Il gesto vocale

Un atto fisico-vocalico che mette in forma la sonorità delle parola.

In un breve scritto del 1991[1], assieme a Umberto Galimberti, si è messo in evidenza il carattere, basilarmente fenomenologico, della voce quale gesto. Un atto fisico-vocalico che mette in forma la sonorità delle parola.
La voce della parola è la risultante d’un atto fonatorio: un gesto motorio-corporeo che s’origina dall’interno del nostro corpo, s’impasta con l’umidità della saliva, respira del fiato con cui s’emette, s’articola con il contributo della lingua e delle labbra: “(…) la voce è gesto personale che nell’animare sonoramente qualche cosa la in-corpora e ri-producendola porta con sé il corpo che ha vissuto la cosa e profondamente la significa”[2].
La voce possiede un proprio valore significante legato alla persona che la emette, per tramite della parola o altre espressioni fonatorie, con un senso-legame esistenziale.
La soggettiva voce testimonia una fra le manifestazioni corporee di se stessi. E’ un tipo di coscientizzazione dell’essere nel mondo e d’agirlo per tramite della personale sonorità.
Il filosofo francese Jaques Derrida nell’affermare che la voce è l’essere accanto a sé come coscienza, sottintende che essa diviene coscienza di se stessi in quanto primariamente e fondamentalmente si dà, è e dà coscienza.

Il proprio segno fonico, pur nella sua invisibilità, accenna alla nostra presenza e identità.
Userei la seguente espressione-immagine: la voce è la danza sonora, trasparente, che fuoriesce da se stessi e si propaga alla ricerca d’ascoltatori.
Non, dunque, l’estranearsi da sé, bensì il portare altrove le movenze sonore della voce-parola di ciascuno in un allontanamento per l’incontro con l’altro.
Voce e parole hanno la vivezza di chi le pronuncia e la ‘gestualità’ con cui partecipiamo al loro com-porsi nel pensiero e nelle caratteristiche della sonorità con cui le diciamo: nel parlato, recitato, cantato, drammatizzato, narrato…
Il linguista e semiologo svizzero Ferdinand de Sausurre ha inteso porre un legame naturale fra il pensiero e la voce, fra il senso e il suono.
Cosa che, in questo argomentare, rinvia a un pensiero-corpo, un pensiero (ri-)suonante, una gestualità sonora del pensiero, quale es-pressione esistenziale. Che preme dal dentro di noi per ri-uscire a vivere. 

La voce è abitata da e abita l’aria, il soffio, come all’inizio della vita, per sopravvivere, il neonato deve respirare ed emettere il vagito. Un col-legamento con il quale inizia a legarsi al mondo e col-legarsi agli altri, in una progressiva co-abitazione delle parole e del linguaggio verbale.
Noi siamo la vibrazione con cui vibrano le corde vocali e vibra sonoramente il nostro corpo, quali ‘strumenti sonori’ che umanizzano rumorosamente quel che provano, pensano, comunicano.
Tale allenata, millenaria, disposizione all’articolazione dei suoni in parole e in forme del linguaggio, quale corporea gestualità comunicativa espletata per tramite della sostanza sonora aeriforme di cui è fatta la voce, è un patrimonio non solo antropologico, etnologico, culturale, ma in un certo modo, senso e misura anche musicale.

Benché quest’insieme di brevi e incomplete riflessioni, su alcune questioni riguardanti la voce, non possano offrire un orizzonte sufficientemente ampio di considerazioni sul complesso rapporto corpo/rumore-suono, tuttavia sollevano questioni non trascurabili dal punto di vista educativo musicale, oltre che psicopedagogico e psico-didattico.
Basti soltanto pensare al fatto che la voce fa già provare qualcosa nell’altro ancor prima dell’esame del contenuto. Fa, cioè, sentire e vivere un ‘moto’ sentimentale, intenzionale, di noi stessi, racchiuso sia nelle modalità fonatorie, sia nel caratterizzare le nostre espressioni, sia in altri aspetti dell’emissione sonora. Ad esempio affettive, fascinanti, seducenti o di altro genere.
La voce della parola prima di far conoscere qualcosa ci fa ri-conoscere quel che essa ci trasmette al di là del da intendere che può contenere. Per esempio un urlo che, da come è emesso, tra-duce gioia, rabbia, paura, perplessità, sorpresa, indifferenza…
Il muovere articolatamente o meno suoni corporeo-vocalici, sommuove sensazioni nel corpo-mente dell’altro. In un ‘rimbalzo empatico’ d’emotività, ancor prima che d’attivazione di processi cognitivi. 

Se poi si tiene conto del fatto che, al termine della fase preadolescenziale, con l’inizio e durante la pubertà, avviene – soprattutto nei ragazzi, a partire dagli 11 anni fino ai 16 – la muta vocale, si comprende come e quanto, dal punto di vista biologico, la voce sia connessa al corpo e alle sue mutazioni.
Lo scendere della voce maschile di circa un'ottava e di quella femminile di circa due toni – tra il decimo ed il quindicesimo anno, sta a indicare una correlazione con l’identità corporeo-fisiologica in tras-formazione. Come se la fisionomia del corpo desse una fisionomia anche alla voce in una interdipendenza.
Ma ciò lo si riscontra anche allorché il corpo si ammala: un semplice raffreddore modifica la voce.
Perciò noi risultiamo essere nella voce che dice di noi, nel rumoreggiare e suonare la corporeità che viviamo nelle diverse condizioni della nostra fisicità.
Parafrasando, in maniera aggiustata all’occorrenza, una nota espressione shakespeariana, si potrebbe sostenere che la voce è fatta della stessa materia dei nostri corpi.
E’ la nostra impronta digitale sonora, perché ci appartiene assieme all’unicità del nostro essere.

Valorizzare educativamente in ambito musicale una delle dimensioni più significative, emotive, plastiche della nostra persona va ritenuta un’opera rispettante la complessità, l’irripetibilità, di ciascuno di noi e l’identità con la quale e nella quale decliniamo la nostra esistenza.
La voce della parola è la musicalità naturale che avvicina all’altro, con cui comunichiamo, con cui danziamo la sonorità dei nostri pensieri, l’intersoggettività, la relazionalità che implica e veicola il linguaggio.
Credo che educare alle voci del corpo, dei rumori degli oggetti, delle sonorità ambientali, della musica e degli strumenti, equivalga a educare a quella variegata, complessa partitura dell’esistente, e a una concezione cosmica del suono, che concorre al prendere coscienza della bellezza universale che si traduce anche nelle dissimili realtà sonore e del nostro esserne, in buona parte, protagonisti, fruitori e creatori.

Note

[1] U. Galimberti, L.M. Lorenzetti, “La voce”, in: Luoghi e forme della musicoterapia, a cura di L.M. Lorenzetti, Unicopli, Milano 1991, pp. 107-109.

[2] Ibidem, p.107.


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