Viaggio di andata e ritorno. Omaggio a Tiziano Terzani.

Uno di quelli che compro sempre quando ho bisogno di qualcosa che mi tenga lontana dalla mia, per quanto amata, frastornante musica.
Lontana dunque, dai miei allievi di canto, dai saggi, dai repertori…da tutto ciò insomma che maggiormente assorbe la mia mente durante l’inverno.
Era indubbiamente troppo tardi la sera che mezzo assonnata sentii parlare in tv di questo suo libro.
Averlo acquistato quattro mesi dopo rivelava tuttavia una misteriosa, tenace curiosità, seppur accompagnata da una vaga idea dell’argomento trattato.
Notevole forza la sua, quella di portare a spasso la propria anima tra le diverse culture orientali, utilizzando un corpo appesantito da una imperdonabile malattia, nel tentativo di riscoprirne la naturale leggerezza.
Come non mai nelle vesti di un inviato speciale, affronta un viaggio, in un continuo gioco di “andata e ritorno” tra occidente e oriente, portando questa volta la testimonianza di sé stesso.
Tra “andate e ritorni”,Terzani incontra quei segreti di culture millenarie spesso occidentalizzate, ridotte talvolta, ad uso e consumo di pratiche e facili ricette di benessere. Egli ne scopre la chiave d’accesso, intervistandoli nelle sue quotidiane esperienze e lasciandoli semplicemente scorrere in un saggio silenzio.
Nel tentativo, in quel distratto acquisto, di allontanarmi da argomenti musicali, non avevo il benché minimo sospetto di quanto ne sarei stata invece totalmente immersa.

Da quel baratro…sentii venire finissimo il suono di un flauto.
Mi fermai.
Quel suono mi parlava.
E io che non sono mai stato particolarmente commosso dalla musica mi sentii sul punto di piangere: quel flauto, forse un pastore lontano, faceva vibrare una mia corda.
Rimasi in ascolto.
Poi, come tutto, forse come il vento aveva cambiato direzione, anche quel suono cessò.
Mi mancò moltissimo.
Allora usai la mente per risentirlo.
A volte quel flauto suona ancora dentro di me.
Lo sapeva bene Basho, il samurai divenuto eremita e poeta di haiku, che scrisse:
Il gong del tempio s’è taciuto.
Ma il suono continua a venire dai fiori.

(Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra, pag 532)

Viaggiando con Terzani, ho scoperto tra i mantra, ed altre esperienze simili, quanto nelle culture orientali il canto sia esperienza fondamentale, parte integrante di molte pratiche rituali.
Essendo io una cantante e un’ insegnante di canto moderno, non potevo non rimanerne affascinata.
La spinta più forte che possiedo nell’affrontare l’insegnamento del canto moderno soprattutto con gli adolescenti, è quella di creare semplici incontri musicali che possano interagire con la complessità dell’ ”essere cantante”.
Il desiderio è quello di riuscire a toccare quella corda emotiva giusta che ne riveli, attraverso la dimensione del piacere, l’identità sonora, rendendola libera (per quanto possibile), da stereotipi sociali creati talvolta da condizionamenti mediatici
Al di là dei vari percorsi che la mia creatività può tracciare, il mio non facile obiettivo è quello di creare le condizioni per poter affrontare il “gioco di andata e ritorno”.
L’idea di viaggio rimanda (nelle nostre categorie mentali) a quella di un luogo di partenza: la nostra casa, la nostra città, il nostro ambiente…, un luogo insomma in cui poter tornare, sistemare le valigie, trovare un posticino per eventuali souvenir, magari invitare gli amici per raccontare l’esperienza vissuta.
Qual è dunque il punto di partenza di un “essere cantante”?
Ritengo che, ciascun individuo riveli una mappa di caratteri sonori che talvolta non ha niente a che vedere con il genere, lo stile musicale scelto o le tecniche vocali acquisite.
Per un osservatore/ascoltatore attento ciò che può aiutare a rilevare una mappa di caratteri sonori è la combinazione e la relazione di diversi fattori : anzitutto la motivazione che può spingere, per esempio un allievo ad affrontare un corso di canto moderno, la postura, la scelta delle risonanze, delle timbriche, delle altezze e quant’altro la voce umana possa esprimere.
Si tratta di allenarsi ad osservare quei piccoli elementi visivi e sonori che possano rivelare la percezione che il cantante ha del proprio spazio sonoro in relazione alle motivazioni, al proprio corpo e al proprio suono.
E’ il “qui ed ora” di ogni essere cantante, è indubbiamente il punto di partenza ma anche il più importante viaggio che l’individuo può compiere.
In che modo allora offrire l’invito, il biglietto, per questo importante viaggio?
Nella mia semplice esperienza, individuo quei percorsi che facilitano il desiderio di conoscere ed esplorare il proprio “essere cantante”. Si tratta di creare le condizioni affinché il suono prodotto (andata) diventi, per il cantante stesso, anche oggetto d’ascolto (ritorno). La situazione di circolarità che si crea nell’evolversi delle consapevolezze, diventa un’importante occasione di crescita.
Chi ha avuto l’occasione anche per una sola volta (lo dico soprattutto come cantante), di fare questa meravigliosa esperienza, difficilmente può farne a meno.
Si diventa assidui viaggiatori alla ricerca di sonorità inesplorate, non solo nelle proprie potenzialità ma anche in altri possibili ambienti sonori.
Esplorare, nell’ascolto e/o produzione, sonorità lontane dalla nostra cultura, dai nostri stili musicali, nulla toglie alla propria identità musicale altresì arricchita se coinvolta in un divertente gioco di “andata e ritorno”.
Per concludere
L’acqua non scorre mai da sola.
Ciò che noi cogliamo sensibilmente delle acque di un ruscello non è fatto solo di essenza, (H2O): vi si trovano celati, i segreti impenetrabili di montagne che l’hanno custodita e degli incontri con altri elementi nei possibili percorsi.
E’ proprio questo che la rende buona da bere e/o bella da vedere.
Possiede dunque una storia, colore, forma, sapore…
Se non vi sono artifizi umani, il destino di un ruscello è quello di scorrere, fino a disegnare una rete di diramazioni per diventare via via qualcos’altro, mantenendo tuttavia il contatto con l’origine della propria storia che ne garantisce il flusso.
Così, quando una diramazione del ruscello pare concludere il suo percorso in un grande mare, sembra scompaia.
In realtà nulla viene disperso o cancellato, solo arricchito di nuovi visibili, sensibili elementi: il mare non inghiotte il ruscello ma lo accoglie perché diventi più grande.


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