Un disc jockey, un penitenziario e un canto nero

Per un'etica del campionamento

Entro in classe con l’intenzione di proporre l’ascolto di un brano “non familiare”, senza dare alcuna indicazione, in modo da raccogliere le ipotesi di contestualizzazione di ragazzi e ragazze. A questo scopo mi invento la storia di un nonno e una nipote, stimolato dal racconto di Giorgia, che qualche giorno prima mi ha raccontato di aver avuto come regalo di Natale un giradischi e di aver trovato in casa alcuni trentatré giri del nonno, fra i quali alcuni di musicisti incontrati in classe: Jimi Hendrix, Bob Dylan e altri. Entro e uso il raccontino per introdurre l’ascolto di Rosie, uno dei canti di lavoro afroamericani che più amo e che da sempre ogni tanto ripropongo.

Rosie è un canto registrato da Alan Lomax nel penitenziario di Parchman, nel 1947. Lo propongo essendo certo della sua assoluta non-familiarità, lo scelgo per innescare ipotesi, descrizioni, confronti e scambi di pensieri a partire da una musica non usuale, lontana dai paesaggi quotidiani.
Ma la reazione di alcuni ragazzi e ragazze mi sorprende: sembra che riconoscano il canto. Qualcuno interviene mentre ascoltiamo:
«prof. l’ho già sentito questo pezzo!»
«Come? - dico io, - ve l’ho già fatto ascoltare?»
«No prof., non lei, però c’è in una canzone famosa, di Guetta».

>>> continua nel pdf allegato e nel file audio

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