Musica facilitata

Abbiamo incontrato Carlo Martinelli e Noemi Franceschi nel loro laboratorio di Pistoia, pieno di begli oggetti/strumenti da suonare e da ascoltare, e dove tengono incontri e corsi di formazione.
Oltre a leggere quanto ci hanno detto potete dare un'occhiata al loro sito www.terredaria.it dove oltre a ulteriori informazioni sulle loro attività è possibile visionare i video che illustrano gli strumenti da loro costruiti.


MUSICHERIA: Da quanto tempo vi occupate di educazione musicale e cosa vi ha spinto alla vostra ricerca didattica?

Carlo Martinelli/Noemi Franceschi: Sono tredici anni che con la nostra associazione ci occupiamo di educazione musicale. Il primo corso di formazione risale al 2001 ed ha riguardato tutti gli asili nido del comune di Firenze.
Personalmente sono stati diversi i fattori che mi hanno portato nel campo della didattica.
Il primo è stata un esperienza triennale come direttore di un laboratorio di costruzione strumenti musicali nell’ambito di un percorso di musicoterapia presso Villa Maraini a Roma.
Un’esperienza importantissima che mi ha mostrato in tutta la sua potenza il potere benefico della musica d’insieme e contemporaneamente mi ha fatto desiderare di portare questo dono ai bambini perché ne potessero usufruire il prima possibile. Ma il fattore fondamentale è stato l’incontro con Noemi con il suo entusiasmo e competenza per la didattica per la prima infanzia.

M: Quali difficoltà avete incontrato nella realizzazione dei vostri progetti e quali sono state fino ad ora le vostre esperienze più significative?

NF: Sicuramente la difficoltà maggiore è stata quella di essere considerati musicisti “naif” dagli ambienti accademici che considerano il sistema musicale occidentale come la perfezione e l’unica porta di accesso alla musica.
Io e Carlo siamo due percussionisti e lo siamo diventati studiando con modalità diverse da quelle occidentali e non per questo meno serie ed impegnative. Leggere e scrivere la musica attraverso uno spartito è molto complesso e richiede anni di preparazione che spesso per molti costituiscono un ostacolo all’ingresso nel mondo della musica. Per descrivere eventi ritmici si possono usare altri sistemi come le matrici che sono il metodo abitualmente usato dai percussionisti. Le matrici sono facilissime da leggere perché non c’è bisogno di interpretare tanti simboli grafici e permettono di memorizzare velocemente pattern ritmici e di capire l’incastro tra vari pattern. Inoltre sfruttando a pieno la memoria visiva sono memorizzabili.
Purtroppo il nostro paese è molto arretrato e provinciale dal punto di vista della didattica musicale e quindi abbiamo fatto la nostra strada da soli credendo in quello che facevamo e conquistandoci la credibilità da parte di enti ed istituzioni pubblici e privati non attraverso titoli ufficiali ma proponendo progetti interessanti e soprattutto dimostrando con i fatti la validità del nostro approccio non convenzionale alla didattica musicale.
CM: Di grande aiuto ci è stata la capacità di ideare e costruire strumenti musicali con materiali poveri che ha sempre riscosso grande interesse e che ci ha dato la possibilità, una volta costruiti, di proporre in pratica le nostre metodologie.
Un’esperienza emozionante, anche perché la prima, è stata quella di formare un coro basato sulle polifonie pigmee del Centro Africa composto da quaranta maestre degli asili nido di Firenze e dalla loro esibizione davanti ad una vasta platea in occasione di un convegno nazionale. Una grande sfida vinta in primis dalle maestre partecipanti e da noi vista la particolarità delle musiche pigmee e la loro distanza dalle concezioni di musica a cui siamo abituati.
Ultimamente, grazie alla collaborazione con il Dynamo Camp di Limestre abbiamo lavorato con gruppi formati da bambini provenienti da tutte le parti del mondo ed abbiamo avuto la conferma che le nostre metodologie permettono di superare, anzi di non incontrare nemmeno, barriere dovute a differenti nazionalità, culture, lingue, religioni, usi e handicap fisici.

M: Nella presentazione delle vostre attività usate il termine “facilitazione musicale”. Cosa intendete di preciso?

NF: Il significato che noi diamo al termine “musica facilitata” è mutuato dal termine anglosassone “facilitator” (facilitatore) che è una figura diversa da quella dell’insegnante perché il suo ruolo non è quello di trasferire conoscenze ma quello di aiutare le persone ad esprimere le proprie potenzialità ed il gruppo a lavorare in armonia per il raggiungimento di un fine comune.
Con le insegnanti e i bambini lavoriamo sui caratteri primitivi della musica, quelli comuni ad ogni musicista indipendentemente dalla cultura musicale di appartenenza: suonare e non suonare, suonare forte e piano, suonare ritmicamente o non ritmicamente, saper ascoltare, saper mantenere un ritmo regolare, riconoscere forme musicali.
CM: Anche gli strumenti musicali con cui lavoriamo sono di facile accesso per chiunque. Gli strumenti musicali creati in questi anni da Terredaria e le attività svolte, mirano ad un solo obiettivo: fornire a più persone possibile gli strumenti (fisici e mentali) per attingere ad una forma di energia infinita come la musica attraverso lo stare insieme suonando e partecipando attivamente secondo le proprie attitudini e capacità, fisiche e mentali.
Non portare tutti verso una musica complessa ma ridurre la complessità della musica affinché diventi alla portata di tutti.

M: Nel vostro lavoro utilizzate qualche metodologia specifica (es. Orff, Kodaly, ecc.) o avete elaborato una vostra linea originale?

CM: Con il metodo Orff condividiamo l’uso di scale semplici come quella pentatonica e l’uso di strumenti composti da elementi intonati, ci hanno molto ispirato le metodologie proposte da François Delalande che condividiamo totalmente e quelle della Learning Theory di Edwin Gordon per quello che riguarda l’opportunità di stimolare i bambini con scale e ritmi il più variati possibile, anche se preferiamo attingere all’infinito repertorio della musica etnica invece che ragionare in termini di scale frige, doriche o misolidie. Anche gli insegnamenti di Maria Montessori e Alfred Tomatis ci hanno ispirato, soprattutto per l’educazione dell’orecchio e l’importanza di questa per il canto. Lo studio con Arthur Hull delle tecniche di facilitazione di eventi ritmici di gruppo ci ha fornito le basi da cui abbiamo iniziato ad elaborare le nostre metodologie.
Infine dobbiamo ringraziare i nostri maestri nella formazione come musicisti, io per primo Karl Potter che mi ha comunicato tutta la gioia del suonare insieme agli altri.

M: La vostra Associazione produce anche strumenti musicali particolari: qual è il motivo che vi ha spinto a investire in questa attività e cosa hanno di caratteristico questi strumenti che li differenziano ad es. dallo strumentario Orff o da strumenti già in commercio?

CM: Siamo convinti che senza gli strumenti adatti sia molto difficile costruire esperienze significative per i bambini e da subito ci siamo resi conto della tristezza della strumentazione presente negli asili nido: maracas, triangoli, tamburelli che si rompono subito, legnetti, piattini che non suonano, flauti dolci, sonagliere ecc.. tutti strumenti che nelle mani di un percussionista diventano interessanti ma che per i bambini sono poco stimolanti e dopo poco vengono accantonati. Qualche volta, negli asili più curati abbiamo trovato qualche elemento dello strumentario Orff ma essendo strumenti costosi e delicati erano accuratamente celati ai bambini per paura che li rompessero, qualche volta erano presenti strumenti etnici di scarsa qualità o piccoli strumenti da bambini (spesso elettronici dove tutto quello che il bambino deve fare è schiacciare un tasto).
In effetti al di la dello strumentario Orff sul mercato quasi non esistono strumenti per la didattica musicale con bambini del nido e della scuola d’infanzia.
NF: È per questo che abbiamo deciso di costruire strumenti musicali che avessero le caratteristiche giuste e cioè:
• Un suono vero, ricco e corposo, variabile e sensibile alle dinamiche.
• Semplicità e robustezza in modo da poter lasciare i bambini liberi di esplorare senza paura per la sorte degli strumenti.
• Possibilità di essere suonati da più bambini contemporaneamente.
• Con modalità di produzione del suono diverse: percussione, pizzico, sfregamento.
• Possibilità di creare atmosfere, paesaggi sonori ma anche ritmiche e frasi melodiche.

M: Se non erro le vostre attività e le vostre esperienze si rivolgono prevalentemente ai bambini e ai ragazzi. Cosa vi sentite di suggerire a qualche giovane che abbia voglia di formarsi e di dedicarsi a questo tipo di attività?

CN/FN: Per fare bene questo lavoro oltre ad una formazione musicale di qualsiasi genere è necessario coltivare l’improvvisazione e il senso dello spettacolo attraverso esperienze artistiche significative.
Affinché un laboratorio musicale costituisca un’esperienza significativa per i bambini è necessario che sia sempre un piccolo spettacolo che comunichi loro emozioni.

M: Un’ultima domanda: qual è la vostra opinione in merito all’educazione musicale nella scuola italiana?

CN/FN: Pensiamo che, ancora oggi, l’insegnamento della musica nella scuola non sia considerato organico alla formazione globale degli studenti e che si limiti allo studio delle regole senza mai fare assaporare veramente il gusto del suonare insieme agli altri. Un po’ come accade con l’inglese di cui si studiano regole, grammatica, sintassi senza praticare attivamente la lingua attraverso la conversazione, con il risultato che quasi nessuno alla fine della scuola sa parlare in inglese.
Inoltre lo studio della musica non è integrato con quello delle altre materie con le quali invece potrebbe benissimo integrarsi proficuamente, penso alla storia, alla geografia, alla matematica all’educazione artistica.
 


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