Corone

Riflessioni al tempo del coronavirus

 

Pensiamo che in questi giorni sia importante condividere alcune riflessioni attinenti l'educazione, la scuola, l'insegnante, i genitori.
Inseriremo i testi via via che ci saranno inviati (cliccare su "Contatti"). Grazie.

Elena Borsotti

LETTERA APERTA AI DOCENTI DA UNA MADRE ANESTESISTA RIANIMATORE IN EMERGENZA CORONAVIRUS

Innanzitutto porgo i miei saluti a tutto il personale docente e ringrazio per il lavoro che sta svolgendo e per l’impegno profuso.
Io sono un anestesista rianimatore e lavoro in Terapia Intensiva con pazienti Coronavirus gravissimi. Tutto il personale sanitario è impegnato a tempo pieno in questa terribile emergenza. E’ una battaglia quotidiana e durissima che richiede uno spiegamento immenso di mezzi e risorse sia umane che materiali e che mette a dura prova sia il fisico che la mente. Alcuni di noi sono già o saranno contagiati. Alcuni di noi non vedranno la fine dell’epidemia. Ma questo è il nostro lavoro e lo facciamo con anima e corpo.
Ma sono anche una madre. La mia unica figlia è una vostra studentessa.
Questa lettera aperta vuole essere un invito a continuare ad esserci, nonché una richiesta di aiuto se non un lascito morale.
Il personale docente ha un ruolo educativo fondamentale, non solo in termini di pura didattica, ma anche e soprattutto nel senso più ampio di riferimento, guida e formazione di individui adulti.Ora più che mai la vostra presenza è fondamentale. Come noi ci prendiamo cura dei nostri pazienti, voi oggi ancor più di prima siete indispensabili nel prendervi cura dei nostri ragazzi, della nostra generazione futura, perché siete chiamati all’arduo compito di contenere i danni psicologici che questa epidemia ha ed avrà sugli adolescenti. Siete i loro compagni di viaggio in questo tempo sospeso.
Nella difficile fase evolutiva di transizione, che è l’adolescenza, caratterizzata di base da profonde incertezze ed insicurezze e dal bisogno di prendere le distanze dalle figure genitoriali, è necessaria la presenza di punti di riferimento adulti solidi e sicuri di cui potersi fidare e con cui confrontarsi. Alcuni ragazzi avranno la fortuna di passare più o meno indenni attraverso questa tragedia perché sapranno reiventarsi; alcuni avranno l’occasione per scoprire parti di sé nascoste. Ma altri invece dovranno confrontarsi con dolorosi lutti, con la perdita, con la mancanza, con lo smarrimento. Voi siete i punti di riferimento in un momento di profonda incertezza sul futuro.
Con il vostro esserci attivamente attraverso il coinvolgimento, la discussione, l’analisi della situazione, la comprensione, il conforto, il supporto, potete favorire quel senso di continuità e sicurezza così necessario in adolescenza.
I nostri ragazzi hanno bisogno di sentirsi soggetti attivi e partecipi in una situazione che purtroppo si trovano a dover subire. Voi siete le figure adulte attraverso le quali questo bisogno può essere soddisfatto. Nel poco tempo in cui io sono a casa, quando non crollo sfinita sul letto, guardo mia figlia, ed attraverso lei guardo tutti gli adolescenti. Per chi è giovane e con una vita di fronte, il concetto della malattia e della morte è qualcosa di molto lontano. Ora la malattia e la morte sono prepotentemente entrate nelle loro giovani vite. Per alcuni solo come parole e paure, per altri purtroppo come realtà e dolore.
Fuori dalla porta di casa, da cui i nostri ragazzi uscivano con gioia e senso d’indipendenza e di libertà, adesso c’è un mostro invisibile, che può attaccare chiunque silenziosamente. In un’età in cui la socializzazione, la frequentazione dei coetanei e la vita fuori dalle mura domestiche sono fondamentali e necessarie, adesso c’è una vita di reclusione domiciliare. Tutte le attività esterne sono precluse. Sulle città incombe un silenzio inquietante ed innaturale. Per molte famiglie la permanenza in casa potrà essere momento di arricchimento e riavvicinamento, per alcune potrà essere fonte di conflittualità e fratture. In questo contesto innaturale alcuni si troveranno oltre che prigionieri anche vittime.
Nei profondi occhi azzurri di mia figlia vedo un’angoscia in più, quella di chi ha uno o entrambi i genitori direttamente impegnati in questa battaglia. Sono occhi privati della presenza parentale, in cui leggo la paura per me quando esco di casa e il sollievo quando rientro, occhi sempre indagatori alla ricerca dei segnali di stanchezza, di tristezza, occhi impotenti alla ricerca della verità nascosta, in uno stato di allerta continuo. Come i suoi, mille altri occhi hanno lo stesso sguardo.
Noi genitori quotidianamente vi affidiamo quanto di più prezioso possediamo: i nostri figli.
Come madre vi ringrazio per la vostra presenza come adulti di riferimento e vi incoraggio nel proseguire il vostro ruolo formativo.
Come anestesista rianimatore il mio cuore al lavoro sarà più leggero sapendo che altre figure importanti si stanno occupando non solo della didattica, ma anche della formazione umana e dell’integrità psicologica di mia figlia e di tutti i ragazzi loro affidati.
Quando questa terribile tragedia che si sta consumando sarà finita, quando si rientrerà alla cosiddetta normalità, i vostri studenti ritorneranno da voi. Ma non saranno gli stessi di prima. Voi sarete fondamentali nell’assisterli nella loro ripresa, fondamentali nell’aiutarli a mantenere la fiducia in loro stessi, a superare le loro angosce, a riparare le loro ferite. Sarete più che mai fondamentali nel compito di continuare a formare adulti solidi.
Grazie di cuore.
Bresso, 25 marzo 2020


Georgia Iaconetti

Riflessione lunga e dolorosa al ventiduesimo giorno di reclusione dalla chiusura della scuola, giorno in cui, per me, si è materializzato l'incubo che ora stiamo vivendo. Sì, stiamo bene, siamo fortunati, abbiamo cibo, tv, comodità ecc. ecc. Sì, siamo fortunati che siamo in 4 e tutti insieme. Ok. Oggi però ho avuto una illuminazione, o meglio, ho visto con occhi diversi una situazione che finora mi era, forse, sfuggita di mano, presa dal mio solito entusiasmo di docente e mamma che mette cuore, pancia, anima e tutto quello che si può mettere in questi due ruoli difficili e spesso sottovalutati anche dai parenti più stretti che vivono con noi. Oggi Diego, solitamente un alunno modello, creativo, corretto a scuola e a casa, compiti sempre fatti in tempo e con entusiasmo, risultati sempre ottimi (mi permetterete un attimo di non modestia dopo 5 anni di primaria con delle maestre STRAORDINARIE), stanco e spento. L'ho trovato, da poco, con le mani tra la testa, gli occhi lucidi, gli occhiali in mano, il cappuccio della felpa in testa, non riusciva ad andare avanti in un problema che, credo, beato lui, in altri momenti avrebbe fatto in poco tempo. Era bloccato, congelato.... e non perché i compiti che gli vengono dati siano tanti... ma proprio perché si è sentito perso di fronte a questa situazione e sopraffatto dai doveri... in un momento in cui i piaceri si sono persi tutti, o quasi. Ho smesso di stare al mio pc, mi sono avvicinata, e l'ho abbracciato. Gli ho detto: basta Diego compiti per oggi, fai una cosa che ti faccia tornare il sorriso, pensaci... e falla. E' andato a chiamare la zia e sento che è in camera che ride. Ho pensato ai miei alunni, quelli diligenti che mi hanno mandato i compiti subito e fatti benissimo, quelli che ancora non mi hanno spedito niente e quelli che li hanno fatti così, tanto per fare o perché non hanno capito bene o forse non hanno testa, voglia, interesse. Ho pensato che non tutti avranno i genitori che li seguono per mille motivi e chi, come Diego, deve subire anche dei caratteri forti ed esuberanti come quelli di sua sorella Bianca. E niente, chiudo il pc e da domani inizio a pensare a come stare vicino a tutti loro, più di quello che ho fatto finora o in maniera diversa... perché la cosa più difficile che dobbiamo sopportare non è lo stare chiusi in casa... ma è il non sapere fino a quando, l'incertezza del futuro, non avere risposte. E se è difficile per noi adulti, figuriamoci per loro.

Roberto Maragliano

Vedo che per molti, ma non tutti!, il problema più grosso che incontra la didattica della diversa presenza è come valutare, cioè dar consegna, correggere, interrogare, produrre voto. La mia idea in proposito è molto semplice, direi drastica. La valutazione individuale in questa fase è un problema di sistema. Dunque la sua soluzione non può essere scaricata, allo stato attuale, sui docenti. Non perché sia un compito gravoso, quello di trovare ad esso una soluzione. Ma perché non compete loro, ai docenti, almeno in questa situazione, che è di emergenza non amministrativa ma psicologica ed esistenziale (e che se gestita malamente potrebbe diventare di emergenza legale). Cosa fa un docente decente, in tali urgenze? Fa l'educatore (ahi ahi, così almeno i Galli della Loggia la smetteranno di prendersela con la pedagogia progressista e se la prenderanno con il coronavirus, nemico ben più potente e insidioso). Il docente decente, in tempo di guerra, si preoccupa soprattutto e si occupa prima di tutto di tre cose: tenere o costituire in tutti i modi la comunità di classe o di scuola o di quel che volete, comunque un luogo dentro il quale ci si senta al riparo dalle angosce, o anche soltanto dai disagi e dalla noia (docenti e studenti, ovviamente); fare in modo che dentro quella comunità la cultura intesa come ricerca, selezione, aggregazione, produzione di conoscenze supportate da idee costituisca una positiva risorsa per non essere travolti dalla realtà, e si traduca in un qualcosa che possa essere ricordato, nel futuro, come un'occasione di serenità, confronto, realizzazione (dunque, una salutare distrazione); verificare giorno per giorno che il progetto funzioni, nel suo complesso, che dunque la comunità operi (la comunità, ripeto: dunque non la somma dei singoli studenti cui aggiungere il docente). Si lasci ai responsabili politici e amministrativi il compito di decidere cosa e come e quando valutare in tempo di guerra, non fosse altro perché si salvaguardi il principio (fondamentale neh!) dell'adempimento formale. Ma soprattutto non lo si scarichi sui ragazzi. Se vogliamo che tornino a scuola con un po' di fiducia, condivisa da noi, sul futuro loro e su quello della scuola stessa. Ops, non ho detto niente a proposito di tecnologia!

Preside della provincia di Bergamo

Scusate. A me la didattica a distanza si è inceppata, avvitandosi su se stessa dopo un'iniziale e scoppiettante partenza. Non sono stati problemi tecnici a farla implodere, e nemmeno forse quelli legati ai limiti culturali o strumentali di alcune famiglie. E' stato proprio il virus. Un virus che qua ... ha falciato nonni, madri e padri in quasi tutte le famiglie dei miei studenti e dei miei docenti. Un'ecatombe. Da qui il crollo psicologico, il dolore chiuso dentro le case che rimbalza senza poter uscire, nemmeno via web. Un dolore che annulla ogni voglia di pensare al "dopo".Qui nessuno canta sul balcone. Qui nessuno si sente tra i "salvati". Insomma, il terrore, la depressione, lo smarrimento hanno fortemente influenzato l'iniziale slancio didattico e tutta la buona volontà degli insegnanti e degli alunni. Dovrò lavorare su questo, adesso, e non sui device o sugli aspetti tecnici. E non so da che parte cominciare... perchè non ne sono capace.

Alessandra De Chirico

Chiedi Pedagogia... Nuova.

Non sono attrezzata. Con questo piccolo mezzo posso scrivere e sai una cosa? Non so come mai possa succedere, non ne capisco le meccaniche, la fisica ecc. e quindi impossibili da comprendere. Il mistero permea ogni cosa ed è la forza e bellezza della vita. Ma non è questo che volevo dirti. Sì può resistere? Per me si deve resistere con tutta la forza che si ha. Siamo dipendenti da questo mezzo e ne siamo consapevoli ma ora pare l'unico mezzo per comunicare: una dipendenza obbligata!
Quale pedagogia? Solo fra mezzi meccanici e tecnologici? Se anche noi siamo tecnologia e meccanica bisognosi di energia ci dobbiamo chiedere cosa vogliamo diventare, se abbiamo un'energia possiamo  capire i limiti del suo uso? Provare se si può a dire: questi limiti non li voglio superare. E pazienza se si "guadagna" un anno senza classi di scuola, se non perdiamo la possibilità di ricrearci utilizzando la tecnologia riflettendo su ciò che si vuole che diventiamo.
L'insieme di cui tu sei stato un continuo promotore con la musica a scuola deve diventare un insieme solo in video?
Per me no. I ragazzini dovevamo lasciarli soli. Affinché capissero la morte dei mezzi informatici e invece ora siamo solo quello!
Cerco di difendere la scuola dalla didattica a distanza: non la faccio. Ho dato qualche compito: da scrivere diari a mano sul quaderno, passeggiare intorno a casa e disegnare le strade intorno a casa, stare al sole e alla luce, scrivere la storia familiare.
Se li abituiamo al video al PC al cellulare noi insegnanti  non serviremo più. Forse non siamo mai serviti: ho imparato da loro più di quanto abbia insegnato. Da casa nessuno è obbligato a fare niente. L'uso di questo mezzo è un'opzione che si può rifiutare.
Per me senza questo mezzo non saremmo arrivati neppure a questo totalitarismo di ogni momento della nostra vita. E' un'influenza. Ma l'influenza maggiore è che muoriamo come topi nelle nostre case davanti a un video. Ci denunciano se andiamo a fare una passeggiata quando ogni medico prima ti diceva di camminare, di prendere sole per la salute.
L'immunità di gregge appare senza compassione per le persone anziane, eppure noi viviamo da molto in un mondo che ha messo i vecchi nei ricoveri per vecchi invece di tenerli a casa, che ha inneggiato alla rottamazione dei vecchi politici, che li ha presi in giro tanto, che non li ha veramente rispettati, che non li ha più ascoltati, se non in casi eccezionali. Tutto è assurdo. La medicalizzazione del mondo è per me ciò che ci farà morire dentro e fuori, ma lentamente. In questi giorni penso alla gravidanza che è stata completamente medicalizzata: per me mia madre non vide neanche un medico mentre la mia generazione... Non sto a tediare di più su questo argomento che mi sta a cuore perché  il curare ha preso una via che non comprendo più.
Spero che siano buone le conseguenze, visto che si dice che nessun male viene per nuocere: anche per ciò  che è la scuola, un'istituzione che può decretare la sua fine nei video e nella tecnologia o rinnovarsi riabbracciandoci, danzando, cantando, suonando, usando le mani.
Umani:  c'è dentro la parola mani, ma non le usiamo più. I ragazzi usano i pollici per digitare! Si potrà tornare ad essere u-mani?
Scusa se sono un brontosauro, destinato ad essere estinto dai tirannosauri. Un caro saluto.

 

Marco Bricco

Sono d'accordo con Enrico Strobino. Non ho la prospettiva dell'insegnante di classe. Ho quella di chi frequenta la scuola, dagli asili nido alle superiori, per fare teatro e musica. E' una prospettiva forse diversa, forse complementare, forse osmoticamente la stessa, solo spalmata sulle varie fasce d'età. Ma vedo tante volte che il nodo è proprio in quella quotidiana alchimia da creare tra "insegnante" ed "educatore". Per mille ragioni, vere o presunte, si dimentica troppo spesso il secondo aspetto, travolti dalle ansie di finire i programmi o dai mille rivoli della burocrazia. Vedo che tante volte nella scuola si rischia di perdere il senso profondo della relazione. E non solo tra insegnante e allievo, ma anche tra insegnante e insegnante, tra insegnante e dirigente, per non parlare poi della relazione tra scuola e famiglie. Non credo siano dieci LIM o computer in più a rendere più moderna e al passo con i tempi la scuola di oggi. Credo che la scuola debba ricostruirsi come una nuova agorà; come un'occasione vera di relazione - anche in senso strettamente sensoriale - tra persone che condividono, con ruoli e compiti differenti, un cammino di crescita nello stesso tempo educativo e cognitivo. Non so, spero che questo tempo, quando gli arcobaleni di carta saranno nei cestini e i balconi saranno di nuovo vuoti e silenziosi, possa aiutarci a guardare oltre, per recuperare un sano e vitale umanesimo che ci accompagni verso un nuovo rinascimento. E per riaffermare una volta di più quanto si può fare con i bambini, scrivo un pensiero poetico fatto proprio sul tema della morte da una classe terza primaria (8-9 anni), finito poi nello spettacolo teatrale finale: "La morte è la fine. È come un cieco che non ci vede. È come un confine che da un mondo porta a un altro mondo, che da una vita porta a un’altra vita. Uno spazio vuoto pieno di malinconia. Esprime tristezza per un momento, ma poi va tutta via con leggero vento. La morte è un urlo di dolore, è rovinarsi la vita.
Divide le persone, la morte. Morte perché esisti?".

Luca Chieregato

L'ORA DI FANTASIA

In sogno ho visitato la scuola del futuro. Somiglia alla nostra: coi banchi, le aule, i disegni sul muro. Ci sono ancora le materie, i bidelli e i professori ma insieme alla matematica, alla storia e alla geografia nei programmi del futuro hanno inserito la Fantasia.
Il professore non entra, ma esce, e a volte parla ai ragazzi la lingua del pesce. Fa lezione in silenzio, o in piedi sulla cattedra, ogni tanto si tuffa di sotto e ogni giorno presenta agli studenti qualcosa di rotto.
Come lo aggiustiamo? Chiede ai ragazzi.
Un giorno a rompersi è il ginocchio, poi è la volta dell’astuccio, del cancellino, dell’uovo nel tegame; ogni tanto si rompe l’amicizia, la speranza, o magari si rompe un legame.
Come aggiustiamo l’amore? Domanda il professore.
E gli allievi provano, inventano, formulando ipotesi e fantasie… in quell’ora magica, capita che le verità si travestano da bugie. Se non sapessi che è l’ora di Fantasia, direi che somiglia a un laboratorio di falegnameria.
Il giorno dopo il prof entra cantando, poi sottovoce grida: ora vi domando! Da dove comincia il tutto? Come si digerisce un lutto? Come si fa a cucinare la pace? Come scopri che cosa ti piace? Gli studenti ascoltano, e nessuno può rispondere prima di aver contato fino a piove.
Fino a piove? E che numero è?
Nessuno lo sa, dice il professore, è questa la specialità. Aiuto i ragazzi a disegnare mondi immaginari, futuribili scenari, universi pericolosi e mondi meravigliosi, a inventare soluzioni, a giocare con le domande, così ognuno di loro esce da qui un po’ più piccolo e un po’ più grande. A questo serve, dice lui, la fantasia. A immaginare diversa la vita: la tua, la mia. A vedersi nuovi, a disegnarsi più alti, a diventare capaci di piangere, a saltare senza salti, a saper perdonare gli altri, a nuotare sul divano, a essere vicini da lontano, a imparare ad avere paura, a pregare anche senza Dio, ad avere il coraggio di dire: io non sono solo io.
Ho incontrato i ragazzi, a lezione finita, e mi hanno detto: oggi abbiamo provato a svitare la vita! E dopo averla svitata, l’abbiamo guardata da vicino, giorno per giorno, istante per istante, e quando l’abbiamo riavvitata era più… più…
… era più?
Ma poi è suonata la campanella, e gli studenti sono volati via; anche nella scuola del futuro i ragazzi corrono nei corridoi, belli e fragili come gli eroi.
Il giorno dopo, sempre in sogno, ho assistito all’interrogazione: la cosa più sorprendente è che nell’ora di Fantasia il prof viene interrogato dallo studente!
Da dove arriva la fantasia? Gli ha domandato una ragazza vestita di blu. Lui, da vero filosofo, le ha detto: dimmelo tu. E lei ha risposto: dal fatto che la vita non è come vuoi tu, e così te la inventi. Il prof. di Fantasia le ha sorriso: non avrei saputo dirlo altrimenti. Voto: centoventi!
Come, centoventi?!
Eh, già. La Fantasia ha voti fantastici: alcuni sono colori, altri sono numeri a caso, altri sono lievi buffetti sul naso. Sul quaderno della ragazza blu c’era persino un voto che aveva la forma del fiore di loto. Era un voto profumato, e annusandolo… mi sono svegliato.
Che sogno, che scuola di matti, che follia… l’ora di Fantasia!? La Fantasia come materia! O forse la materia come fantasia, direbbe il professore.
La studierei per ore. Mi piacerebbe imparare a contare fino a piove. O magari proverei ad aggiustare l’amore, magari. O forse cercherei di trasformare i miei pensieri, quando si fanno troppo funesti.
E tu, all’ora di Fantasia, che cosa chiederesti?

Enrico Strobino

SE FOSSIMO A SCUOLA

Stamane mi sono svegliato con questo pensiero in testa.
E se fossimo a scuola?
Se per qualche misterioso motivo le scuole fossero rimasti gli unici luoghi sicuri, gli unici anfratti protetti, in cui il virus non avesse potuto entrare ed attaccare?
Se per un puro gioco del se, la scuola avesse potuto continuare ad esistere, ad accogliere, a riunire, davvero noi avremmo continuato a fare come se nulla accadesse fuori, come se nulla accadesse intorno, nel mondo reale, davvero avremmo continuato a fare le nostre “lezioni” e a dare i nostri “compiti” come se niente fosse?
Davvero avremmo continuato a entrare in prima A ognuno per conto suo, ognuno pensando alla “sua classroom”, andando avanti con il programma, come da libro di testo?
Perché è questo, mi pare, che sta accadendo.
Mitighiamo, mi sembra che stia accadendo soprattutto questo.
La scuola che difende se stessa, che difende la sua parte meno creativa, la sua identità più trasmissiva, mascherata dall’uso di tecnologie che assolda come scudi che le consentono di rimanere in vita, costi quel che costi.
Mi rattrista questa scuola, perché la scuola è da quasi quarant’anni la mia seconda casa.
Sì, perché faccio di mestiere l’insegnante, che prima e soprattutto dovrebbe essere educatore.
Ma allora davvero dobbiamo continuare sulla strada imboccata?
Davvero dobbiamo passare le giornate a imparare ad usare “le nuove tecnologie” per salvare i compiti dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze?
Davvero dobbiamo pensare a questo inesistente “programma”?
Possiamo cambiare programma?
Penso che la scuola in questo momento dovrebbe cercare le strade per “prendersi cura” dei propri figli, dei nostri figli, che vuol dire osservarli, ascoltarli, accompagnarli.
Dovrebbe farlo, certo, usando le tecnologie.
Ma le tecnologie non sono neutre: possono essere usate per diverse finalità.
La scuola dovrebbe in questo momento saper essere più che saper fare, dovrebbe ripensare il suo lessico, le sue parole chiave, cercandole in una visione pedagogica che ponga al centro le visioni della crisi e del possibile.
Soffro ogni giorno nel vedere questa proliferazione di didattica e di didattiche: è di pedagogia che abbiamo bisogno!
Come la scuola può affrontare la paura?
Sì perché i nostri figli e le nostre figlie in casa oggi respirano paura, la paura di noi genitori, dei nonni, dei telegiornali, della televisione.
Andrà tutto bene, diciamolo e disegniamolo certo, esponiamolo alle nostre finestre e condividiamolo nelle nostre bacheche virtuali; ma vogliamo anche pensare che nulla sarà come prima? Possiamo provare ad immaginare a come sarà il mondo dopo? Cosa sarà peggio? Cosa sarà meglio? Oh sì, certo, perché sono sicuro che molte cose saranno anche meglio. Ma quali ad esempio?
Andrà tutto bene, sicuramente, ma vogliamo parlare un poco di morte? Perché stanno morendo a migliaia là fuori. Lo so che succedeva anche prima, in altri posti del mondo e che continua a succedere per cento altre ragioni che non sono il virus, ma i nostri figli e le nostre figlie lo vivono sulla loro pelle solo ora, lo respirano ora, ogni santo giorno.
E la scuola cosa fa? Continua a restare chiusa, a fare video lezioni in cui si va avanti a studiare Carlo Magno e a esercitarsi con le espressioni di primo grado.
Possiamo invece chiederci come le tecnologie possono aiutarci a “prenderci cura” di figli e figlie?
Da insegnante di Musica da qualche giorno mi chiedo quale possa essere l’effetto di vivere in una città in cui le impronte sonore sono diventate le sirene delle ambulanze, trasformate da suono eccezionale a paesaggio sonoro spaventosamente familiare. Non lo so, vivo in collina e il mio paesaggio sonoro non è cambiato quasi per nulla.
Se fossimo a scuola, invece, quel suono continuerebbe ad entrare, volenti o nolenti, scavalcherebbe i recinti, trapasserebbe le mura, i registri, i computer; e disturberebbe, in un modo assordante, tutto ciò che avremmo voluto fare, seguendo il nostro libro di testo.
E ci cambierebbe.

Mirio Cosottini

LA DIDATTICA IN ASSENZA

La didattica a distanza è una forma di didattica in assenza, in particolare il rapporto fra docente e alunno non è mediato dal corpo e dalla sua fisicità. È di questa assenza che dobbiamo discutere, della sua possibilità e della sua eventuale efficacia pedagogica. E’ possibile una didattica a distanza? Cosa significa annullare l’interazione corporea nei processi di apprendimento?
Ogni apprendimento si concretizza in una data situazione emotiva. La mancanza di interazione corporea inibisce l’instaurarsi di una relazione emotiva fra docente e alunno. Il corpo è il primo veicolo di stati d’animo e di emozioni, esse si rendono visibili nel corpo e si manifestano poiché “prendono corpo” appunto. Il delinearsi di una data tonalità emotiva in cui coltivare curiosità e motivazione nell’alunno diventa difficile se viene meno la fisicità, elemento nel quale le pratiche e i significati si racchiudono (come posso imparare ad attaccare un suono con veemenza se non vedo il respiro e il movimento del maestro che incarna con il corpo e con i gesti il significato di “veemenza”?). Domandiamoci se inviare un emoticon tramite un sistema di messaggistica sia sufficiente per creare un determinato clima emotivo nell’alunno. L’emoticon suggerisce uno stato d’animo, ne vuole essere la sintesi descrittiva (stereotipata per altro), ma non induce o non inclina l’alunno verso quella tonalità emotiva. Entrare in un’emozione è un processo che richiede un accompagnamento, il tempo affinché docente e alunno vi si trovino dentro, non scatta alla vista di un emoticon.
Ogni apprendimento è un comprendere. Ma la comprensione è un afferrare la rete di sensi che è il mondo, non è semplicemente un fatto mentale, ma un’incessante apertura e chiusura di possibili sensi che si costituiscono fra soggetto e mondo. Essere nel mondo è essere in relazione con gli altri. In che senso? Non semplicemente un comunicare pensieri (in forma verbale o visiva), ma un avere a che fare con le cose del mondo, lavorarle, trasformarle, ottenerle. Un gruppo di musicisti lavora un brano, non lo esegue semplicemente, e nell’interazione prossimale dei corpi vi è la comunicazione, la condivisione e la pratica dei significati. Così il docente con l’alunno deve negoziare i significati, viverli assieme, metterli in gioco, trasformarli. La distanza indebolisce la valutazione formativa, ovvero l’atteggiamento di cura che il docente ripone nell’agire dell’alunno, nelle sue scelte, nelle sue reazioni emotive. Il docente è con l’alunno nel processo di apprendimento, non è altrove, in qualunque senso lo si intenda; e in ciascuno di questi sensi l’altrove è un indebolire la relazione educativa. E’ chiaro che l’essere con non vuol dire necessariamente essere insieme fisicamente, o condividere lo stesso spazio fisico. Nella relazione educativa però la spazialità è l’originaria condizione dello stare assieme e di conseguenza dell’apprendere assieme. Vedere, toccare, ascoltare, elementi legati indissolubilmente alla fisicità e alla fisicità dell’altro. La relazione educativa implica una comprensione del mondo e allo stesso tempo una relazione con gli altri: «Avere una comprensione del mondo implica, strutturalmente, essere in relazione con gli altri. Non è possibile comprendere l’utilizzabilità degli oggetti senza essere già in relazione con gli altri, senza vedere come gli altri usano qualcosa, e quindi non si può essere nel mondo senza essere, nello stesso tempo, con gli altri». E più oltre «Non è la comunicazione a rendere possibile l’essere insieme e la trasmissione dei significati» (V. Costa, Fenomenologia dell’educazione e della formazione, Editrice la Scuola, 2015). In sostanza, il significato di un oggetto non è un semplice contenuto mentale ma un insieme di rimandi di senso che non può prescindere dalla praticità dell’esperienza e non può essere semplicemente “veicolato” o comunicato, qualsiasi mezzo e sistema di comunicazione si prenda in considerazione, per essere appreso.
Fare didattica a distanza è in ogni caso un indebolire la relazione educativa, in alcuni casi un tentativo di mitigare la mancanza di fisicità per mezzo di simulazioni (come nel caso dell’utilizzo della video-lezione live o della video-lezione registrata) e dunque un’implicita ammissione di impotenza della didattica a distanza stessa. A questo riguardo sarebbe interessante riflettere sui pericoli insiti in una relazione educativa basata sulla simulazione (un professore a video, un professore virtuale, un professore computer, ecc.), come ad esempio la dissimulazione, o la finzione emotiva che un alunno potrebbe coltivare in un tale contesto.

Il senso dell'emergenza

Paradosso o impotenza, la didattica dell’assenza è ciò che dobbiamo praticare. Che si utilizzi un messaggio di testo via email oppure un’immagine, o una videolezione, ciò che arriva all’alunno è il riverbero di un’attività, di una relazione, di un pensiero. In questo contesto i ragazzi devono lavorare ma dobbiamo anche farli lavorare sul SENSO di questa esperienza. Proviamo a suscitare in loro una serie di domande, come ad esempio qual è l’atteggiamento che un alunno prova di fronte a una videolezione, cos’è che (al di là del contenuto trasmesso) la rende un’esperienza educativa; come si modifica il passare del tempo rispetto alla normale esperienza scolastica; cosa significa non avere accanto i compagni di classe? Quali sono (nella didattica in presenza) i momenti in cui ti relazioni con i compagni e perché? Questi momenti erano indispensabili alla luce di questa emergenza? Ti mancano? Perché? Cosa significa non avere l’insegnante accanto con cui scambiare uno sguardo, interagire, chiedere consiglio? Non si tratta di drammatizzare una situazione, di appesantire la giornata dei nostri ragazzi, ma di suscitare attraverso le discipline scolastiche l’urgenza di porsi domande che vanno a modificare, a selezionare, a migliorare, la comprensione e l’esperienza educativa attuale. Facciamolo con leggerezza, ma proviamoci. In questo momento possiamo tutti riflettere su ciò che sta accadendo, anche per poco tempo, facciamo un disegno che fotografa uno stato d’animo, guardiamo intorno a noi e fermiamoci a contemplare ciò che ci colpisce, ascoltiamo i suoni che ci circondano e cogliamo le loro caratteristiche, il paesaggio sonoro in cui siamo immersi adesso. Quali gesti caratterizzano la nostra giornata, sono gli stessi di sempre, oppure ne facciamo altri. Come sto vivendo la mia abitazione ora che devo passarci la gran parte del tempo, c’è un luogo dove posso rifugiarmi e ascoltare il silenzio? Queste domande sono importanti per i nostri ragazzi ma lo sono anche per noi, insegnanti e alunni che devono temporaneamente ridefinire le loro abitudini e convinzioni. Cerchiamo di essere, noi e i ragazzi, creativi. La creatività cura la solitudine e l’inazione, apre al mondo e alle sue possibilità, riporta la vita al vivere, ovvero al SENSO di questa emergenza.

 

Enrico Strobino

FAI UNA PROPOSTA!

“Eh si, facile criticare, allora fai una proposta!”
Questo il senso di alcune risposte al mio post di ieri.
È giusto, giustissimo, occorrono delle proposte, fatto salvo il fatto che criticare dall’interno significa quasi sempre fare autocritica, esercizio che trovo sempre molto utile.
Ed è anche vero che esiste l’altra faccia della luna, come molti commenti ieri hanno rivendicato, con forza e determinazione.  Anche questo è sicuramente vero!
L’ho pensato anche io durante la mattinata, a partire da una bella chiacchierata telefonica con la Dirigente della scuola frequentata da mia figlia (I.C. Andorno Micca, BI): quanta energia, quanto amore, quanto tirarsi su le maniche e mettere le mani in pasta, fra gli insegnanti che tirano e gli altri che tentano di stare al passo, altri ancora che arrancano ma cercano aiuto e piano piano arrivano anche loro, e ce la fanno. E quanta responsabilità a cercare di coordinare tutto questo, quanta fatica e quanti dubbi. E quanto ascolto.
E poi nel pomeriggio, quando mia figlia ha le prime due videolezioni con due professoresse: inglese alle due del pomeriggio e italiano alle sei.
Confesso, ho origliato: sì mi sono accostato qualche volta alla porta della sua cameretta e ho ascoltato le voci. Ed era bello.
Ho pensato che è importante in questo momento che si riascoltino le voci, che si rivedano i visi, non importa che lezione sia o se la maggior parte del tempo si passa a sistemare il collegamento, a imparare a disinnescare l’audio e altre diavolerie tecnologiche.
Le voci che escono dalla camera di Emma sono affettuose e attente, fra le altre ancora di più lo sono quelle delle professoresse: grazie colleghe perché lo sappiamo bene, è dalla voce che inizia il “prendersi cura”. E Emma era contenta.
Ed è anche vero ciò che mi fa notare il mio amico Roberto Agostini: le “storture” didattiche che emergono ora non sono dovute alla DAD (Didattica a distanza): esistevano anche prima, nella DDV (Didattica della vicinanza)!
Ma allora, questa proposta?
Non è una mia idea, la rubo ad un amico musicista e pedagogista, Mirio Cosottini, che sempre nel pomeriggio di ieri ho avuto il piacere di leggere (vedi il suo intervento completo sopra).

Paradosso o impotenza, la didattica dell’assenza è ciò che dobbiamo praticare. Che si utilizzi un messaggio di testo via email oppure un’immagine, o una videolezione, ciò che arriva all’alunno è il riverbero di un’attività, di una relazione, di un pensiero. In questo contesto i ragazzi devono lavorare ma dobbiamo anche farli lavorare sul SENSO di questa esperienza. Proviamo a suscitare in loro una serie di domande, come ad esempio qual è l’atteggiamento che un alunno prova di fronte a una videolezione, cos’è che (al di là del contenuto trasmesso) la rende un’esperienza educativa; come si modifica il passare del tempo rispetto alla normale esperienza scolastica; cosa significa non avere accanto i compagni di classe? Quali sono (nella didattica in presenza) i momenti in cui ti relazioni con i compagni e perché? Questi momenti erano indispensabili alla luce di questa emergenza? Ti mancano? Perché? Cosa significa non avere l’insegnante accanto con cui scambiare uno sguardo, interagire, chiedere consiglio? Non si tratta di drammatizzare una situazione, di appesantire la giornata dei nostri ragazzi, ma di suscitare attraverso le discipline scolastiche l’urgenza di porsi domande che vanno a modificare, a selezionare, a migliorare, la comprensione e l’esperienza educativa attuale. Facciamolo con leggerezza, ma proviamoci. In questo momento possiamo tutti riflettere su ciò che sta accadendo, anche per poco tempo, facciamo un disegno che fotografa uno stato d’animo, guardiamo intorno a noi e fermiamoci a contemplare ciò che ci colpisce, ascoltiamo i suoni che ci circondano e cogliamo le loro caratteristiche, il paesaggio sonoro in cui siamo immersi adesso. Quali gesti caratterizzano la nostra giornata, sono gli stessi di sempre, oppure ne facciamo altri. Come sto vivendo la mia abitazione ora che devo passarci la gran parte del tempo, c’è un luogo dove posso rifugiarmi e ascoltare il silenzio? Queste domande sono importanti per i nostri ragazzi ma lo sono anche per noi, insegnanti e alunni che devono temporaneamente ridefinire le loro abitudini e convinzioni. Cerchiamo di essere, noi e i ragazzi, creativi. La creatività cura la solitudine e l’inazione, apre al mondo e alle sue possibilità, riporta la vita al vivere, ovvero al SENSO di questa emergenza”.

Ecco, usiamo (anche) i collegamenti in questa direzione “metacognitiva” (ma anche affettiva, calda, riflessiva, autovalutativa): mi pare una bellissima proposta!
Magari registriamo la discussione fra un’insegnante e i ragazzi, anche solo l’audio, anzi, consiglio di registrare esclusivamente l’audio. Poi questo documento potrebbe anche girare: il dibattito di una classe fatto ascoltare ad un’altra classe, come in una sorta di RADIO SCUOLA! In questo modo le varie “classroom” non sarebbero più mute ma si riempirebbero anche di voci.
E se facessimo veramente una RADIO?
Ma qui mi fermo, questa è già un’altra idea.
E anche questa non è mia ma di Matteo Frasca e dell’Associazione Matura Infanzia e Circolo Gianni Rodari, e già sperimentato a Roma e in altre parti d’Italia.

Felicia Leone

In questi giorni di isolamento,
in cui siamo costretti a rimanere a casa,
non mi preoccupo se i miei figli
non svolgono i compiti assegnati, non mi importa della scuola.

Non mi affanno a scaricare loro
le schede online, le letture, i ripassi,
l’elenco delle operazioni.

Non aspetto che gli insegnanti si attivino
in lezioni a distanza, mi è indifferente,
anche se quest’anno i programmi scolastici
probabilmente si fermeranno a febbraio.

Non mi rammarico di quanto i miei figli possano rimanere indietro.
Indietro a che cosa?
È un tempo questo che gli insegnerà altro,
ciò che non troveranno in nessun libro.

Impareranno a confrontarsi con la vita, quella vera.
A seguire l’unico programma che non è mai lo stesso,
che è pieno di fatti imprevedibili, di interrogazioni che ci trovano impreparati,
di lezioni nuove.

Impareranno il rispetto di se stessi e degli altri,
che significa adattarsi a nuove regole e rimanere a casa.
A gioire del calore e della vicinanza delle persone care,
perché per molti, ora, anche questo non è scontato.

Impareranno ad adattarsi a queste ore dilatate,
a confrontarsi con la noia,
che riempiranno delle loro riflessioni.

Sapranno che c’è chi è solo, davvero, e questa solitudine
si aggiunge a quella che ha da tempo nel cuore.
Sapranno di chi non ha una casa,
un posto in cui sentirsi al sicuro.

Impareranno a godere del silenzio di queste stanze,
che è solo quiete,
tanto lontano dal silenzio di angoscia
di una stanza d’ospedale.

Impareranno ad apprezzare quello che hanno,
ora che non ci sono nuovi giochi o vestiti
e cose nuove da comprare.

Impareranno ad accontentarsi di mangiare quello che c’è,
per non sprecare, perché bisogna uscire poco,
perché c’è chi neanche ha la forza di andare a fare la spesa
e non ha nessuno da chiamare.

Impareranno a farsi crescere dentro la forza
di dire “andrà tutto bene”,
quando tutto nel mondo sembra gridare il contrario.

Impareranno a farsi adulti,
ad accogliere una maturità
che non viene dallo svolgere bene le operazioni,
da come si scrive, come si legge, come si pronuncia o si riassume.
A studiare una lezione che dice che la vita, a volte, si blocca,
si rivolta su se stessa e non ha più nome.

Impareranno a capire che c’è un momento per fermarsi,
prendere il respiro, raccogliere le forze,
e soffiare sulla speranza, forte,
come sui denti di leone.

(il testo di Felicia Leone è tratto dal suo blog: https://profumodifigli.com/il-coronavirus-i-bambini-e-la-scuola/)


Stampa   Email