30 Aprile 2020, un “Radioso” Jazz day

Radiosa Brivio

 

In occasione dell'International Jazz Day promosso dall'Unesco

Il Jazz Day 2020 sarà certamente ricordato per l’eccezionale sforzo promosso dall’Associazione Il Jazz Va a Scuola che, col supporto di Indire e con collegamenti on line, ha portato più di un centinaio di musicisti jazz in altrettanti istituti scolastici, coinvolgendo oltre 6.000 studenti in una giornata intensa di musica ed emozioni.
Non in tutte le scuole è stato però possibile, per i più diversi motivi, organizzare dei concerti-lezione. Sono nati così altri percorsi, certamente meno appariscenti, ma non per questo meno di qualità, che hanno inteso festeggiare l’evento e fare diventare il jazz, per un giorno, l’argomento principale nella scuola.
“Jacopo racconta il jazz” rappresenta il mio piccolo contributo al Jazz Day. Jacopo è un mio alunno e quello indicato tra virgolette è il titolo di una trasmissione radiofonica da lui realizzata in condizioni di Didattica a Distanza (DaD). L’intervento si colloca all’interno del progetto “RadiOsa” che abbiamo recentemente presentato anche su Musicheria.
RadiOsa non è tanto un esempio di didattica a distanza quanto, negli intendimenti del suo ideatore Matteo Frasca, una sperimentazione che serve a “costruire legami sonori nonostante la distanza” [1].
Enrico Strobino, anche lui promotore di un progetto simile nella sua scuola, definisce la radio come una finestra. La finestra è per definizione uno spazio sospeso, come sospeso è il tempo che stiamo attraversando. Una soglia, una linea che divide, ma che insieme unisce il dentro e il fuori. Questa finestra possiamo tenerla chiusa, per restare dentro; oppure possiamo aprirla e lasciare che il fuori venga a incontrare il dentro e, insieme, che il dentro possa uscire, pur rispettando l’ordinanza del “restare a casa”.
La radio è da sempre uno strumento di comunità che qui diventa amplificatore della comunicazione scolastica quotidiana, in primo luogo per quella comunità di bambine e bambini, di ragazze e ragazzi che oggi risulta deprivata di uno spazio di vita riconosciuto come essenziale, la scuola, così spesso maltrattato e poco considerato da molti nel più recente passato.
E allora cosa si può fare per il Jazz Day tenendo aperto davanti a sé il libro scolastico sul capitolo che descrive la storia del jazz? È possibile spiegarlo, passo a passo, nozione per nozione, ascolto per ascolto, per farlo successivamente studiare e ripetere. Così la DAD diventa un nuovo Imbuto di Norimberga, certo tecnologicamente aggiornato, ma che rimanda inesorabilmente l’orologio della didattica indietro di almeno 40 anni.
Nella mia esperienza ho scelto invece di sperimentare una storia diversa, realizzare coi ragazzi delle trasmissioni radiofoniche, una nuova possibile evidenza nella scuola delle competenze e delle “classi rovesciate”: fare radio a scuola e a casa, tenendole in collegamento. Ci sarà, forse, meno memorizzazione e nozionismo, di certo c’è più invenzione, progettazione e creatività. C’è la rivalsa di una dimensione audiologica nei confronti dell’asfissiante presenza dell’immagine video che circola sui social, c’è anche l’esplosione della dimensione audiotattile del suono del jazz che incontra il suono della voce dei ragazzi e con questo si intreccia in una composizione, che è anche un’improvvisazione, data dal montaggio e dalla conduzione.
Ma, al di là di queste parole, all’ascoltatore serve la prova provata dei fatti: si ascolti quindi la trasmissione di Jacopo che racconta il jazz e si faccia il gioco di confrontarla col prototipo dell’interrogazione: in fondo il capitolo del libro è lo stesso.
A questo punto potrei anche non scrivere più nulla. L’emozione del suono radiofonico non ha più bisogno della parola scritta, a parlare è direttamente il suono che si esprime con un linguaggio cognitivamente ed emotivamente pregnante (link) [2].

In questo piccolo esempio di radio scolastica il jazz è un contenuto, un contenuto importante dell’educazione musicale, non più di altri, anche se oggi (30 aprile) giustamente in evidenza.
La scuola non ha però bisogno di jazz più che di rock, di musica classica o elettroacustica. La scuola ha bisogno di una maggior qualità dell’educazione musicale. E allora quello che mi sembra possa interessare in modo particolare oggi, il giorno del jazz, è il bagaglio antropologico, storico e culturale di questa importante esperienza umana e sociale, soprattutto se e quando riusciamo a declinare la parola “jazz” al plurale, togliendola all’egocentrismo dell’individualità e restituendola al valore sociale della storia. Un’esperienza artistica unica, ricca e complessa, che porta in dote alla scuola un valore inestimabile e rivoluzionario, quello della pratica dell’improvvisazione nel gioco dell’interplay. Pratica, anzi meglio pratiche, che potrebbero aprire davanti a noi un grande spazio di ricerca e sperimentazione innovativo per non dire visionario, sia nel campo dell’educazione musicale che in generale della ricerca pedagogico-didattica postprogrammazione, e farci intravvedere una strada che ci auguriamo possa essere percorsa insieme da tanti, insegnanti, musicisti, ricercatori e formatori per contribuire a incrementare il valore dell’educazione musicale nella scuola di tutti nel nostro paese.

[1] https://www.musicheria.net/rubriche/notizie/5245-radiosa[2] Per i curiosi dell’esperimento radiofonico è possibile ascoltare altri esempi su contenuti diversi, presentati all’interno del podcast “Brivio-RadiOsa” (link), dove Brivio, in provincia di Lecco, è il nome del comune che ospita la scuola in cui insegno.


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