Modi e mode per cantare
NdR: a distanza di tre decenni questo articolo – pubblicato sulla rivista Musicascuola (Nicola Milano Editore) – mantiene la sua validità. Ringraziamo Gianfranco Staccioli per l’autorizzazione a ripubblicarlo.
NdR: a distanza di tre decenni questo articolo – pubblicato sulla rivista Musicascuola (Nicola Milano Editore) – mantiene la sua validità. Ringraziamo Gianfranco Staccioli per l’autorizzazione a ripubblicarlo.
MODE
Abbiamo tutti un sentimento ambivalente nei confronti delle mode. Un nuovo taglio di capelli, un romanzo di successo, un film che sta sulla bocca di tutti, ci attraggono e nello stesso tempo ci respingono.
Per un lato vorremmo compartecipare con gli amici e i conoscenti la cosa nuova, la nuova esperienza, così da poterne parlare, da poter dire “anch’io”, da poterei sentire «dentro» un contesto sociale e relazionale che in quel momento si riconosce in determinati messaggi e determinati contenuti. Per altro, il fatto di non avere ancora compiuto le scelte comuni agli altri, ci consente di percepire che non siamo “omologati”, che siamo in qualche modo diversi, che siamo capaci di mantenere una individualità ed una personalità specifica. Il nostro comportamento quotidiano è spesso una risultante di queste due spinte: “essere come” ed essere diversi. Un’amica insegnante si trovava ad assistere ad una lezione di educazione musicale di una collega in una classe di scuola elementare. I bambini cantavano. La canzone era una melodia semplice, popolare, graziosa. La maestra intonava una strofa per volta, la ripeteva, la faceva ripetere ai bambini. Quando tutta la melodia e il testo erano appresi, i bambini cantavano in coro. Al termine dell’apprendimento l’insegnante che ascoltava si avvicina alla maestra e le dice: «Voi fate ancora il canto in maniera tradizionale?». Una moda deve essere per definizione nuova e, etimologicamente (da modus, regola), deve essere utilizzata da un certo numero di persone in modo da divenire norma. Chi non usa questa norma viene ritenuto fuori regola e, anche se ufficialmente a volte non viene detto, è lui il diverso, è lui che sbaglia. Chi segue la moda è moderno, chi non la segue è tradizionale. I nuovi programmi della scuola elementare (NdR: 1985) hanno avviato una nuova moda nel cantare. Le indicazioni degli estensori vanno verso un certo tipo di educazione della voce: un affinamento e un’analisi della voce che parla, suoni con e senza l’uso delle corde vocali, sonorità collegate al movimento di tutto il corpo o a parti di esso, ricerca dei diversi timbri vocali (che, come si ricorda, nelle diverse attività umane rispondono a funzioni differenziate), giochi vocali di imitazione, analisi di modelli espressivi spontanei e progettati… L’osservazione che l’insegnante faceva alla collega era giusta: si trattava di un insegnamento del canto che utilizzava regole antiche, imitative, della tradizione musicale orale e il cantare era eseguito secondo modalità non contemplate dai “nuovi” Programmi.
L’attesa del primo insegnante era quella di ascoltare una ricerca sulle sonorità, dei «giochi vocali che imitassero strumenti musicali», o almeno che gli allievi eseguissero canti «collegatì al battere dei piedi», o che si occupassero degli effetti della «voce (come) grido, pianto, riso». E invece niente; in quella classe si cantava una canzone. E per giunta una canzone tradizionale. Che altro avrebbe potuto osservare un’insegnante alla moda, di fronte ad una immagine sonora di questo tipo? Il bello, o il brutto, fu che l’insegnante “tradizionale” cercò una risposta giustificativa e spiegò che quel canto rientrava in una ricerca sulla cultura contadina. E allora… Anche lei, insomma, non era proprio convinta di quello che faceva, si sentiva un po’ colpevole di tradimento nei confronti della educazione al suono e alla musica, delle nuove tendenze musicali, di quella cultura fatta di esplorazioni sonore che è esplicitamente richiesta dai programmi.
TRA MODE E MODI
Fra i vecchi e i nuovi Programmi c’è un abisso. Per fortuna. Guai a continuare quella falsa educazione musicale che si identificava con la musica colta e che distingueva fra intonati e non, aprendo la strada alla esclusione dal mondo della musica di una gran parte dei bambini; una educazione che privilegiava l’ascolto e la ripetizione, lasciando in disparte l’operatività, la ricerca, la produzione e la composizione individuale e di gruppo. Ma guai anche a non vedere che la nuova regola (il nuovo modo o moda) richiede anche di essere attenti e partecipi a tutte le forme nelle quali viene organizzato il suono e domanda soprattutto che «le diverse attività dell’educazione musicale debbano essere sempre finalizzate a far realizzare ai fanciulli concrete ed autentiche esperienze di incontro con la musica».
Non si tratta di domandarsi se il canto corale debba o non debba trovare posto nella classe, quanto piuttosto chiedersi se le condizioni nelle quali si sviluppa una attività musicale sono tali da farla diventare una «autentica esperienza» ( si noti come questa distinzione attività/esperienza la si ritrovi già in Dewey e un po’ in tutto il dibattito attorno alla efficacia della scuola attiva). Posto che il canto, e nel nostro caso un certo tipo di canto, è stato ed è una tipica forma musicale, c’è da domandarsi quali sono le condizioni perché possa diventare una esperienza educativa. I ricordi scolastici di molti di noi non ci aiutano un gran che. Inutile ricordare la noia ed il fastidio di certe lezioni di musica, la banalità (se non proprio la stupidità) di certi testi musicali, il modo autoritario con cui veniva insegnato il canto. Molto se ne è scritto e detto, con critiche più o meno feroci; forse un po’ di animosità stava anche dentro gli stessi estensori dei Programmi dell’85. Se noi lasciamo da parte le polemiche attorno alla «elevazione» o alla perdizione dell’animo umano attraverso il canto e ci occupiamo del come far vivere agli allievi delle esperienze vocali significative (se ci preoccupiamo cioè della costruzione della conoscenza e della sensibilità musicale, come si direbbe con termini più precisi), allora dobbiamo ritornare a scoprire alcune delle regole fondamentali dell’apprendimento educativo. Ne ricordiamo tre: la relazione, il contesto e il significato, tre regole che concernono proprio il fare musica attraverso il canto.
TRE REGOLE
La relazione
L’insegnamento del canto è un atto di trasmissione culturale. L’adulto che conosce comunica ai bambini che non conoscono la grande tradizione, anche orale, della musica contabile. Il suo è un atto dovuto (ancora guai a sentirsi fuori moda o insegnanti tradizionali). Ma c’è modo e modo di farlo. È un problema di tecnica e un problema di atteggiamento. Ci sono tecniche di insegnamento del canto che sembrano fatte apposta per complicare le cose, o per dare l’idea che la musica sia una attività per professori di musica (ad esempio, insegnare canto usando sempre il pianoforte trasmette l’idea che per cantare bene occorra il pianoforte …). Ce ne sono altre che cercano di rendere più «naturale» la trasmissione di una melodia e di un testo. Ci sono atteggiamenti che facilitano l’apprendimento ed altri che lo limitano. Un testo musicale da apprendere consente spesso degli equivoci: sembra che il fine dell’intervento sia imparare questa o quella musica, mentre in effetti il fine è l’apprendimento. L’attenzione al diverso, l’ascolto, il rispecchiamento, la disponibilità a mettersi nei panni dell’altro sono altrettante tecniche che potrebbero applicarsi anche agli atti di trasmissione culturale come appunto l’insegnare un canto.
Il contesto
Si apprende là dove si ha voglia di apprendere. Un gruppo è caratterizzato sempre da una propria cultura. Non vi è gruppo senza una storia, un proprio modo di vedere e di sentire le cose, una condivisione più o meno cosciente di ideali e – perché no? – di mode, una capacità di ritrovarsi a desiderare o a negare certe esperienze. Per il gruppo classe che canta o per un coro è lo stesso. Il canto per essere educativo non può essere estetica formale, suoni melodicamente e armonicamente ben modulati. Il canto ha bisogno della persona che vibra, del gruppo che accomuna, del collettivo che appaga e nel quale ci si riconosce. Non appaia strano questo nostro calcare la mano sulla necessità di avere un gruppo per avere un canto. Troppo spesso si è accentuata la tendenza opposta: è il canto che crea il gruppo, si è detto. E in parte è vero. Ma quanti di noi hanno cantato in coro sanno che non sempre le persone che ci stavano accanto erano vere persone; o per lo meno lo erano, ma solo al momento del canto. Al termine dell’esecuzione il gruppo si scioglieva. Una situazione educativa richiede un’adesione meno “professionale” alla musica. Siamo noi (noi, come persone) che si canta, perché noi lo vogliamo, perché ci serve, perché ci piace, perché ci entusiasma. E per questo siamo anche disposti a sottostare a regole, come in un gioco, se vogliamo che lo sforzo riesca. Una situazione educativa di canto corale accetta la duplice ricchezza del contesto e del contenuto, accetta la spinta del gruppo che vuole formarsi e quella della musica che aiuta a cementare il gruppo.
Il significato
Il canto è un insieme, ma vive anche dei suoi elementi. Una musica banale può anche essere utilizzata, ma resterà sempre una musica non arricchente; un testo scialbo o troppo marcato ideologicamente può essere appreso, ma va contestualizzato. Tante volte rimaniamo attratti da belle melodie che si vestono di testi orribili; molti brani soffrono di traduzioni mal fatte o di falsi testi poetici. Non è indifferente ciò che si canta. Non è indifferente conoscere o non conoscere da dove proviene un canto. Riflettere sulla qualità di un canto può essere un’operazione difficile, ma diventa indispensabile se si vuole recuperare il senso profondo del valore della educazione musicale attraverso il canto corale.
CONCLUSIONE
Ecco, se la nostra amica collega, che si era sentita valutata negativamente, come fuori moda, per il suo modo di insegnare il canto, avesse risposto ripercorrendo le ragioni profonde che sicuramente l’avevano motivata, forse si sarebbe sentita più “moderna”. Il “suo” canto era situato in un contesto gratificante, appariva gradevole, aveva un contenuto valido e rimandava ad altre conoscenze; lei stessa si offriva alla classe come tramite culturale in risposta ad una esigenza del gruppo; la realizzazione era riuscita ed aveva creato un clima di ascolto reciproco… In fondo avrebbe potuto anche rispondere senza polemica: «Sì, noi cantiamo, e voi, quando cantate in classe?».
MODE
Abbiamo tutti un sentimento ambivalente nei confronti delle mode. Un nuovo taglio di capelli, un romanzo di successo, un film che sta sulla bocca di tutti, ci attraggono e nello stesso tempo ci respingono.
Per un lato vorremmo compartecipare con gli amici e i conoscenti la cosa nuova, la nuova esperienza, così da poterne parlare, da poter dire “anch’io”, da poterei sentire «dentro» un contesto sociale e relazionale che in quel momento si riconosce in determinati messaggi e determinati contenuti. Per altro, il fatto di non avere ancora compiuto le scelte comuni agli altri, ci consente di percepire che non siamo “omologati”, che siamo in qualche modo diversi, che siamo capaci di mantenere una individualità ed una personalità specifica. Il nostro comportamento quotidiano è spesso una risultante di queste due spinte: “essere come” ed essere diversi. Un’amica insegnante si trovava ad assistere ad una lezione di educazione musicale di una collega in una classe di scuola elementare. I bambini cantavano. La canzone era una melodia semplice, popolare, graziosa. La maestra intonava una strofa per volta, la ripeteva, la faceva ripetere ai bambini. Quando tutta la melodia e il testo erano appresi, i bambini cantavano in coro. Al termine dell’apprendimento l’insegnante che ascoltava si avvicina alla maestra e le dice: «Voi fate ancora il canto in maniera tradizionale?». Una moda deve essere per definizione nuova e, etimologicamente (da modus, regola), deve essere utilizzata da un certo numero di persone in modo da divenire norma. Chi non usa questa norma viene ritenuto fuori regola e, anche se ufficialmente a volte non viene detto, è lui il diverso, è lui che sbaglia. Chi segue la moda è moderno, chi non la segue è tradizionale. I nuovi programmi della scuola elementare (NdR: 1985) hanno avviato una nuova moda nel cantare. Le indicazioni degli estensori vanno verso un certo tipo di educazione della voce: un affinamento e un’analisi della voce che parla, suoni con e senza l’uso delle corde vocali, sonorità collegate al movimento di tutto il corpo o a parti di esso, ricerca dei diversi timbri vocali (che, come si ricorda, nelle diverse attività umane rispondono a funzioni differenziate), giochi vocali di imitazione, analisi di modelli espressivi spontanei e progettati… L’osservazione che l’insegnante faceva alla collega era giusta: si trattava di un insegnamento del canto che utilizzava regole antiche, imitative, della tradizione musicale orale e il cantare era eseguito secondo modalità non contemplate dai “nuovi” Programmi.
L’attesa del primo insegnante era quella di ascoltare una ricerca sulle sonorità, dei «giochi vocali che imitassero strumenti musicali», o almeno che gli allievi eseguissero canti «collegatì al battere dei piedi», o che si occupassero degli effetti della «voce (come) grido, pianto, riso». E invece niente; in quella classe si cantava una canzone. E per giunta una canzone tradizionale. Che altro avrebbe potuto osservare un’insegnante alla moda, di fronte ad una immagine sonora di questo tipo? Il bello, o il brutto, fu che l’insegnante “tradizionale” cercò una risposta giustificativa e spiegò che quel canto rientrava in una ricerca sulla cultura contadina. E allora… Anche lei, insomma, non era proprio convinta di quello che faceva, si sentiva un po’ colpevole di tradimento nei confronti della educazione al suono e alla musica, delle nuove tendenze musicali, di quella cultura fatta di esplorazioni sonore che è esplicitamente richiesta dai programmi.
TRA MODE E MODI
Fra i vecchi e i nuovi Programmi c’è un abisso. Per fortuna. Guai a continuare quella falsa educazione musicale che si identificava con la musica colta e che distingueva fra intonati e non, aprendo la strada alla esclusione dal mondo della musica di una gran parte dei bambini; una educazione che privilegiava l’ascolto e la ripetizione, lasciando in disparte l’operatività, la ricerca, la produzione e la composizione individuale e di gruppo. Ma guai anche a non vedere che la nuova regola (il nuovo modo o moda) richiede anche di essere attenti e partecipi a tutte le forme nelle quali viene organizzato il suono e domanda soprattutto che «le diverse attività dell’educazione musicale debbano essere sempre finalizzate a far realizzare ai fanciulli concrete ed autentiche esperienze di incontro con la musica».
Non si tratta di domandarsi se il canto corale debba o non debba trovare posto nella classe, quanto piuttosto chiedersi se le condizioni nelle quali si sviluppa una attività musicale sono tali da farla diventare una «autentica esperienza» ( si noti come questa distinzione attività/esperienza la si ritrovi già in Dewey e un po’ in tutto il dibattito attorno alla efficacia della scuola attiva). Posto che il canto, e nel nostro caso un certo tipo di canto, è stato ed è una tipica forma musicale, c’è da domandarsi quali sono le condizioni perché possa diventare una esperienza educativa. I ricordi scolastici di molti di noi non ci aiutano un gran che. Inutile ricordare la noia ed il fastidio di certe lezioni di musica, la banalità (se non proprio la stupidità) di certi testi musicali, il modo autoritario con cui veniva insegnato il canto. Molto se ne è scritto e detto, con critiche più o meno feroci; forse un po’ di animosità stava anche dentro gli stessi estensori dei Programmi dell’85. Se noi lasciamo da parte le polemiche attorno alla «elevazione» o alla perdizione dell’animo umano attraverso il canto e ci occupiamo del come far vivere agli allievi delle esperienze vocali significative (se ci preoccupiamo cioè della costruzione della conoscenza e della sensibilità musicale, come si direbbe con termini più precisi), allora dobbiamo ritornare a scoprire alcune delle regole fondamentali dell’apprendimento educativo. Ne ricordiamo tre: la relazione, il contesto e il significato, tre regole che concernono proprio il fare musica attraverso il canto.
TRE REGOLE
La relazione
L’insegnamento del canto è un atto di trasmissione culturale. L’adulto che conosce comunica ai bambini che non conoscono la grande tradizione, anche orale, della musica contabile. Il suo è un atto dovuto (ancora guai a sentirsi fuori moda o insegnanti tradizionali). Ma c’è modo e modo di farlo. È un problema di tecnica e un problema di atteggiamento. Ci sono tecniche di insegnamento del canto che sembrano fatte apposta per complicare le cose, o per dare l’idea che la musica sia una attività per professori di musica (ad esempio, insegnare canto usando sempre il pianoforte trasmette l’idea che per cantare bene occorra il pianoforte …). Ce ne sono altre che cercano di rendere più «naturale» la trasmissione di una melodia e di un testo. Ci sono atteggiamenti che facilitano l’apprendimento ed altri che lo limitano. Un testo musicale da apprendere consente spesso degli equivoci: sembra che il fine dell’intervento sia imparare questa o quella musica, mentre in effetti il fine è l’apprendimento. L’attenzione al diverso, l’ascolto, il rispecchiamento, la disponibilità a mettersi nei panni dell’altro sono altrettante tecniche che potrebbero applicarsi anche agli atti di trasmissione culturale come appunto l’insegnare un canto.
Il contesto
Si apprende là dove si ha voglia di apprendere. Un gruppo è caratterizzato sempre da una propria cultura. Non vi è gruppo senza una storia, un proprio modo di vedere e di sentire le cose, una condivisione più o meno cosciente di ideali e – perché no? – di mode, una capacità di ritrovarsi a desiderare o a negare certe esperienze. Per il gruppo classe che canta o per un coro è lo stesso. Il canto per essere educativo non può essere estetica formale, suoni melodicamente e armonicamente ben modulati. Il canto ha bisogno della persona che vibra, del gruppo che accomuna, del collettivo che appaga e nel quale ci si riconosce. Non appaia strano questo nostro calcare la mano sulla necessità di avere un gruppo per avere un canto. Troppo spesso si è accentuata la tendenza opposta: è il canto che crea il gruppo, si è detto. E in parte è vero. Ma quanti di noi hanno cantato in coro sanno che non sempre le persone che ci stavano accanto erano vere persone; o per lo meno lo erano, ma solo al momento del canto. Al termine dell’esecuzione il gruppo si scioglieva. Una situazione educativa richiede un’adesione meno “professionale” alla musica. Siamo noi (noi, come persone) che si canta, perché noi lo vogliamo, perché ci serve, perché ci piace, perché ci entusiasma. E per questo siamo anche disposti a sottostare a regole, come in un gioco, se vogliamo che lo sforzo riesca. Una situazione educativa di canto corale accetta la duplice ricchezza del contesto e del contenuto, accetta la spinta del gruppo che vuole formarsi e quella della musica che aiuta a cementare il gruppo.
Il significato
Il canto è un insieme, ma vive anche dei suoi elementi. Una musica banale può anche essere utilizzata, ma resterà sempre una musica non arricchente; un testo scialbo o troppo marcato ideologicamente può essere appreso, ma va contestualizzato. Tante volte rimaniamo attratti da belle melodie che si vestono di testi orribili; molti brani soffrono di traduzioni mal fatte o di falsi testi poetici. Non è indifferente ciò che si canta. Non è indifferente conoscere o non conoscere da dove proviene un canto. Riflettere sulla qualità di un canto può essere un’operazione difficile, ma diventa indispensabile se si vuole recuperare il senso profondo del valore della educazione musicale attraverso il canto corale.
CONCLUSIONE
Ecco, se la nostra amica collega, che si era sentita valutata negativamente, come fuori moda, per il suo modo di insegnare il canto, avesse risposto ripercorrendo le ragioni profonde che sicuramente l’avevano motivata, forse si sarebbe sentita più “moderna”. Il “suo” canto era situato in un contesto gratificante, appariva gradevole, aveva un contenuto valido e rimandava ad altre conoscenze; lei stessa si offriva alla classe come tramite culturale in risposta ad una esigenza del gruppo; la realizzazione era riuscita ed aveva creato un clima di ascolto reciproco… In fondo avrebbe potuto anche rispondere senza polemica: «Sì, noi cantiamo, e voi, quando cantate in classe?».