I bambini compongono, analizzano, riflettono

Interviste

Intervista a Emanuele Pappalardo

Le “Indicazioni nazionali per il curricolo” (2012) indicano, tra gli Obiettivi di apprendimento al termine della classe terza della scuola secondaria di primo grado, «Improvvisare, rielaborare, comporre brani musicali vocali e strumentali, utilizzando sia strutture aperte, sia semplici schemi ritmico-melodici». Si presume quindi che per raggiungere questo obiettivo si debbano sviluppare questa attività anche negli anni precedenti. Ma da parte di molti insegnanti si pensa che non sia possibile coinvolgere i ragazzi della scuola primaria e secondaria in percorsi di “composizione musicale”.
La ricerca realizzata da Emanuele Pappalardo e descritta nei particolari nel volume da lui curato “Composizione, analisi musicale e tecnologia nella scuola primaria” (Edizioni ETS, Pisa 2019) testimonia che i bambini, come è specificato nel sottotitolo, «compongono, raccontano, analizzano, riflettono”.
Abbiamo rivolto alcune domande a Emanuele per capire il senso e i risultati di questa ricerca.

Musicheria: Tu professionalmente sei un compositore e insegnante di composizione nella Scuola di Didattica da molti anni. Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto ad elaborare un progetto di ricerca rivolto alla composizione da parte di ragazzi di scuola primaria?

Emanuele Pappalardo: Le Indicazioni nazionali, che hai ricordato, sono un eccellente documento che dovrebbe essere conosciuto dai docenti. Nella mia costante attività di formatore verifico empiricamente che è un documento ampiamente sottovalutato e, più spesso di quanto si pensi, addirittura, ‘sconosciuto’.
Nelle Indicazioni si attribuisce alle tecnologie d’informazione e comunicazione (TIC) un ruolo di frontiera decisiva per la scuola. Si tratta di una rivoluzione epocale. La scuola non ha più il monopolio delle informazioni e dei modi di apprendere. Le discipline e le vaste aree di connessione tra loro sono tutte accessibili e vanno esplorate in mille forme attraverso risorse in continua evoluzione. Dunque, il fare scuola oggi significa mettere in relazione la complessità di modi radicalmente nuovi di apprendimento con un’opera quotidiana di guida, attenta al metodo, ai nuovi media e alla ricerca multidimensionale. Emerge ormai con chiarezza lo iato esistente tra le competenze che hanno i bambini, gli adolescenti, e le competenze che posseggono i loro insegnanti. È forse la prima volta nella storia dell’umanità in cui accade che la generazione successiva insegni qualcosa alla generazione precedente. Tutti possono constatare le straordinarie abilità dei bambini nell’utilizzo dei dispositivi digitali fin da piccolissimi. Il mondo della scuola sottovaluta tutto ciò e gli insegnanti si trovano in grande difficoltà. Con questa ricerca abbiamo voluto dimostrare che è invece possibile fare un uso intelligente di dispositivi digitali, un uso rivolto alla produzione, alla creazione ma, soprattutto, sensibile alla riflessione, all’analisi, allo scambio tra pari. Inoltre, i materiali presenti in questo libro (e sono veramente tanti), e il modo in cui sono organizzati, potranno consentire a docenti di discipline musicali di acquisire competenze per sperimentare nei propri contesti classe il percorso che viene testimoniato nel volume. 

M.: Nella sua presentazione François Delalande scrive che «… forse ci si stupirà che questa attività sia chiamata “ricerca”. Certo, non è una ricerca nel senso che ha questa parola in un laboratorio di psicologia sperimentale. Ma ci sono differenti forme di ricerca nel campo dell’educazione». Qual è la forma che hai scelto?

E.P.: Abbiamo adottato il modello lewiniano ricerca azione, appropriato per gli ambienti all’interno dei quali la ricerca viene agita, in quanto i luoghi dell’esperienza devono risultare sempre affini al contesto di apprendimento dal quale i soggetti coinvolti (in questo caso i bambini) provengono. Quello di Kurt Lewin è un modello che include esperimenti condotti su gruppi veri ed esistenti. Ed è un modello flessibile facilmente utilizzabile anche dai docenti nei loro contesti. Molti insegnanti, anche se forse inconsapevolmente, nella quotidianità fanno ricerca: spero che questo libro possa essere stimolante nel sollecitare curiosità e motivazione per strutturare le proprie ricerche empiriche. 

M.: Mi sembra che un elemento particolarmente interessante sia il fatto che nel vostro percorso ci sia stata non solo la collaborazione di più enti, ma anche una forte connotazione di lavoro di gruppo. Quali sono state le difficoltà maggiori nel costruire quella che possiamo definire una “comunità di ricerca”?

E.P.: Questa ricerca ha avuto vari attori - oltre ai bambini, ovviamente - coinvolti con diversi ruoli e funzioni. Il laboratorio di ricerca è stato materialmente condotto da due maestre di scuola primaria, con competenze musicali specifiche in ambito pedagogico/didattico, quindi, le persone più adatte per sapere sia come relazionarsi con bambini di nove/dieci anni sia come gestire tematiche specificamente musicali. Nel laboratorio ha interagito, con i conduttori e con i bambini, un altro musicista, diplomato in pianoforte, che ha fornito concreto supporto per eventuali semplici problemi tecnici che avrebbero avuto i bambini nella varie fasi di gestione del software audio di elaborazione ed editing, e che ha curato le video riprese con la telecamera mobile. Questi, oltre me, i soggetti operanti sul campo. Il team si è avvalso anche della collaborazione di un dottore di ricerca che ha elaborato i dati emersi e i cui risultati sono presentati nel volume. Il team ha funzionato, e molto bene, non solo perché formato da professionisti, ma anche - ed è questo secondo me un aspetto particolarmente rilevante - perché vi è stata la condivisione di un linguaggio, e questa condivisione si costruisce nel tempo e costituisce la base affinché via sia intesa su premesse, obiettivi, finalità, teorie e strategie didattiche. E ciò si è verificato perché tutti i soggetti che ho menzionato si sono formati, con varie modalità, nei corsi da me tenuti in conservatorio (a Frosinone e a Latina). Ma per far funzionare una ricerca di questo genere, questi aspetti non sarebbero stati sufficienti. Era necessario il coinvolgimento, come sottolineavi nella tua domanda, di più soggetti istituzionali. In questo caso si è creata una sintonia ideativa e operativa tra il Conservatorio e un’altra realtà formale del territorio (l’istituzione di appartenenza dei bambini). Ma anche questa integrazione non sarebbe stata sufficiente. È stata determinante la collaborazione delle famiglie e della maestra curricolare dei bambini coinvolti. Senza questa complicità cognitiva e affettiva non si sarebbe fatto nulla. E sono le stesse Indicazioni nazionali, che citavi poco fa, che ci ricordano l’importanza di una collaborazione tra famiglie e istituzioni. Un altro tassello fondamentale è stata la presenza, a distanza, di Franҁois Delalande: è lui che ha supervisionato tutte le video registrazioni degli incontri e ci ha sostenuto con sapienza, tranquillità, a volte con sdrammatizzante ironia, nel percorso.

M.: Nel ringraziarti per la disponibilità, potresti scegliere, da far ascoltare ai lettori di Musicheria, una composizione realizzata dai ragazzi?

E.P.: Non è facile scegliere. Nel testo sono presenti moltissimi esempi di brevi opere realizzate dai bambini, e tutti degni di nota. Ma vi presento il brano di Tommaso, dal titolo evocativo L’acutezza dei suoni (>>> link)
Lo segnalo perché è un brano che, senza che ne discutessimo preventivamente, ha interessato subito me e Delalande sia per la qualità tecnica sia per la chiarezza formale, un aspetto, quest’ultimo, che ha permesso di avviare processi di analisi molto interessanti con i bambini (testimoniati nei materiali video presenti nel volume). I lunghi silenzi che connotano la seconda parte del brano nascono, secondo le esplicite intenzioni dell’autore, dal piacere di poter ascoltare nella loro interezza i suoni che la compongono, quindi dall’attacco fino alla loro estinzione. Quanta musicalità in questo programma compositivo e di ascolto!

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