Musicheria. La rivista digitale di educazione al suono e alla musica

C’è speranza se questo accade a…Topolo’

Enrico Strobino, Benedetta Barcaccia, Paolo Scatena, Francesco Pipparelli

Nel 1994 Moreno Miorelli ha inventato a Topolò, piccolo paese nelle Valli del Natisone (Friuli), al confine con la Slovenia, il Festival Internazionale Stazione di Topolò_Postaja Topolove, di cui è Direttore Artistico.

Al festival 2022 ha partecipato Musicheria, in collaborazione con LST- Teatro di Chianciano TermeImpluvium teatro di Sinalunga, con il progetto C’è speranza se questo accade…a Topolò. Cento voci per Mario Lodi, happening con pubblico partecipante, ideato da Enrico Strobino, Benedetta Barcaccia, Paolo Scatena e Francesco Pipparelli.

Dedicato a Mario Lodi nel centenario della nascita.

 

Qui il video dell’esperienza

https://drive.google.com/file/d/1KtojGPPw5f5czyLPWgjEGzSx0KwZ9E3O/view

 

 

 

 

Un happening, un gioco di lettura collettiva, in cui il paese, per un giorno, viene pensato come una classe, animato ispirandosi alla vita che attraversava le classi del maestro Lodi: disseminare parole, conversazioni, domande, ascoltare storie, superando i confini fra il dentro e il fuori, fra l’individuale e il collettivo, guidati da motivazioni etiche, civili, prima fra tutte l’idea di una scuola che ascolta e promuove.

Un teatro di parole, o meglio, per le parole di Mario Lodi.

In questi luoghi di estremo confine la geografia è tutto, è il convitato di pietra, è il riferimento continuo. Perché a Topolò/Topoluove e nelle valli delle quali è parte, le valli del Natisone o Benečija, ogni discorso spaziale, politico, commerciale, emotivo, storico non può trascendere da un “di qui” e da un “di là”. Il “di là”, oltre il confine oggi italo-sloveno, è un mondo che per secoli è stato nemico […].

Moreno Miorelli, direttore artistico del festival artistico Stazione di Tolopò_Postaja Topolove, avamposto delle Valli del Natisone, confine orientale del Friuli, racconta il contesto storico e ambientale in cui è nato il festival[1].

Al festival 2022 ha partecipato Musicheria, in collaborazione con LST-Teatro di Chianciano Terme e Impluvium Teatro di Sinalunga, con il progetto C’è speranza se questo accade…a Topolò. Cento voci per Mario Lodi, happening con pubblico partecipante ideato da Enrico Strobino, Benedetta Barcaccia, Paolo Scatena e Francesco Pipparelli.

 

 

Difficile tracciare un resoconto esaustivo dell’esperienza, che tuttavia cercheremo in questo contributo di illustrare. Il progetto si è sviluppato in tre fasi: progettazione teorica “da lontano”, scegliendo idee e materiali; progettazione “in loco”, il giorno prima dell’evento; realizzazione all’interno del festival, con presenza di pubblico.

L’evento si è articolato individuando all’interno del paese sei stazioni, corrispondenti a diversi punti di interesse e a diverse proposte di partecipazione. In teoria alcune delle sei stazioni avrebbero potuto essere attivate anche in contemporanea, lasciando al pubblico la scelta di indirizzarsi verso l’una o l’altra. In pratica, per esigenze di spostamento, si è preferito durante l’evento chiedere al pubblico uno spostamento collettivo, seguendo una successione predefinita, lasciando comunque la possibilità di sostare con tempi diversi in ogni luogo raggiunto.

 

 

Andiamo quindi ad illustrare le varie tappe, con una descrizione sommaria delle rispettive proposte attivate e di alcuni materiali[2].

Piazzetta: presentazione, canto e monologo iniziale

 

 

Buonasera a tutti e tutte, benvenuti e benvenute.

Parliamo di Mario Lodi, di professione maestro elementare, nato cento anni fa.

Parliamo di lui perché pensiamo che la sua figura, le sue parole, le sue pratiche didattiche, ci possano aiutare a continuare a credere che la scuola pubblica possa essere un luogo felice.

Noi vogliamo continuare a crederci, ma abbiamo bisogno di aiuto.

Mario non era un maestro geniale ed eroico: lui non lo pensava e nemmeno noi. Era certo un maestro appassionato, creativo, ideologicamente sostenuto ed orientato ad una visione pedagogica che dà ai bambini e alle bambine il centro della scena, da abitare senza un copione già scritto ma IMPROVVISANDO, cogliendo gli stimoli che arrivano da fuori, dalla vita reale del suo paese, come il canto che abbiamo appena usato per richiamarvi qui, dai movimenti artistici e da tutto ciò che gli girava intorno, non ultimo quel movimento di insegnanti – il Movimento di Cooperazione Educativa – che lo aiuterà a fare bene il suo mestiere.

Non vogliamo quindi celebrare un personaggio eccezionale, quasi mistico, che sarebbe di per sé non riproducibile, che non ci servirebbe a molto, ma vogliamo ricordare soprattutto le sue parole, DISSEMINANDOLE, improvvisandoci su, giocando con loro, entrandoci dentro, come se fossimo in una classe che diventa anche teatro, senza essere attori, diventa musica, senza essere musicisti, diventa luogo dell’ascolto e luogo che dà voce.

Per questo abbiamo pensato a Topolò come se fosse la metafora di una classe, non con l’insegnante che parla dal suo palco (la cattedra, la predella) ma come un arcipelago di punti di interesse, dove avvengono cose diverse, dove si viene attratti da diverse attività, qualcuna più attiva e coinvolgente, altre dove siamo più ascoltatori di storie.

Ecco, per fare questo Topolò ci è sembrato il posto ideale. Il posto dove poter continuare a credere che le cose si possano cambiare, e non c’è posto come la scuola dove questo pensiero, questa scommessa, sia così importante.

 

L’evento inizia con un canto a tiro di voce: si tratta della prima strofa di Va va varol, del Gruppo Padano di Piadena: un gioco di chiamate e risposte vocali fra Francesco, Enrico, Paolo e Benedetta, a distanza d’orecchio, mentre ci si avvicina al balconcino in piazzetta: Va va varol / la tera l’è düra / voltati n’dre / che bela cultüra[3].

Subito dopo il monologo di Francesco, in dialogo con il flicorno di Paolo.

 

Cento voci per Mario Lodi.

 Il teatro è un luogo pensato per vedere, e per ascoltare.

E così qualsiasi luogo, pensato in tal modo, diventa teatro.

Anche un paese può diventare teatro, o una classe, o un paese pensato un poco come fosse una classe.

Qui sono le parole a farsi luogo, luogo di ascolto, a viva voce, luogo di attenzione e chissà, di meraviglia.

Un teatro dell’ascolto.

 Cento voci per Mario Lodi.

 Un teatro della buona notizia, della conversazione, della scelta, dell’utopia, del progetto, della democrazia, delle opinioni,

Luogo, comunità, coro, in cui disseminare parole, le pagine di un libro, non mettendole in scena ma in vita.

 Cento voci per Mario Lodi.

 Da dove cominciamo?

Cominciamo dall’arte dell’ascolto, che è la più difficile e la più importante di tutte.

Di questo Mario Lodi è stato maestro.

Ha ascoltato sempre i bambini e le bambine.

Un teatro è un luogo comune che diventa in comune se raccogliamo le voci, in un dialogo tra vicinanze e lontananze, tra parole evidenti ed altre nascoste.

 Cento voci per Mario Lodi.

 Mettere ali alle sue parole, disseminarle per seminarle, moltiplicarle per farne strade, segnali, direzioni.

Farne testimonianza.

Diamo loro voce, per un momento almeno: facciamole danzare, in un ballo collettivo.

 Cento voci per Mario Lodi.

 A forma di spirale.

Far nascere spirali dai luoghi in comune.

Per non rinunciare ad inventare la scuola, che è come inventare il mondo.

Ma poi c’è sempre bisogno di trovare un centro, per respirare meglio, per guardare un poco più lontano. Un centro, o un’altura, da cui poter vedere un poco più in là.

 Cento voci per Mario Lodi.

Non per costruire monumenti, ma semplici sentieri.

Sentieri di parole, con le sue parole.

Oggi qui il nostro centro, su questa piccola altura, è con le sue storie, con i suoi bambini e le sue bambine, e con quelli di oggi, insieme ai loro “grandi”.

Grappoli di libri

 

 

La seconda stazione è un’installazione: la voce di Mario Lodi e dei suoi bambini viene mixata dal vivo mentre il pubblico entra in un piccolo giardino in cui una pergola con vigna accoglie i libri di Lodi, appesi e dondolanti.

Il pubblico, mentre ascolta, può sfogliare liberamente le pagine dei libri, anche togliendoli dalle loro postazioni, o dargli spinta e farli dondolare.

Le sculture del treno

Scendendo verso il basso si incontra sulla destra un altro piccolo giardino all’interno del quale Francesco legge il racconto Le sculture del treno, su una base musicale registrata precedentemente. Fra le foglie e i fiori emergono anche quattro tavole, disegnate da Elisa Cherubini che sintetizzano la trama del racconto.

 

 

Attilio e il disegno

 

 

L’invito è scendere ancora fino al vicolo che passa davanti alla casa di Moreno, in cui abbiamo installato un pannello di tessuto a cui sono appesi drappi colorati, carta, alcune citazioni di Mario Lodi. Anche qui c’è un audio in cui è lo stesso Mario Lodi a raccontare l’episodio riportato in C’è speranza se questo accade al Vho, in cui un bambino, Attilio, propone al maestro di utilizzare i colori lasciati dagli imbianchini a casa sua, non più per copiare il disegno proposto dal maestro, ma proponendo una propria idea.

Il pubblico, mentre ascolta il documento audio, può lasciare traccia grafica sui fogli appesi.

Corridoio di parole

Il pubblico viene invitato a percorrere uno stretto corridoio preparato con molte pagine di Mario Lodi appese ad un filo.

Ogni pagina contiene delle indicazioni per la lettura ad alta voce. Si dà quindi luogo ad un’improvvisazione collettiva in cui vari frammenti testuali e varie voci si intrecciano in una polifonia di parole.

 

Dialogo con Cipì

Il corridoio conduce ad un piccolo cortile in cui si incontra Maestra Benedetta che dialoga con il passero Cipì, sia con le parole che con il clarinetto. Parole e improvvisazione strumentale si appoggiano ad un tape elettronico realizzato precedentemente.

 

Finale

Il pubblico ripercorre il corridoio, realizzando una nuova improvvisazione vocale, e raggiunge il piccolo spiazzo davanti alla casa di Moreno. Francesco legge un testo di Mario Lodi, accompagnato dal clarinetto che accenna la canzone della Resistenza Il partigiano:

 

Uscire da un libro è molto semplice:

spingete pian piano il cancello del codice a barre che si trova sul retro del volume e saltate nella realtà,

o più esattamente, in un’altra realtà (in mancanza di codice a barre si può anche aprire una O,

sollevare la molla di una U o far ruotare su se stesse le antine rotonde di una B,

di una C, di una D o di una P. Il libro non è mai una prigione. […][4]

 

Si aggiungono flicorno e fisarmonica, e poi il canto collettivo, per finire. 

 

Il bersagliere ha cento penne

e l’alpino ne ha una sola,

il partigiano ne ha nessuna

e sta sui monti a guerreggiar.

 

[1] Rimandiamo all’articolo di Moreno Miorelli, Topolò, che alleghiamo (ripreso da “Erodoto108”, n. 34), per un approfondimento storico, etico, politico e culturale del paese che accoglie il festival da ventinove anni. Ulteriori informazioni nell’intervista a M. Miorelli al sito di Drammaturgie Urbanehttps://drammaturgieurbane.com/2022/07/08/stazione-di-topolo-intervista-a-moreno-miorelli-direttore-artistico/?fbclid=IwAR0nRt4wLzEzHizjaZmQFi0RHu0Wj-cJ7fEEZarjRy2qGZgBjsNl-PE

[2] Tutte le fotografie di questo contributo, tranne le prime due e l’ultima, sono di Antonella Loszach, che ringraziamo per il consenso all’utilizzo, anche nel video documentario.ePHQ

[3] Dal disco I giorni cantati, Gruppo Padano di Piadena, Dischi del Sole, 1968, Tr. N. 1. Il testo recita: Vai vai bue, la terra è dura, voltati indietro, che bel solco. Il canto è stato scelto come inizio dell’happening per inserire simbolicamente la figura di Mario Lodi entro la cultura popolare del suo paese. A questo proposito rimandiamo a un testo di Enrico Strobino, allegato a questo lavoro, Il maestro Mario Lodi: tra cultura popolare e arte contemporanea, riferimento per la relazione tenuta dall’autore al convegno on line promosso dal Teatro Due Mondi di Faenza, Attraverso le arti: educazione e futuro. Pensieri e racconti dall’Italia e dall’Europa, 28 maggio 2022.

[4] Testo tratto da Mario Lodi, Daniele Novara, Alice nel paese dei diritti, Sonda Editore, Milano, 2028, pp. 17-18.

 

Un happening, un gioco di lettura collettiva, in cui il paese, per un giorno, viene pensato come una classe, animato ispirandosi alla vita che attraversava le classi del maestro Lodi: disseminare parole, conversazioni, domande, ascoltare storie, superando i confini fra il dentro e il fuori, fra l’individuale e il collettivo, guidati da motivazioni etiche, civili, prima fra tutte l’idea di una scuola che ascolta e promuove.

Un teatro di parole, o meglio, per le parole di Mario Lodi.

In questi luoghi di estremo confine la geografia è tutto, è il convitato di pietra, è il riferimento continuo. Perché a Topolò/Topoluove e nelle valli delle quali è parte, le valli del Natisone o Benečija, ogni discorso spaziale, politico, commerciale, emotivo, storico non può trascendere da un “di qui” e da un “di là”. Il “di là”, oltre il confine oggi italo-sloveno, è un mondo che per secoli è stato nemico […].

Moreno Miorelli, direttore artistico del festival artistico Stazione di Tolopò_Postaja Topolove, avamposto delle Valli del Natisone, confine orientale del Friuli, racconta il contesto storico e ambientale in cui è nato il festival[1].

Al festival 2022 ha partecipato Musicheria, in collaborazione con LST-Teatro di Chianciano Terme e Impluvium Teatro di Sinalunga, con il progetto C’è speranza se questo accade…a Topolò. Cento voci per Mario Lodi, happening con pubblico partecipante ideato da Enrico Strobino, Benedetta Barcaccia, Paolo Scatena e Francesco Pipparelli.

 

 

Difficile tracciare un resoconto esaustivo dell’esperienza, che tuttavia cercheremo in questo contributo di illustrare. Il progetto si è sviluppato in tre fasi: progettazione teorica “da lontano”, scegliendo idee e materiali; progettazione “in loco”, il giorno prima dell’evento; realizzazione all’interno del festival, con presenza di pubblico.

L’evento si è articolato individuando all’interno del paese sei stazioni, corrispondenti a diversi punti di interesse e a diverse proposte di partecipazione. In teoria alcune delle sei stazioni avrebbero potuto essere attivate anche in contemporanea, lasciando al pubblico la scelta di indirizzarsi verso l’una o l’altra. In pratica, per esigenze di spostamento, si è preferito durante l’evento chiedere al pubblico uno spostamento collettivo, seguendo una successione predefinita, lasciando comunque la possibilità di sostare con tempi diversi in ogni luogo raggiunto.

 

 

Andiamo quindi ad illustrare le varie tappe, con una descrizione sommaria delle rispettive proposte attivate e di alcuni materiali[2].

Piazzetta: presentazione, canto e monologo iniziale

 

 

Buonasera a tutti e tutte, benvenuti e benvenute.

Parliamo di Mario Lodi, di professione maestro elementare, nato cento anni fa.

Parliamo di lui perché pensiamo che la sua figura, le sue parole, le sue pratiche didattiche, ci possano aiutare a continuare a credere che la scuola pubblica possa essere un luogo felice.

Noi vogliamo continuare a crederci, ma abbiamo bisogno di aiuto.

Mario non era un maestro geniale ed eroico: lui non lo pensava e nemmeno noi. Era certo un maestro appassionato, creativo, ideologicamente sostenuto ed orientato ad una visione pedagogica che dà ai bambini e alle bambine il centro della scena, da abitare senza un copione già scritto ma IMPROVVISANDO, cogliendo gli stimoli che arrivano da fuori, dalla vita reale del suo paese, come il canto che abbiamo appena usato per richiamarvi qui, dai movimenti artistici e da tutto ciò che gli girava intorno, non ultimo quel movimento di insegnanti – il Movimento di Cooperazione Educativa – che lo aiuterà a fare bene il suo mestiere.

Non vogliamo quindi celebrare un personaggio eccezionale, quasi mistico, che sarebbe di per sé non riproducibile, che non ci servirebbe a molto, ma vogliamo ricordare soprattutto le sue parole, DISSEMINANDOLE, improvvisandoci su, giocando con loro, entrandoci dentro, come se fossimo in una classe che diventa anche teatro, senza essere attori, diventa musica, senza essere musicisti, diventa luogo dell’ascolto e luogo che dà voce.

Per questo abbiamo pensato a Topolò come se fosse la metafora di una classe, non con l’insegnante che parla dal suo palco (la cattedra, la predella) ma come un arcipelago di punti di interesse, dove avvengono cose diverse, dove si viene attratti da diverse attività, qualcuna più attiva e coinvolgente, altre dove siamo più ascoltatori di storie.

Ecco, per fare questo Topolò ci è sembrato il posto ideale. Il posto dove poter continuare a credere che le cose si possano cambiare, e non c’è posto come la scuola dove questo pensiero, questa scommessa, sia così importante.

 

L’evento inizia con un canto a tiro di voce: si tratta della prima strofa di Va va varol, del Gruppo Padano di Piadena: un gioco di chiamate e risposte vocali fra Francesco, Enrico, Paolo e Benedetta, a distanza d’orecchio, mentre ci si avvicina al balconcino in piazzetta: Va va varol / la tera l’è düra / voltati n’dre / che bela cultüra[3].

Subito dopo il monologo di Francesco, in dialogo con il flicorno di Paolo.

 

Cento voci per Mario Lodi.

 Il teatro è un luogo pensato per vedere, e per ascoltare.

E così qualsiasi luogo, pensato in tal modo, diventa teatro.

Anche un paese può diventare teatro, o una classe, o un paese pensato un poco come fosse una classe.

Qui sono le parole a farsi luogo, luogo di ascolto, a viva voce, luogo di attenzione e chissà, di meraviglia.

Un teatro dell’ascolto.

 Cento voci per Mario Lodi.

 Un teatro della buona notizia, della conversazione, della scelta, dell’utopia, del progetto, della democrazia, delle opinioni,

Luogo, comunità, coro, in cui disseminare parole, le pagine di un libro, non mettendole in scena ma in vita.

 Cento voci per Mario Lodi.

 Da dove cominciamo?

Cominciamo dall’arte dell’ascolto, che è la più difficile e la più importante di tutte.

Di questo Mario Lodi è stato maestro.

Ha ascoltato sempre i bambini e le bambine.

Un teatro è un luogo comune che diventa in comune se raccogliamo le voci, in un dialogo tra vicinanze e lontananze, tra parole evidenti ed altre nascoste.

 Cento voci per Mario Lodi.

 Mettere ali alle sue parole, disseminarle per seminarle, moltiplicarle per farne strade, segnali, direzioni.

Farne testimonianza.

Diamo loro voce, per un momento almeno: facciamole danzare, in un ballo collettivo.

 Cento voci per Mario Lodi.

 A forma di spirale.

Far nascere spirali dai luoghi in comune.

Per non rinunciare ad inventare la scuola, che è come inventare il mondo.

Ma poi c’è sempre bisogno di trovare un centro, per respirare meglio, per guardare un poco più lontano. Un centro, o un’altura, da cui poter vedere un poco più in là.

 Cento voci per Mario Lodi.

Non per costruire monumenti, ma semplici sentieri.

Sentieri di parole, con le sue parole.

Oggi qui il nostro centro, su questa piccola altura, è con le sue storie, con i suoi bambini e le sue bambine, e con quelli di oggi, insieme ai loro “grandi”.

Grappoli di libri

 

 

La seconda stazione è un’installazione: la voce di Mario Lodi e dei suoi bambini viene mixata dal vivo mentre il pubblico entra in un piccolo giardino in cui una pergola con vigna accoglie i libri di Lodi, appesi e dondolanti.

Il pubblico, mentre ascolta, può sfogliare liberamente le pagine dei libri, anche togliendoli dalle loro postazioni, o dargli spinta e farli dondolare.

Le sculture del treno

Scendendo verso il basso si incontra sulla destra un altro piccolo giardino all’interno del quale Francesco legge il racconto Le sculture del treno, su una base musicale registrata precedentemente. Fra le foglie e i fiori emergono anche quattro tavole, disegnate da Elisa Cherubini che sintetizzano la trama del racconto.

 

 

Attilio e il disegno

 

 

L’invito è scendere ancora fino al vicolo che passa davanti alla casa di Moreno, in cui abbiamo installato un pannello di tessuto a cui sono appesi drappi colorati, carta, alcune citazioni di Mario Lodi. Anche qui c’è un audio in cui è lo stesso Mario Lodi a raccontare l’episodio riportato in C’è speranza se questo accade al Vho, in cui un bambino, Attilio, propone al maestro di utilizzare i colori lasciati dagli imbianchini a casa sua, non più per copiare il disegno proposto dal maestro, ma proponendo una propria idea.

Il pubblico, mentre ascolta il documento audio, può lasciare traccia grafica sui fogli appesi.

Corridoio di parole

Il pubblico viene invitato a percorrere uno stretto corridoio preparato con molte pagine di Mario Lodi appese ad un filo.

Ogni pagina contiene delle indicazioni per la lettura ad alta voce. Si dà quindi luogo ad un’improvvisazione collettiva in cui vari frammenti testuali e varie voci si intrecciano in una polifonia di parole.

 

Dialogo con Cipì

Il corridoio conduce ad un piccolo cortile in cui si incontra Maestra Benedetta che dialoga con il passero Cipì, sia con le parole che con il clarinetto. Parole e improvvisazione strumentale si appoggiano ad un tape elettronico realizzato precedentemente.

 

Finale

Il pubblico ripercorre il corridoio, realizzando una nuova improvvisazione vocale, e raggiunge il piccolo spiazzo davanti alla casa di Moreno. Francesco legge un testo di Mario Lodi, accompagnato dal clarinetto che accenna la canzone della Resistenza Il partigiano:

 

Uscire da un libro è molto semplice:

spingete pian piano il cancello del codice a barre che si trova sul retro del volume e saltate nella realtà,

o più esattamente, in un’altra realtà (in mancanza di codice a barre si può anche aprire una O,

sollevare la molla di una U o far ruotare su se stesse le antine rotonde di una B,

di una C, di una D o di una P. Il libro non è mai una prigione. […][4]

 

Si aggiungono flicorno e fisarmonica, e poi il canto collettivo, per finire. 

 

Il bersagliere ha cento penne

e l’alpino ne ha una sola,

il partigiano ne ha nessuna

e sta sui monti a guerreggiar.

 

[1] Rimandiamo all’articolo di Moreno Miorelli, Topolò, che alleghiamo (ripreso da “Erodoto108”, n. 34), per un approfondimento storico, etico, politico e culturale del paese che accoglie il festival da ventinove anni. Ulteriori informazioni nell’intervista a M. Miorelli al sito di Drammaturgie Urbanehttps://drammaturgieurbane.com/2022/07/08/stazione-di-topolo-intervista-a-moreno-miorelli-direttore-artistico/?fbclid=IwAR0nRt4wLzEzHizjaZmQFi0RHu0Wj-cJ7fEEZarjRy2qGZgBjsNl-PE

[2] Tutte le fotografie di questo contributo, tranne le prime due e l’ultima, sono di Antonella Loszach, che ringraziamo per il consenso all’utilizzo, anche nel video documentario.ePHQ

[3] Dal disco I giorni cantati, Gruppo Padano di Piadena, Dischi del Sole, 1968, Tr. N. 1. Il testo recita: Vai vai bue, la terra è dura, voltati indietro, che bel solco. Il canto è stato scelto come inizio dell’happening per inserire simbolicamente la figura di Mario Lodi entro la cultura popolare del suo paese. A questo proposito rimandiamo a un testo di Enrico Strobino, allegato a questo lavoro, Il maestro Mario Lodi: tra cultura popolare e arte contemporanea, riferimento per la relazione tenuta dall’autore al convegno on line promosso dal Teatro Due Mondi di Faenza, Attraverso le arti: educazione e futuro. Pensieri e racconti dall’Italia e dall’Europa, 28 maggio 2022.

[4] Testo tratto da Mario Lodi, Daniele Novara, Alice nel paese dei diritti, Sonda Editore, Milano, 2028, pp. 17-18.

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