione riguarda una prima differenza sostanziale: il suono in sé come ‘produttore’ di comportamenti, oppure il suono come mediatore d’eventi relazionali, espressivi, comunicazionali, cognitivi, metaforici, emotivi, affettivi, psicomotori. Una seconda concerne il principio che ogni suono (percepibile o meno dall’apparato uditivo umano) è provocato da una vibrazione o moto (anche di micro particelle o d’elementi subatomici) e può avere un andamento ritmico o aritmico. Per cui il paradigma di base della musicoterapia diviene complesso e reso come movimento-suono-ritmo. E il riferimento è sia alla pluralità-diversità dei sistemi di produzione dei suoni (naturali, artificiali, sintetici), sia al concetto d’universo sonoro. In quanto siamo immersi in un mondo e un universo carico di energia vibratoria. Dunque anche sonora e colorata. (Per esempio, un elettrone vibra più o meno 500 trilioni di volte al secondo. La vibrazione produce suono e colore. Sicché l’universo può essere concepito come una sinfonia di suoni e colori). Una terza va ricondotta sia al concetto di relazione trasformante, sia al paradigma movimento-suono-ritmo nel contesto dell’evoluzione della persona, dal concepimento a tutto lo sviluppo prenatale e post-natale. Già nell’incontro fra il gamete maschile e quello femminile è presente il paradigma di base musicoterapeutico ed esso permane per il resto della vita. Noi siamo e progrediamo come sistema di suoni.

M.: Anche gli altri due paradigmi appartengono alla crescita e all’evoluzione globale di ciascun individuo?

L.M.L.: Sì, pure gli altri due paradigmi, quello della danzaterapia movimento-spazio-corpo e quello della eidoterapia (movimento-)forma-materia-colore agiscono nello sviluppo della persona, con loro proprietà e funzioni. La mia teoria e il mio metodo hanno carattere ecologico e si basano su principi scientifici e su un approccio transdisciplinare di conoscenze consolidate. Esporre i contenuti della teoria e le modalità d’applicazione metodologica richiederebbe un approfondimento che va al di là della breve intervista. Tuttavia posso affermare che sono stati oggetti di numerose, talvolta ripetute, verifiche scientifiche che hanno dato sempre riscontri e conferme positive.

M.: Per concludere, a suo avviso quali prospettive si possono intravvedere per il futuro delle artiterapia?

M.L.M.: Suppongo che la migliore prospettiva possibile sia l’auspicio del confronto popperiano fra le tante teorie e pratiche artiterapeutiche che vanno sempre più aumentando, spesso senza alcuna preoccupazione di valutare l’opportunità di riferimenti scientifici e adeguati controlli. Se le artiterapia vengono assunte come uno fra i possibili aiuti alle persone che ne abbisognano è bene avere parecchia prudenza e accertare che quanto è elaborato e proposto abbia validità, confortata da quell’indispensabile supporto scientifico (adeguate metodologie di verifica scientifica) che può confermare, o meno, l’impianto teorico e pratico. Albert Einstein ha sostenuto che la cosa più preziosa dell’umanità è la scienza, anche se confidava maggiormente nell’immaginazione. Arrivando ad affermare che l’immaginazione è più importante della conoscenza. Intendendo che quest’ultima dipende, in gran parte, dal saper immaginare oltre l’immaginabile. E dunque, potenzialmente, dar luogo a conoscenze neppure supponibili. Credo che le artiterapia abbiano bisogno dell’una e dell’altra – scienza e immaginazione – per esordire qualche cosa di utile. Senza una delle due zoppica. Sono, al contempo, convinto che un eccesso di ‘scientismo’ non serva, anzi possa risultare deleterio. Ma ritengo che il dubbio di cui la scienza è portatrice, le domande e i problemi che solleva, la precisione a cui aspira, la curiosità da cui è animata, siano uno stimolo vuoi all’impiego di procedure adatte alle, e peculiari delle, artiterapia, vuoi a non sottovalutare l’importanza d’efficaci impianti teorici e metodologici critici, affidabili, verificabili, vuoi a non confidare sempre e troppo nelle proprie certezze. Voltaire diceva che il dubbio è scomodo, ma la certezza ridicola.

M.: Un’ultima curiosità, benché il suo pensiero sia chiaro. Il recente testo “Rumorino e Mago Silenzio” che ha pubblicato per conto della Casa Musicale ECO e di cui abbiamo parlato in una precedente intervista, può considerarsi un testo di fiaba terapia o di ludoterapia musicale, visto che contiene anche schede gioco?

L.M.L.: Assolutamente no. Né l’una né l’altra. E’ un’opera destinata a una ‘non-didattica’ della musica, bensì a uno stile animativo di tipo creativo, che stimola il pensiero divergente, l’immaginazione. E’ un testo piacevolmente introduttivo al mondo dei suoni, adatto a genitori e insegnanti che assieme ai bambini vogliono applicarsi in modo attraente, gradevole, divertente alla scoperta inventiva della musica. Se la vita richiede sogni, fantasia, invenzioni, la musica essendo fatta della stessa essenza della vita andrebbe avvicinata, conosciuta e vissuta allo stesso modo. Simone Weil afferma che la materia dell’arte è la vita.


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