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La vexata quaestio del rapporto fra artista e impegno civile. Metodi e scelte.
Per qualsiasi artista, la necessità spesso incombente di dare il proprio contributo a cause civiche, politiche o ambientali, facendosi sentire attraverso la propria opera, si è a lungo scontrata con quello che per molti filosofi ed estetologi variamente distribuiti sul cammino della storia è stato, ed è ancora, in molti casi, un interrogativo dirimente: all’arte (e agli artisti) compete altro che non sia l’arte stessa? Ossia, la produzione artistica di un essere umano può incidere sulle opinioni e sul comportamento di altri esseri umani, contribuendo a “cambiare il mondo”, come vorrebbe un noto luogo comune? Oppure l’opera dell’artista è lì solo per farsi ammirare, eventualmente promanando una bellezza estetica tale da poter ‘migliorare la vita’, come un altrettanto noto luogo comune suggerisce: la contemplazione dell’arte e delle cose belle per superare individualmente l’angoscia di vivere in un mondo iniquo, violento, inquinato, cioè, in definitiva, pieno di brutture? E se questo interrogativo riguarda anche modalità di espressione artistica come la narrativa e la poesia che, impiegando parole dotate di significati conosciuti e condivisi dalla comunità umana, possono veicolare messaggi di condanna e di protesta, perorare cause e suggerire più o meno metaforiche alternative, o come pittura e scultura, in grado di colpire il ricevente con la forza icastica di forme e colori, a maggior ragione getta ombre nere sulla musica, linguaggio-nonlinguaggio il cui terminale semantico è oltremodo ambiguo perché dipendente dai vissuti psico-emotivi dell’ascoltatore, nonché dalla sua cultura di provenienza, dalla familiarità con l’ascolto, dal livello di competenza tecnica e tanto altro ancora, che impedisce l’oggettività e l’inequivocabilità del messaggio.
Come uscirne?
Personalmente, sempre spinto da un’interiore esigenza di ‘tematizzare’ le mie architetture sonore e di comunicare quelle tematiche al fruitore facendo leva sulla sua emotività e sulla riconoscibilità immediata di certi elementi, ho riflettuto a lungo sui modi in cui un messaggio sociale o politico, una protesta contro qualche forma d’ingiustizia, un appello alla partecipazione, possono giungere a destinazione attraverso le strutture di una composizione ‘colta’ senza condizionarne o comprometterne l’integrità estetica, senza destabilizzarne i delicati equilibri formali o banalizzarne i contenuti linguistici, e ho individuato due strade che in quasi mezzo secolo di attività, hanno prodotto alcuni lavori in grado di soddisfare la mia ‘sete di significato’, offrendo al pubblico l’occasione di ri-leggere certi argomenti e certi personaggi cruciali della nostra contemporaneità giungendo alla razionalità del ragionamento attraverso l’emozionalità mossa dalla musica: la prima è la strada più diretta dell’impiego di testi letterari, quando non di apparati drammaturgici e di mixed media [i] (Songs, Opera lirica, Melologhi, Concerti strumentali “teatralizzati”, Teatro con musica), che ho percorso, giusto per fare qualche esempio, in moltissimi brani per voce/i e strumenti, nelle Opere Cronache del bambino anatra, sul tema della dislessia, e Gli uomini visti dall’alto, che affronta la piaga del femminicidio, e nei Concerti per voci e strumenti In memoria di Pierpaolo Pasolini e A chi non c’era, riflessioni sulla memoria nel cinquantesimo anniversario della strage di Piazza Loggia a Brescia, nonché l’Oratorio per attori, cantanti, coro di voci bianche e orchestra da camera di ragazzi I care, l’eredità ignorata, sulle tematiche educative alla luce della lezione di Don Lorenzo Milani; la seconda strada riguarda la cosiddetta ‘absolute Musik’, cioè la musica priva di un testo letterario, ma in realtà anche priva di qualsiasi riferimento extramusicale e di qualsiasi ‘programma’ espressivo che non faccia riferimento unicamente ai materiali, alla struttura e alla forma della composizione; in altre parole, una musica per sua stessa natura inadatta ad esprimere sentimenti umani generici e ad indurre riflessioni sull’umana esistenza [ii]. A prescindere dal mio credo estetico, che poco importa in questa sede, la mia strategia di (ri)significazione di un brano strumentale ‘assoluto’ è sempre stata quella di indirizzare l’attenzione dell’ascoltatore attraverso il titolo e poi di farlo ritrovare, all’atto della performance musicale, in sonorità, sistemi linguistici e strutture ritmiche facilmente connettibili a quel titolo (e, dunque, alla tematica affrontata), pur nella complessità della proposta poetica ‘colta’ e ‘di ricerca’. Ho sperimentato con un riscontro confortante questa modalità di scrittura in molteplici situazioni e con diversi pubblici, ma la tematica ambientale enorme e complessa con la quale ho voluto questa volta confrontarmi, come si vedrà nel paragrafo successivo, ha richiesto una mole di ricerca davvero notevole e, soprattutto, lo scambio privilegiato con due musicisti locali, animati dai miei stessi ideali.
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Perché l’Amazzonia?
«Ci sono pensieri che a volte si accendono come scintille luminose da un piccolo fuoco e non ti abbandonano mai: microscopici “tarli” del cervello che rodono dentro, alimentando riflessioni continue e continuamente richiamando una qualche forma di azione, d’intervento personale, dentro o fuori dai tuoi campi di lavoro, dentro o fuori le tue attitudini e le tue aspirazioni.
La mia scintilla si accese a metà degli anni ’90 del secolo scorso, nel bel mezzo di un percorso artistico travagliato, punteggiato dalle insicurezze di chi sa di procedere sulla strada dell’isolamento da una comunità in cui non si riconosce più (con le prevedibili conseguenze negative sul piano professionale) ed è frustrato dalla presa d’atto che la propria arte compositiva non ha impatto alcuno sui grandi e piccoli problemi dell’umanità (l’inquinamento crescente, le ingiustizie sociali, la fame nel mondo, le guerre civili nei paesi più poveri), né si dà alcun coraggio per ‘sporcarsi le mani’ . Certo, Luigi Nono era un bell’esempio di rigore morale e di impegno politico. Ma ero sicuro che il mondo che si stava squadernando di giorno in giorno davanti ai miei occhi richiedesse dell’altro e di più di quella coerenza ideologica, che pure ammiravo e condividevo.
La mia scintilla si accese sottoforma di un grande tableau elettronico che, mentre eri fermo al semaforo, ti sciorinava in tempo reale la quantità di ettari di foresta pluviale distrutti per mano dell’uomo in ragione esclusiva del proprio profitto economico (incendi, disboscamento selvaggio). Era un problema immenso, epocale, che riguardava tutto il pianeta, non solo i paesi amazzonici, ma naturalmente, dopo un breve periodo di super esposizione massmediale, il clamore si spense e rimasero solo le voci isolate e irraggiungibili delle associazioni in difesa della foresta, per lo più brasiliane e centro-sudamericane, allora prive di quella facilità di comunicazione globale oggi disponibile a tutti.
Il clamore si spense, ma a me il tarlo restò nella testa per più di vent’anni, passando per l’incontro con l’antropologo Roberto Malighetti, mio vecchio compagno della scuola elementare, che mi trasmise la passione per il Brasile e la sua cultura, fino a giungere alla decisiva conoscenza con due bravissimi e giovanissimi musicisti amazzonici di Manaus e Maués: lei la cantante Karine Aguiar, lui il percussionista Ygor Saunier. Nel 2017, infatti, come fondatori e anima pulsante del gruppo “Jungle Jazz” (insieme al contrabbassista Hudson Alves e al pianista Anderson Farias) vennero a tenere un concerto per la rassegna “L’Altro Suono” del Teatro “Pavarotti” di Modena ed ebbi così modo di scambiare con loro opinioni e idee su quanto continuava a succedere alla loro terra e ai popoli indigeni che ancora l’abitano. E la fiammella si riaccese. Sentire questi ragazzi così naturalmente in sintonia con la natura, ascoltare i loro progetti di ricerca universitaria sui canti e i ritmi popolari dell’Amazzonia brasiliana, constatare come riuscivano a correlare cultura, arte e politica in funzione di un miglioramento dei rapporti fra uomo e natura, oltre l’antropocene, oltre le parole eventualmente svuotate di significato, come “sostenibilità” e “impatto zero”, mi ha richiamato all’antica esigenza di essere nel mondo attraverso la musica e, anzi, di usarla come amplificatore artisticamente sublimato per far passare messaggi forti, chiari e, perché no?, provocatòri.
Fu così che in un viaggio da Modena all’aeroporto di Venezia, dal quale il gruppo doveva partire alla volta di Roma, nacque il progetto Jungle jazz. Uma sinfonia amazônica: due composizioni originali ed una serie di nove arrangiamenti di canzoni autorali della regione, da me scritti appositamente per la “Orquestra esperimental do Teatro Amazônas”, una grande orchestra sinfonica che alle prime parti esperte affiancava giovani allievi, e il coro di giovanissimi, “Musikart”, frutto di un laboratorio inclusivo per adolescenti con problemi portato avanti da Karine. Come si può vedere nel film elaborato sul concerto dal regista Henrique Saunier Micheles (presente su YouTube), l’orchestra era arricchita dalla presenza del Trio “Jungle Jazz” e dall’intervento del gruppo strumentale nativo “Gambá di Maués”, come rappresentante vivo della grande comunità indigena dell’Amazzonia. Il breve discorso, che tenni a chiusura del concerto, gentilmente inserito dal regista sui titoli di coda, venne accolto con palese entusiasmo da quel pubblico che stipava ogni angolo dello storico teatro [iii]; e proprio lì compresi che quella gente applaudiva perché sentiva il bisogno di alleati lontani, in grado di fungere da amplificatori viventi di tutte le grida di dolore che si alzavano dai cortei di protesta, dalle canzoni popolari, dai documentari video, grida troppo spesso lasciate cadere da governanti moralmente colpevoli, capaci solo di seguire logiche di profitto a breve termine e di perseguirle a qualsiasi costo.
Quando tornai in Italia, sulla scia emotiva (ma anche riflessiva) lasciata da quell’esperienza unica, decisi che, qualsiasi occasione avessi avuto negli anni futuri di scrivere pezzi musicali per qualsiasi formazione e per qualsiasi occasione pubblica, ne avrei approfittato per lanciare un messaggio chiaro sull’importanza vitale di quel territorio per la sopravvivenza stessa del mondo e contro ogni forma di sfruttamento della foresta e di violenza nei confronti delle sue popolazioni.
Nel frattempo arrivò la pestilenza COVID 19, che a Manaus, tra il 2020 e il 2021 fece migliaia di morti e tra i nativi della foresta si propagò a causa dell’invasione dei cosiddetti “Garimpeiros”, cercatori d’oro e di pietre preziose, per lo più abusivi, che in quel periodo di isolamento forzato per tutti gli abitanti della terra, ebbero il placet dell’allora Presidente brasiliano Jair Bolsonaro per entrare indisturbati nei territori amazzonici, seminando il virus e la morte. Le immagini delle sepolture nelle fosse comuni (non c’erano più cimiteri in grado di reggere quella marea montante di morti) che fecero il giro di tutto il mondo e che riguardavano anche persone conosciute durante il mio recente soggiorno, rinforzò ancor più le mie motivazioni a realizzare il “Ciclo amazzonico”, iniziato nel gennaio del 2022 e portato a termine alla fine del 2024.
Proprio del saggio introduttivo a quel ciclo di composizioni ho voluto citare integralmente l’inizio, perché mi sembrava non poterci essere altro modo per esprimere le ragioni profonde, insieme sociali, politiche e, soprattutto, esistenziali, che mi hanno indotto a scegliere quella causa e non un’altra [iv]. E, alla fine, ho anche scoperto di essere in folta e buona compagnia …
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Quale impegno? Alcuni esempi d’intervento musicale nella foresta.
Quale che sia l’efficacia reale della denuncia e dell’opera di sensibilizzazione portata avanti da un compositore o da un performer musicale, questo mondo malato di egoismi ed egotismi e della violenza che ne rappresenta l’inevitabile corollario (ma verrebbe da dire il triste coronamento) ha bisogno di artisti “impegnati”, cioè capaci di andare oltre l’imprescindibile protagonismo (grazie anche al quale, non dimentichiamolo!, si trova il coraggio di mostrare il proprio ingegno creativo e di sottoporlo alla valutazione di pubblici sconosciuti) e di mettere le loro opere a disposizione della crescita intellettuale ed emotiva dell’umanità di cui sono parte, nella consapevolezza che, se è vero che il linguaggio musicale in sé non può significare altro se non se stesso, è altrettanto vero che è in grado di toccare corde emotive impensabili attraverso la metafora, l’evocazione, la costruzione nel tempo della narrazione sonora. Se è frutto di un’onesta e genuina ispirazione, di idee (e, perché no, di ideologie) sincere e convinte, se trova i propri materiali nella complessità della natura e dell’uomo, la musica è in grado di condurre l’uomo alla sua “verità”, che riesce ad essere pura perché si sottrae alle incrostazioni stratificate dei significati imposti, delle menzogne “verosimili”, delle semplificazioni che tacitano le coscienze. E, forse, come provocatoriamente afferma un interessante compositore italiano, «Ricreare la ‘verità’ è artisticamente più interessante della verità stessa. La stilizzazione del vero, del crudele, dell’orrore, della sofferenza, o della vittoria sul male, è qualcosa che si lega fortemente al linguaggio artistico. Tanto più si approfondisce e si dimentica la dimensione del vero, tanto più si tende ad elaborare e stilizzare.» [v]
Dunque, incrociando il tratto “polisemico” del linguaggio musicale con l’urgenza del compositore di essere parte attiva nell’affrontare i problemi del mondo, anziché chiudersi nell’autocompiacimento, magari all’ombra di ambigue protezioni politiche, si ottiene una lunga lista di artisti che hanno scelto strade simili, ma a volte anche totalmente diverse, per conferire al loro prodotto musicale il riferimento più chiaro ed evidente al tema della deforestazione. Ne cito solo alcuni, di diversa estrazione e fama, che hanno lavorato più o meno nell’ultimo quinquennio: sono Jean-Michel Jarre, che nel suo arcinoto stile elettronico ha composto le musiche per la mostra Amazônia di Sebastião Salgado (morto fra l’altro nello scorso mese di maggio, all’età di 81 anni); Amaro Freitas, conosciutissimo pianista Jazz pernambucano, che ha dedicato un Album all’Amazzonia dal titolo Y’Y (in lingua Sateré Mawé acqua); la coppia Marco Scarassatti e Livio Tragtenberg, impegnati a costruire (e a suonare) nel canton dei grigioni, in Svizzera, la simbolica Orchestra di strumenti bruciati, letteralmente ricavati dal legno arso; il violinista e compositore italiano Fabio Imbergamo con Amazzonia SOS, un breve, ma emozionante, documentario di denuncia sostenuto anche qui da musica elettronica evocativa di sonorità autoctone; come concezione compositiva non va più lontano David Monacchi in Fragment of Estinction, che però impiega registrazioni in HD, da lui stesso realizzate nel cuore della jungla amazzonica; altri lavori degni di nota, ai confini tra il pop e lo sperimentalismo elettronico, sono Madre di Go Dugong, pseudonimo di Giulio Fonseca, produttore, compositore e DJ italiano, che ha lavorato per l’occasione col venezuelano Carlos Conde, sperimentatore di suoni attraverso la strumentazione indigena, e Amazoom, un vinile dell’artista veronese Luca Trevisani.
Questi pochi nomi, immersi però in un oceano di musicisti attenti ormai da anni a quanto accade alla foresta pluviale e ai suoi abitanti, testimoniano un coinvolgimento profondo, che non è solo fatto, come nel caso del mio ‘Ciclo amazzonico’, d’impegno ideale trasfuso in strutture musicali astratte, ma che spesso si misura con il contesto d’origine, lavorando dentro l’habitat naturale da difendere e lavorando a stretto contatto con le popolazioni indigene disposte a collaborare.
Ciò supera con evidenza ogni aporia semiotica legata ai ‘non significati’ della musica e alla sua attitudine connotativa, che la rende ambigua, indefinita e, sostanzialmente, poco adatta a veicolare messaggi sociali o politici forti e chiari.
Del resto, solo la coscienza individuale e la forza motivazionale che ne consegue possono indicare quale sia la strada migliore da intraprendere. E rimango convinto che importante sia l’azione, non il mezzo.
Siamo tutti coinvolti.
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Oltre l’ecologismo: la musica come fattore educativo per un cambio di paradigma nel rapporto fra uomo e pianeta
Sono partito dall’Amazzonia e dal mio impegno come musicista per cercare di sostenere la causa della sua sopravvivenza all’avidità umana, ma vorrei chiudere questo mio breve contributo guardando un po’ oltre le contingenze che mi hanno coinvolto, per riallacciarmi al tema dell’educazione alla complessità, così come ho cercato di affrontarlo in un libretto edito nel 2022, laddove auspicavo che la scuola italiana non continui a considerare «l’espressione artistica, strumento millenario di rappresentazione umana della realtà, come semplice accessorio, degno al più di laboratori mirati, ma lontano dal core didattico della programmazione educativa, bensì ne faccia lo strumento privilegiato d’accesso alla conoscenza, soprattutto nella fascia primaria dell’insegnamento, quando il bambino inizia a maturare la sua visione del mondo. Imparare a costruire e ad interpretare i prodotti della creatività, manipolando i simboli che ne costituiscono la materia prima ed applicando i quadri mentali che la coordinano, diretta emanazione della complessità emozionale e psicofisica dell’uomo, non è tempo perso, perché alla lunga rende l’apprendimento più stabile, motivato e profondo. Forse si tratterebbe di compiere una piccola rivoluzione copernicana, ma forse anche no. Forse si tratterebbe solo di guardare alle centinaia di studiosi ed insegnanti che nel corso degli ultimi decenni hanno aperto laboratori e hanno fatto sperimentazione e ricerca in questa direzione [vi] e cambiare punto di vista su che cosa debba essere la Scuola del Terzo Millennio per formare gli abitanti (vorrei dire i ‘cittadini‛) di questo mondo malato e complesso, che ogni giorno lancia sfide nuove alle nostre capacità di lettura della realtà e dei nostri simili. Con una (personale) certezza: l’arte non deve insegnare solo ad apprezzare la bellezza, fugace, effimera e mutevole, ma a riconoscere la verità (le verità?) nascosta tra le intercapedini della complessa stratigrafia del reale. Solo così potremo ancora permetterci di sognare un futuro.» [vii]
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Idee per rimandare la fine del mondo
Il titolo di quest’ultimo paragrafo è la traduzione del titolo di un libretto ricavato da due conferenze e un’intervista tenute in Portogallo tra il 2017 e il 2019 da Ailton Krenak, giornalista e scrittore settantenne di etnia Krenak, una popolazione indigena dell’Amazzonia brasiliana (abita alla sinistra del Rio Doce, ad est dello stato di São Paulo), ormai ridotta a un paio di centinaia di superstiti di abusi e vessazioni perpetrati nel corso dei decenni da gruppi di potere economico. [viii] Dopo averlo incontrato a Manaus nella piazza antistante il teatro Amazonas, ho tentato di condividere una pur modesta analisi di quello scritto che potesse dar ragione della forza utopica del suo pensiero. [ix] Ma ciò che mi preme ora, in sede conclusiva del mio intervento, è riportare un passo, a mio avviso particolarmente significativo rispetto alla prospettiva finora adottata:
La nostra epoca è specializzata nel creare assenze: del senso del vivere in società, del senso stesso dell’esperienza di vivere. Questo genera una grandissima intolleranza verso chi è ancora capace di sperimentare il piacere d’essere vivo, di danzare, di cantare. Ed è piena di piccole costellazioni di gente sparsa per tutto il mondo che danza, canta, fa piovere. Il tipo di umano zombie del quale siamo chiamati a far parte non tollera tanto piacere ed una simile fruizione della vita. Così invoca la fine del mondo come una possibilità di farci desistere dai nostri sogni. La mia provocazione di rimandare la fine del mondo consiste nel poter sempre raccontare una storia. Potendolo fare, rimanderemo la fine del mondo. [x]
Perché raccontare una storia? Che cosa c’entra con il disastro ecologico che abbiamo sin qui evocato? Perché mai una storia potrà salvare un’umanità che sembra andare volontariamente incontro all’autodistruzione? Perché fin quando ogni popolazione della terra potrà raccontare la sua storia, circoleranno visioni del mondo diverse che, confrontandosi, disegneranno quei “paracaduti” in grado, secondo Krenak, di attutire la caduta nel vuoto che attendiamo imminente. Accettare che esistano persone che parlano con la sorella montagna, o rispettare le donne Munduruku, entrate in un museo cittadino per riprendersi quelli che, per i bianchi, sono reperti archeologici, ma che, per gli indigeni, sono gli spiriti degli antenati, imprigionati e sofferenti in un luogo a loro estraneo [xi], non significa solo accettazione e rispetto, ma serve soprattutto a stimolare un pensiero creativo e divergente, che si alimenta di complessità e si traduce «in visioni non scontate e assolutamente “altre” da quelle sinora fallimentarmente adottate, [proponendo] modelli compatibili con la complessità biologica, fisiologica e psicologica della terra e degli esseri viventi che la occupano.»
L’arte ha ancora molto da fare in questo senso, dovendo uscire dal circuito chiuso spettacolo – bellezza – autoaffermazione – guadagno ed imporsi come vettore educativo cruciale per le nuove generazioni.
Impegnarsi personalmente in cause settoriali, ancorché nobile, rischia di essere inutile e frustrante.
Andiamo oltre … tutti.
Note
[i] Il termine, impiegato da Lawrence Kramer in Musical Meaning, Univeristy of California Press, Berkeley-Los Angeles, 2002, pp. 146–147, descrive in sostanza la mescolanza della musica con testi ed immagini, eventualmente, ma non necessariamente, legata alle nuove tecnologie multimediali.
[ii] Ad affrontare in modo sistematico il problema del rapporto fra musica e sentimenti comuni, tra musica e significati extramusicali fu il compositore e studioso tedesco Edward Hanslick, che nel 1854 diede alle stampe un libro, Vom Musikalisch Schönen, diventato in seguito una specie di vangelo per i cosiddetti “formalisti” (trad. it. Il bello musicale, Aesthetica, Palermo 2007). A chi volesse approfondire l’argomento consiglio senz’altro di leggere Peter Kivy, Filosofia della musica. Un’introduzione, trad. it., Einaudi, Torino, 2007.
[iii] Il Teatro Amazonas è divenuto celebre in tutto il mondo per essere apparso nel film Fitzcarraldo (1982) del regista tedesco Werner Herzog. All’inizio del film, infatti, il melomane Brian Sweeney Fitzgerald detto “Fitzcarraldo” (un grande Klaus Kinski) cerca di entrare per vedere Enrico Caruso che interpreta l’Ernani di Giuseppe Verdi. Ma arriva che l’opera è già finita, per cui si vede in realtà soltanto l’interno della sala.
[iv] Corredate da un articolato saggio introduttivo, le partiture e i collegamenti per scaricare i relativi audio dell’intero ciclo amazzonico, composto da otto brani per diversi organici, tutti ispirati al tema della distruzione della foresta, sono uscite recentemente in un Quaderno dal titolo Amazônia, meu amor, a cura della coraggiosa e impegnata casa editrice “Agenda” di Bologna. Il passo qui citato si trova alle pp. 5-6.
[v] Stefano Taglietti, Il codice del silenzio. Pensieri, filosofie, esperienze e collegamenti per le idee musicali, Compagnia Nuove Indye, Roma, 2025, pp. 16–17.
[vi] Invito il lettore a leggere il “Diario di bordo” del maestro di scuola primaria Luca Dalmasso per comprendere appieno che cosa intendo quando auspico l’impiego delle arti come veicolo metodologico privilegiato di crescita integrale e consapevole dei nostri bambini. Sta nel sito della Rivista online di pedagogia e cultura musicale Musicheria.net,
[vii] Antonio Giacometti, Educare alle complessità, Lamantica Edizioni, Brescia, 2022, pp. 87-89.
[viii] Ailton Krenak, Ideias para adiar a fim do mundo, Editora Schwarcz, Companhia das letras, São Paulo, 2019 (tr. it., Idee per rimandare la fine del mondo. L’identità esemplare di un piccolo popolo per il futuro delle società umane, Aboca Edizioni, Sansepolcro (AR), 2020).
[ix] Antonio Giacometti, Passaggio a Nord-Ovest. Riflessioni amazzoniche., SECOP edizioni, Corato (BA), 2023.
[x] Ailton Krenak, Op.cit., pp. 26-27 (traduzione dello scrivente dall’originale portoghese).
[xi] Eliane Brum, Banzeiro òkòtó: uma viagem à Amazônia Centro do Mundo, Eliane Brum©, 2021 (tr. it. Amazzonia. Viaggio al centro del mondo, Sellerio, Palermo, 2023, pp. 46-47). Consiglio anche Emanuela Evangelista, Amazzonia. Una vita nel cuore della foresta, Laterza, Bari, 2023.