Musicheria. La rivista digitale di educazione al suono e alla musica

Ricordanze musicali

Far danzare i ricordi

Viene il vento recando il suon dell’ora

dalla torre del borgo. Era conforto

questo suon, mi rimembra, alle mie notti,

quando fanciullo, nella buia stanza,

per assidui terrori io vigilava,

sospirando il mattin. Qui non è cosa

ch’io vegga o senta, onde un’immagin dentro

non torni, e un dolce rimembrar non sorga.

Dolce per sé; ma con dolor sottentra

il pensier del presente, un van desio

del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.

 

Le ricordanze, Giacomo Leopardi

 

Far danzare i ricordi

Quelle che seguono sono semplici annotazioni sulla possibilità che ognuno di noi può dare alla musica per aiutare a ricostruire e ricordare alcuni luoghi della memoria, della nostra memoria. La musica può aiutare a ripensare, a ritrovare cose, persone, luoghi, momenti, incontri che sono avvenuti nella nostra vita. La musica, una musica, può far danzare i ricordi. Ricordanze, appunto. La musica può recar conforto.

Mi spinge a queste annotazioni la lettura di un bellissimo libro di Eugenio Borgna, Il tempo e la vita, di cui cercherò qui di riportare alcune tracce, osservandole da un’angolazione musicale.[1] Penso soprattutto agli usi della musica in contesti relazionali che vanno dall’educativo al terapeutico. Penso soprattutto al lavoro con gli anziani, con i malati. Ma forse anche con i giovani e i bambini l’attenzione al ricordo può indicare direzioni di lavoro interessanti, profonde, in cui la parola, l’ascolto, il racconto, diventano protagonisti. O, ancora, l’incontro con chi arriva da lontano, con lo straniero spaesato che si porta dietro il tempo della nostalgia.

Petites madeleines

Naturalmente parlando di ricordi e di passato non si può non pensare alla Ricerca del tempo perduto di Proust. Lo stesso Borgna lo pone all’inizio del proprio percorso, citando l’episodio delle focaccine chiamate Petites madeleines. Vado a rileggere le pagine citate da Borgna:

Erano già parecchi anni che tutto quanto di Combray non costituiva il teatro e il dramma del mio andare a letto aveva smesso di esistere per me, quando, un giorno d’inverno, al mio ritorno a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di bere, contrariamente alla mia abitudine, una tazza di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, cambiai idea. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti che chiamano Petites Madeleines e che sembrano modellati dentro la valva scanalata di una “cappasanta”. E subito, meccanicamente, oppresso dalla giornata uggiosa e dalla prospettiva di un domani malinconico, mi portai alle labbra un cucchiaino di tè nel quale avevo lasciato che s’ammorbidisse un pezzetto di madeleine. Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, isolata, staccata da qualsiasi nozione della sua causa.[2]

E mi viene da chiedermi quali siano le mie madaleines musicali. Potrei cercare di ricordare, intanto, quali siano le musiche (o le occasioni, le esperienze musicali) che hanno avuto nella mia vita questo potere: il potere di far accadere qualcosa di straordinario dentro di me. Voglio dire, anche rimanendo dentro al musicale: quali sono state le musiche straordinarie, quelle che mi hanno davvero cambiato, quelle che sono state capaci di spostare qualcosa dentro alla mia testa?[3] E ancora penso: come insegnante non dovrebbe forse essere questa una delle finalità del mio lavoro? Cercare di far incontrare bambini e bambine, ragazzi e ragazze con esperienze musicali che, almeno un poco, li cambino?

E tutt’a un tratto il ricordo è apparso davanti a me. Il sapore, era quello del pezzetto di madeleine che la domenica mattina a Combray (perché nei giorni di festa non uscivo di casa prima dell’ora della messa), quando andavo a dirle buongiorno nella sua camera da letto, zia Léone mi offiva dopo averlo intinto nel suo infuso di tè o di tiglio. […]

Ma quando da un lontano passato non rimane più nulla, dopo la morte delle creature, dopo la distruzione delle cose, soli e più fragili ma più vivaci, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore permangono ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto, a sorreggere senza tremare – loro, goccioline quasi impalpabili – l’immenso edificio del ricordo.[4]

Ma, naturalmente, si può anche andare oltre: quanto anche i suoni e le musiche (oltre agli odori e i sapori) sono capaci di permanere e di aiutarci a sorreggere l’immenso edificio del ricordo? Quando e quanto una musica può facilitare il ricordare? E, ancora, quando e quanto questo ci fa bene?

Nostalgie

Eugenio Borgna scrive pagine profonde sulla nostalgia, emozione in cui confluiscono aspetti psicologici e umani diversi:

Si ha nostalgia di una persona amata, che ora non c’è più, lontana o scomparsa; si ha nostalgia di una stagione della nostra vita che rivive nei suoi perduti bagliori; si ha nostalgia di libri letti al liceo che hanno lasciato sciami di emozioni oggi perdute; si ha nostalgia di una casa che si è lasciata, e che piena di ricordi continua ad agitare la nostra memoria; si ha nostalgia di paesaggi, la montagna incantata o le onde del mare, che hanno divorato i nostri sguardi; e si ha nostalgia della patria perduta, dei luoghi che hanno visto fiorire la nostra giovinezza, e le nostre speranze, e dai quali si vive lontani con il cuore lacerato dai ricordi. […] Sono molte le tematiche psicologiche e umane della nostalgia, e dovremmo essere capaci di analizzarle, e di riconoscerle, nella nostra interiorità, ma questo richiede meditazione e riflessione, attenzione e concentrazione, passione e ascolto dei battiti del cuore. Ma sono cose utili, queste, in un mondo divorato dalla routine e dalla azione, dalla impazienza e dalla fretta, dalla immediatezza e dalla esteriorità?[5]

In certe situazioni il passato può ristorare l’anima, può farci prendere consapevolezza di bellezze incontrate e vissute, può farci risentire il sapore di immagini, paesaggi, situazioni, volti, gesti, può restituircene la forma, fino a far nascere nuovi desideri, nuove attese: le cose che sono state possono generare cose che non sono ancora. La nostalgia, quindi, può nutrire il desiderio.

[…] una nostalgia che ricrea il passato, e lo salva, e lo restituisce al mio cuore con le sue inquiete mareggiate, e con le sue speranze infrante.[6]

Andare alla ricerca delle emozioni, delle emozioni perdute, e la nostalgia lo è, non è compito solo di chi si occupa di psichiatria, e di psicologia, ma di chiunque viva […]. Ricostruire la storia interiore della nostra vita, ripensare alle cose delle quali dovremmo avere nostalgia, o rimpianto, non è perdere tempo ma riflettere sul senso della nostra vita, ed educarci a non ripetere, se è possibile, le mancanze, o gli errori, del passato.[7]

Certo quest’attenzione, questo rivolgersi verso il passato in cerca di ristoro ha ancora più senso e diventa ancora più importante in tutte quelle situazioni in cui lo sguardo verso il futuro si fa fievole, in cui l’idea del domani si fa sempre meno presente e sempre più sfumata. La musica spesso è capace di far risuonare emozioni dentro di noi: ne è capace probabilmente proprio perché è ambigua, proprio per il suo non essere legata all’espressione di significati definiti, precisi, univoci.

La musica è un linguaggio metaforico, analogico, evocativo, immaginifico, allusivo, simbolico. Per queste sue caratteristiche può anche essere usata per andare verso altro da sé: la musica può aiutarci a parlare di noi, a cercare qualcosa di se che si ha voglia di far tornare in superficie. Un suono, una musica può riportare al presente il tempo perduto. Il raccontare di sè, il ricomporre le trame, i “pezzi” delle proprie vicende esistenziali, il prendersi cura delle proprie e altrui storie, l’acquisire consapevolezza che queste storie sono uno dei “beni” più preziosi di cui disponiamo, significa anche dedicarsi a un’educazione interiore che, sicuramente, fa bene sia a chi racconta che a chi ascolta. Significa prendersi cura del cuore.

Silenzi

La ricerca del tempo perduto non deve diventare un obbligo, una fatica, un’imposizione dall’esterno. A questo proposito illuminante nel libro di Borgna è il riferimento al racconto di uno scrittore giapponese, Inoue Yasushi, sulla malattia di Alzheimer che ha colpito l’anziana madre[8]:

Pensai che non avevo il diritto di obbligare mia madre a ricordare il passato. Forse per lei estrarre qualcosa dalla sua labile memoria equivaleva alla fatica di ripescare un fascio di legna sprofondandosi in un pantano gelato durante una nevicata. Era una fatica triste e penosa, e dalla fascina stillavano gocce gelate.[9]

La ricostruzione del passato, la nostalgia, il ricordo, la memoria, non possono diventare campi obbligatori: il diritto al silenzio è sacro.

Silenzio vuol dire non soltanto che non si dice una parola o non si estrinseca un suono. Questo soltanto non è silenzio; anche l’animale è capace di tanto, e più ancora lo è un sasso. Silenzio è invece ciò che si verifica quando l’uomo, dopo aver parlato, ritorna in se stesso e tace. Oppure quando egli, potendo parlare, rimane zitto. Tacere può soltanto chi può parlare […] parlare significativamente può soltanto colui che può anche tacere […].[10]

Dire e parlare non sono la stessa cosa. Uno può parlare, parla senza fine, e tutto quel parlare non dice nulla. Un altro invece tace, non parla e può, col suo non parlare, dire molto.[11]

Note

[1] Eugenio Borgna, Il tempo e la vita, Feltrinelli, Milano, 2015.

[2] Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, Volume primo, Mondadori (Meridiani), Milano, 1983, pp. 55-56.

[3] Sugli usi della musica per riflettere sulla propria identità musicale rimando al libro: Maurizio Disoteo, Mario Piatti, Specchi sonori. Identità e autobiografie musicali, FrancoAngeli, Milano, 2002.

[4] M. Proust, op. cit., p. 58.

[5] Eugenio Borgna, op. cit., p. 62.

[6] Ivi, p. 73.

[7] ivi, p. 77.

[8] Inoue Yasushi, Ricordi di mia madre, Adelphi, Milano, 2010.

[9] I. Yasushi, cit. in: E. Borgna, op. cit.. p. 164.

[10] Romano Guardini, Virtù, Morcelliana, Brescia, 1972, citato in: E Borgna, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli, Milano, 1999 e 2012, p. 140.

[11] Martin Heidegger, In cammino verso il linguaggio, Mursia, Milano, 1973, citato in: E. Borgna, Noi siamo un colloquio, p. 141.

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