Il Canto degli Italiani

La collazione delle fonti manoscritte e delle varie edizioni dell’Inno di Mameli ha messo in evidenza il progressivo decadimento della fedeltà al testo originale nelle edizioni moderne e nelle trascrizioni per vari organici rispetto alla partitura composta nel 1847 da Michele Novaro.
Un decadimento che ha causato la banalizzazione delle interpretazioni musicali con conseguenti giudizi assai critici e dubbi sull’opportunità di mantenere a questa composizione il ruolo di nostro inno nazionale.
Critiche e dubbi pienamente giustificati: una tradizione inconsapevole e superficiale ha trasformato Il Canto degli Italiani (questo il titolo originale) in una marcia. L’ascoltiamo nelle cerimonie militari, dove ha sostituito la Marcia Reale di Gabetti, accompagnare il passo regolare dell’alfiere che presenta il tricolore e interrompersi bruscamente a qualunque battuta appena il gruppo bandiera giunge alla posizione stabilita.
Ma Il Canto degli Italiani innanzitutto non è una marcia: per usare le parole di Giuseppe Verdi “una musica mal eseguita è come un quadro visto al buio, non si capisce”.
In occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’unità nazionale, la Fondazione Vittorio Bersezio e l’associazione Progetto Scriptorium nel realizzare questo filmato storico musicale intendono illuminare un quadro ricco di profondità prospettica e sfumature coloristiche e far conoscere agli italiani di oggi l’originaria qualità delle parole e della musica di Mameli e Novaro, due italiani ai quali va comunque riconosciuto il merito, fuori da ogni facile retorica, della coerenza e dell’impegno nel perseguire quegli ideali su cui si fonda la nostra Nazione.

Estratto da “I miei tempi” di Vittorio Bersezio

Fu proprio in quelle dimostrazioni, in quell’autunno del 1847, che s’intese per la prima volta in Italia quell’inno del Mameli, musicato dal Novaro, che doveva diventare il canto nazionale italiano. Ed ecco il come. Una sera, nel caffè Calosso, nel primo tratto a sinistra della Via Garibaldi per chi viene da piazza Castello, entrò con passo risoluto ed affrettato un uomo sui trent’anni, di mediocre statura, con una bella testa piuttosto grossetta, un naso risentito, due baffetti neri, capelli alla raffaellesca, occhi vivacissimi. In quel momento, la sua fisionomia, abitualmente animata, aveva un’animazione maggiore, e gli occhi sfolgoravano sotto l’ampia fronte lasciata scoperta dal cappello rigettato indietro. «Amici!» gridò con voce alquanto concitata «ho scritto la musica dell’Inno di Mameli. L’ho finita adesso. Voglio che la sentiate… Venite!» Un’irruzione di applausi salutò quell’annuncio, e subito seguimmo Novaro in dieci o dodici fino alla sua dimora, al terzo piano del secondo casamento di Via Roma, a sinistra di chi viene da Piazza Castello, una stanza non tanto vasta perché l’invasione d’una dozzina di uomini non vi facesse ingombro. Sedette al piano. [….]
La sua voce, che pel teatro era poca, per quella camera riusciva piena e sonora; e l’interno affetto e il sentimento onde era stato ispirato davano al canto un’efficacia di espressione che nulla più. Quando ebbe gettato quell’ultimo grido, quel «Sì!» finale che ha tanta forza e fierezza, scoppiò un vero entusiasmo; tutti ci si strinse intorno al maestro, lo si abbracciò, si baciò, si plaudì, si gridò, si pianse. Si proclamò, è vero, che l’Italia aveva il suo canto. Quel canto bisognava farlo conoscere, diffonderlo. Lo fece l’Accademia Filodrammatica, che aprì le sue porte ai cantori dell’inno del Novaro e al pubblico che doveva giudicarlo. L’effetto fu enorme. Pochi giorni dopo tutta Torino sapeva quel canto, poi tutto il Piemonte, poi tutta l’Italia.

>>> Nel pdf allegato la partitura del canto

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