Il violino di Schellenbach

Che accade nei conservatori di musica?


Con questo romanzo, reperibile on line, Carlo Delfrati, in modo forse paradossale, tratteggia - di una celebrata quanto immaginaria istituzione - gli stili di vita, i modi di operare, i controversi rapporti personali, tra apparenze e segreti, amori e prevaricazioni, ingenuità e feroci ipocrisie.
Musicheria ha posto a Delfrati alcune domande. La prima: cosa ti ha spinto a questa scelta dopo anni dedicati alla produzione di saggi pedagogici, materiali e sussidi didattici ?


Il romanzo è il punto d’arrivo di un cammino iniziato tanto tempo fa, quando cominciavo a scrivere di cose musicali. Alla baldanza e all’impudenza di un giovane appena entrato nella professione, qual ero io allora, appariva inconcludente il modo in cui di musica si parlava nei libri e nelle riviste che avevo tra le mani. E addirittura controproducente il modo in cui non poche volte la si insegnava. Ripensando ai maestri, i miei e quelli altrui, e osservando quel che avveniva concretamente nelle scuole, a cominciare dalla scuola dei miei figli, mi pareva che molto ci fosse da rinnovare nei pensieri e nelle azioni della nostra disciplina. Il mio lavoro da allora è stato di immaginare una scuola diversa. Gli articoli, i libri, i sussidi che ho sfornato da quei giorni, si sforzavano di dare risposte a quell’audace aspirazione. Nei miei ultimi lavori ho cercato di opporre punto per punto una condotta didattica positiva, dinamica, vincente, a una condotta di segno opposto, negativa, statica, perdente.

Il romanzo non è che una variazione sullo stesso tema. Tanto serioso il tema quanto giocosa la variazione. Forse mordace a tratti, questo lo dirà l’eventuale lettore. Ho volutamente scelto un registro satirico: non metto in scena il modello vincente, ma il suo opposto. In un saggio paludato puoi raccomandare per esempio che tra maestro e allievo abbia a regnare un rapporto costruttivo e solidale, che incoraggi l’autonomia dell’allievo. Ma le parole altisonanti possono raccogliere, dal raro lettore di queste cose, l’applauso del momento; voltata la pagina scivolano via facilmente come sono entrate. Una speranza che il concetto resti almeno a insidiare le antiche certezze del modello statico, può nascere se tenti di descriverlo in modi concreti, ‘romanzati’ appunto.
Per esempio, credo che nessuno abbia dubbi nel giudicare la condotta di questo immaginario docente del romanzo, alle prese con l’allieva Francesca, mentre il memorialista Cipriani assiste alla lezione:

“Su su, muoviti, fammi sentire questo benedetto Allegro. Spero che tu l’abbia studiato come si deve". La settimana prima le aveva chiesto di eseguirlo con un graduale continuo crescendo dalla battuta 77 alla 177. Ama i numeri col sette.
Francesca prende delicatamente lo strumento con la sinistra:
“Maestro a proposito di quel crescendo avrei pensato …”
“Tu … pensi?”
Imbarazzata: “… di iniziarlo non alla battuta 77 ma poco più avanti, alla battuta 81, e …”
Nel giro di pochi secondi il volto abitualmente giallognolo del Maestro si fa prima livido, poi lillà, poi purpureo, le mani gli tremano, gli occhi lanciano fiamme, le guance si infossano, le labbra si raggrinzano su se stesse, da un angolo della bocca esce un rivolo di saliva. Piomba sull’allieva come un ragno sulla preda. Solo la prontezza di riflessi di Francesca evita che il coperchio della custodia seccamente chiuso dal Maestro le tranci la falangetta del dito medio.
“Chi è il Maestro, tu o io?” le urla mentre tutti balzano in piedi.
Francesca avrebbe voluto dire ‘Scusi scusi Maestro, non lo farò più’. Ma è prevenuta da un sibilo raschiante: “Chi ti autorizza una cosa del genere? Metti in discussione i miei comandi?!” Il tono si fa più compassato mentre gli occhi girano in diagonale verso Cipriani: “Hai davanti a te un professionista che ha impiegato la vita intera a plasmare coorti di artisti. Dalla mia classe sono usciti i più quotati talenti della flautistica. Rispettosi. Ossequienti. Mai che si siano permessi di affidare alla loro incompetenza le decisioni su come si deve suonare anche solo una battuta, una nota!”
Man mano che il Maestro rievoca le glorie passate, i colori tornano al giallognolo abituale, le mani si pacificano, il viso si distende. La voce glissa a poco a poco dalla regione sovracuta di prima a una flebilmente tenorile, finché, giunta alla cadenza finale, s’incrina in un lamento. Francesca non sa trattenere la commozione:
“Maestro, la prego, non pianga. Non lo farò più, mai più, glielo giuro.”
Margherita, uscita alle prime avvisaglie di turbolenza, rientra come fa ormai sempre con una caraffa d’acqua e un bicchiere:
“La prego Maestro, non si agiti così. Le assicuro che Francesca manterrà il suo giuramento. Non si permetterà più di offenderla in questo modo. Credo sia stato un cedimento dovuto all’inesperienza dell’età”.


E qui mi tocca puntualizzare un paio di questioni. La prima è la mia predilezione per il paradosso; in molti casi l’assurdo. Un docente come il flautista di quella pagina non esiste, naturalmente. Così come non esiste la maggioranza delle situazioni del romanzo. In quel caso il tono è serio; ma in molti altri casi ho preferito un tono umoristico; e sono state le ore in cui mi sono proprio divertito a scrivere (con la segreta speranza che possa divertirsi chi si trovi a leggerlo).
Non è facile per me scegliere qui un frammento, dentro una vicenda dalle tante situazioni che rimbalzano e ritornano intrecciandosi da un capitolo all’altro. Faccio una prova con questo secondo episodio. Siamo a un corso di musicologia, anzi di musicofarìa, come ribattezzo la disciplina nella versione ‘sfottò’. Il docente Werner spiega ai discepoli come si determina la grandezza di un musicista. Ha descritto i primi cinque fattori; ora passa al sesto:

Sesto. Il Gähnensatz. Fondamentale resta quel che provate quando ascoltate la sua musica, la prima volta che vi capita di finirci dentro. Il fattore è espresso dal numero di sbadigli al minuto, da un estremo sperimentato di sessantacinque, con paresi della mandibola – e sia chiaro che non uso metafore – fino all’estremo opposto di un numero compreso fra uno e cinque, in caso di educata e generosa sopportazione. Quando effettuate la verifica a concerto, dividete il numero degli sbadigli di chi vi sta vicino per l’intensità e la durata dell’applauso finale. Sapete bene che l’applauso non si nega mai, nemmeno alla più mortifera delle musiche. A voi per misurarlo basta un normale orologio e un buon orecchio.
Piuttosto dovrete ricordarvi di un’altra cosa, che spesso sfugge, ma che io voglio documentarvi con un caso esemplare. Ai dati del calcolo precedente dovrete relazionare il Daseinbeträgnung: il modo in cui prima di entrare nella sala da concerto avete passato la giornata. Moltiplicate in negativo questo fattore per il numero di volte che nel corso della giornata vi è scappata una bestemmia, un moccolo, un canchero”.

Con un colpo di teatro Werner tace per alcuni secondi mentre con un ampio gesto ad arco indica il fascio luminoso che investe all’improvviso la porta. Entra un tipo mogio, un musicòfaro suo vecchio compagno di trascorsi mondani. Il Professore lo reca sempre con sé per prendere fiato e per offrire un tocco di vivacità alla lezione.
“Sissignori”, esordisce l’intruso come se fino a quel momento fosse stato lui a far lezione, “il mio caso sia per voi commento e memento. Era il maggio odoroso e io lasciavo il mio studio e le sudate carte avviandomi verso casa il più lesto possibile anche per liberarmi dalla voce di cornacchia della domestica e dalla mano veloce che azionava l’assordante aspirapolvere. Tiravo un sospiro osservando il cielo sereno, le vie dorate, gli orti, il mare in lontananza, le montagne alle mie spalle. Unica ombra sinistra il ricordo del collega stazionante come un obelisco alla scrivania di fronte a me, e non la smetteva di decantarmi la musica di Karl Stamitz, di cui non so lui ma io sapevo un bel niente, come credo chiunque di voi. Stava tramontando la giornata più felice della mia vita, che mi aveva fatto guadagnare in borsa ohi tre milioni di lire. Mia moglie mi aspettava a casa con la sorpresa di un’aragosta alla catalana come nemmeno Gualtiero Marchesi avrebbe saputo preparare, e con una mise sexi da farmi divorare l’aragosta nel tempo che andava e tornava dalla cucina con la bottiglia di Ruinart. Ergerti un trono vicino al sol … canto a squarciagola”. L’intruso la canta davvero agli astanti. “Mi aspettavo una serata fuoco e fiamme da marchiare a corpo 64 sull’agenda. Invece no. Sapete che succede?” S’arresta per bere con calma il bicchiere di idrolitina e battersi lo sterno in attesa del ruttino. “Succede che arrivati al dessert, con il cuore che mi pulsa a 155, lei si alza e mi sventola davanti agli occhi due biglietti per un concerto. Un concerto per quella stessa sera. Vedi il fato crudele che può compromettere i momenti più rosei dell’esistenza? Un concerto! E dedicato a chi? ditelo voi …”
“A Stamitz” azzardano dalle prime file.
“Esatto signori, esatto. Un concerto dedicato per intero proprio a Stamitz, il maledetto! ‘Prima concerti dopo diverti’ mi gorgoglia tra i denti mia moglie mentre mi porge il soprabito. Altro che gli sguardi innamorati e schivi con cui sapeva incantarmi. Adesso vedetemi laggiù, schiacciato tra le ghiandole sudorifere del pubblico. Vedete il mio volto e il mio spirito, appena le mani dell’arpista cominciano a correre stupidamente avanti e indietro per le sue dannate corde col guizzo del bradipo, prima che le desse il cambio il borborigmo indecente del contrabbasso? Riuscite a immaginare come avrei trattato Stamitz se avessi dovuto scrivere la biografia di quella carogna?” A un cenno di Werner, il vecchio compare lascia a lui, come da copione, trarre le dovute risultanze matematiche.
“Un caso esemplare, ragazzi miei, quello che ho voluto documentarvi con le parole vive del mio partner”.
“Intende dire Maestro che si debbano sempre stendere patti chiari prima di sposarsi?”
“Questo è ovvio, stupidella!” Lo dice infastidito. “Ma non perdete il nocciolo della questione. Il nocciolo è riportato nella formula matematica: la degustazione dell’opera musicale va divisa per il Daseinbeträgnung, la ripugnanza a passare la sera a concerto”.


La seconda questione è per me ancora più importante. Ho passato troppi anni a insegnare in Conservatorio per non sapere quali eccellenze della cultura e della didattica musicale vi abbiano operato e vi operino. So quanti talenti si sono dedicati e si dedicano a trasmettere ai giovani le proprie competenze. Conosco l’affetto profondo che lega molti nostri giovani ai loro docenti. Spero che se qualcuno di questi leggerà mai il romanzo possa solo sorridere degli improbabili colleghi introdotti nella trama.
Se il romanzo punta il dito più sul modello perdente che su quello vincente è per mettere in guardia dalla trappola di condotte improduttive, anche se non così smaccatamente perverse come a volte si incontrano nei miei immaginari istituti.
Insisto su immaginari: perché con l’operazione di questo libro, come dicevo, ho voluto sostanzialmente divertirmi. E ho lasciato galoppare liberamente la fantasia. Luoghi, personaggi, situazioni, tutto è inventato; anche se qua e là lo spunto mi è venuto da esperienze vissute in prima persona, che non ho fatto altro che ingigantire, spesso a dismisura. Fra tutti i personaggi a cui ho rubato qualche piccolo segno menziono solo quel docente di Pedagogia autore di un saggio intitolato Fondamenti di Polemologia Musicale, come ribattezzo il suo altisonante volume; anche se gli ho addossato principi e usanze piuttosto lontane dall’originale.

Musicheria: Quali sono, secondo te, le cose che andrebbero fatte urgentemente per dare una svolta significativa agli studi e alla formazione musicale di tutti i cittadini e di chi vuole dedicarsi in modo professionale all'attività musicale?


Con questa domanda mi fai abbandonare le mie dilette, agrodolci variazioni, e tornare al tema. Non so quanto io possa aggiungere alla ricca letteratura che fortunatamente è uscita ed esce anche in Italia sull’argomento, a cominciare da quella edita proprio dal vostro Centro. Vorrei insistere su un paio di punti, ben noti, e a mio avviso sempre urgenti. Il primo è la necessità di prendere atto dello stretto legame che collega tra loro, come cause ed effetti, le diverse agenzie della vita musicale. Cominciando proprio dal legame tra studi superiori e studi inferiori (superiori/inferiori in senso di complessità disciplinare). Negli ambienti conservatoriali si lamenta a volte l’insufficienza dell’educazione musicale di base, e si attribuisce a questo la resistenza del legislatore e dei suoi ‘esperti’ a concedere gli spazi dovuti alla musica nella scuola. Le vicende della secondaria superiore sono lì a testimoniarlo. Ma si dimentica che quanto avviene nell’educazione musicale di base dipende da quel che avviene nei piani alti dell’istruzione. Cosa è rimasto all’insegnante primario o secondario delle competenze acquisite, direttamente o indirettamente, in Conservatorio? È un vecchio leitmotiv questo, che rilancia l’importanza delle acquisizioni metodologiche da una parte, di più mirate competenze musicali dall’altra, in chi si trovi a insegnare a bambini e ragazzi. La palla passa prima di tutto alle Scuole di Didattica, e più in generale alle istituzioni preposte alla formazione, in entrata e in itinere, di docenti, educatori, animatori: alle quali dovrebbero essere riconosciute funzioni ben più dilatate di quelle che hanno accompagnato il loro cammino pluridecennale. Cosa che esige in cambio un impegno di studio e ricerca quale sappiamo essere ancora nei sogni di chi di queste cose si occupa.
E qui balza agli occhi il secondo punto, che è la condizione perché il precedente possa avere successo. Ed è l’investimento pubblico sull’istruzione, a cominciare dalla promozione della ricerca, questa grande umiliata della nostra cultura, non solo pedagogica. Poi non si potrà non riportare in primo piano il tema scottante della verifica e della valutazione del lavoro dei docenti e di chi ha sulle spalle la responsabilità dell’educazione musicale del cittadino.
Forse è sulla soluzione positiva di questi due punti nevralgici che si fonda il successo dell’educazione musicale nei paesi che sappiamo essere d’avanguardia su questo fronte, come quelli anglosassoni, germanici, scandinavi.

Musicheria: nel 1969 hai fondato con altri amici la Siem e hai dedicato molto del tuo tempo alla vita associativa. Quali sono secondo te le problematiche che oggi una associazione musicale dovrebbe affrontare con maggiore urgenza?

Le trasformazioni sociali e tecnologiche che abbiamo sotto gli occhi procedono a tale velocità che credo difficile per chiunque far pronostici su quali siano le strade giuste da imboccare. Vien da credere paradossalmente che l’abituale flemma delle nostre istituzioni sia utile ad allentare lo stress.
Tra le macro-tendenze dei nostri giorni di scuola sappiamo in pole position il web. Non c’è luogo fisico o mediatico o cartaceo in cui non si dibatta quotidianamente la realtà del bambino digitale, si allestiscano ipertesti, si discuta di didattica multimediale.
Il web con le sue derivazioni è un grande imprescindibile strumento e campo d’azione anche per la musica naturalmente. Il che suppone un’attenzione continua alle strutture e ai processi innovativi da parte dei docenti. E a monte nei piani degli istituti preposti alla loro formazione. Non è un paradosso da romanzo satirico affermare che sul terreno informatico un bambino è spesso più competente della sua maestra.

Ma non credo sia il caso di fare della rete un feticcio. In rete si può anche trovare moglie o marito; ma perché il rapporto esca dallo schermo del computer e si trasformi in felice realtà occorre il contatto diretto, bisogna vedersi, toccarsi, ascoltarsi parlare. Questo è fondamentale per la musica. Le associazioni trovano qui a mio avviso la loro prima ragion d’essere. Discutere di questioni educative si può fare, si fa, sul web come sui libri o sulle riviste; persino la musica si può creare o eseguire insieme attraverso il web: proprio come i ragazzi si sfidano a distanza nei loro giochi informatici. Ma una sostituzione secca del contatto fisico con il rapporto informatico potrebbe portare solo a una sterilizzazione del terreno. È qui che un’associazione diventa insostituibile. Non è un caso che quasi a far da contraltare alla sbornia informatica sorgano iniziative ecologiche che vogliono riportarci alla terra e alla nostra primaria condizione di bipedi. Qui un’associazione musicale non può non trovare alleati sul terreno del teatro, della danza, della motricità, prefigurando una sorta di melting pot educativo. I musicisti lo conoscono bene quando abbandonano l’esclusività di un particolare registro stilistico, che sia neoromantico o atonale o puntillistico o minimalista, per un sincretismo che selezioni i registri in funzione dei bisogni espressivi. Qualcosa del genere potrebbe funzionare anche nel campo dell’associazionismo.

Senza dimenticare l’altro melting pot, rivoluzionario tanto quanto lo è la rete: l’arcobaleno etnico generato dai flussi migratori e dalle conseguenti interazioni sociali. L’associazione, il ritrovarsi fisicamente insieme per confrontarsi e vicendevolmente arricchirsi, resta una risposta viva e insostituibile a una delle grandi sfide del mondo contemporaneo. La musica – le etnie musicali del mondo – è un catalizzatore insostituibile di processi interculturali; un agente primario per la creazione di quella città ideale a cui i più illuminati oggi aspirano. Se ne ricorda anche un personaggio chiave del mio romanzo, il giovane allievo Sebastiano, in visita al campo rom:

Quando il capoclan ha sentito che Sebastiano è un musicista, chiama a voce alta Vissalom: gli dice qualcosa, e quello torna subito con la sua fisarmonica. Il giovane Vissalom suona la fisarmonica nei treni e in metropolitana. È ben felice di suonare per lui. Quando ha finito il suo pezzo forte, Sebastiano cerca in tasca qualche moneta, ma il capoclan lo ferma subito:
“Tu nostro ospite. Tu amico. Niente dinari qui.”
Sebastiano aveva fatto un po’ di pratica con la fisarmonica a Pisticci, e Vissalom è contento di fargliela provare. Sebastiano però non si limita a provarla; gli mostra come viene meglio se lega la prima frase con la seconda, così …
“E poi con la mano sinistra quando cambia la frase non restare ancora su questo bottone, schiaccia quest’altro.” Vissalom impara in fretta, e dopo un paio di volte il pezzo è rimesso a nuovo.
“Tu grande maestro.” Vissalom non conosce tante parole italiane come il capoclan. Ma Sebastiano sa che con la musica non c’è bisogno di tante parole per capirsi. Loro due s’intendono benissimo: Vissalom gli fa sentire altri pezzi, e Sebastiano gli mostra come rimettere a posto le imperfezioni. Ora intorno a loro si è raccolta un’intera folla. Soprattutto bambini, ma anche uomini e donne. A Sebastiano costa fatica potersi ritirare. Gli viene in soccorso il capoclan, che fa capire a tutti che l’ospite va lasciato andare.
“Prego, amico. Tornare domenica per nostra grande festa. Portare tuo strumento, fare musica insieme.” Vissalom lo abbraccia forte, da togliergli il respiro. Un codazzo di bambini lo accompagna fino al suo camper, e lo fa sentire un trionfatore.


Stampa   Email