Ringraziamenti
Grazie a Matteo Frasca e al suo orecchio acerbo che con attenzione, esperienza, sensibilità sa accogliere e trasformare la vita in storie e arte e sa rendere vita la storia e l’arte. Lungo sarebbe l’elenco dei miei grazie e come posso sintetizzare tanto cuore e gratitudine? Ci provo dicendo che la gratitudine è tanta verso colleghi dell’ospedale e dello staff, personale sanitario medici infermiere e OSS signore delle pulizie, famiglie, bambini e ragazzi, amiche e amici, “maestre” e “maestri” nelle corsie dentro e fuori. Un ringraziamento a mia moglie Susanna, alle mie figlie Giulietta e Marianna e ai miei genitori. Grazie al cammino su cui ho potuto incontrare e meravigliarmi, grazie a voi che avete fatto spazio ascoltando.
Antonio
Si conclude il viaggio con Antonio Panella ed il Dottor Sogni, ossia Pelosone. Quello che abbiamo cercato di fare è stato raccontare e far raccontare un’esperienza soglia tra dolore, gioia, speranza, spazi di comunità, in un luogo viziato spesso da un immaginario non corrispondente alla realtà e alla varietà di dimensioni vissute.
Abbiamo affiancato al concetto di intervista, l’invenzione di inter-sentita, come sotto-testo che racconta ed emerge dentro la composizione radiofonica. Antonio, amico coautore e interprete di questa idea, è stato compagno straordinario di sperimentazione e apertura al possibile narrativo e sentimentale. E un grazie enorme a tutta la comunità che si è messa in ascolto, seguendoci con riconoscenza, affetto, profondità.
Buon ascolto di “Altre Stanze”, ultimo appuntamento de La stanze di AP.
Matteo
I testi letti all’interno di “Altre stanze” sono tratti da: Tararì Tararera di Emanuela Bussolati, Carthusia Edizioni 2009; I pigiami fanno eccì di Anna Sarfatti, Coccole Books 2024.
In ascolto…
Carissimo Antonio ho ascoltato e riascoltato questa meraviglia in momenti diversi, perchè la ricchezza è tale da non poter essere assorbita tutta in un colpo. Ascoltare è veramente una terapia, è anche nutrimento, meraviglia e stimolo a svegliarmi – Luisa
Su una panchina della stazione di La Spezia, lunedì, ho ascoltato l’intersentita. Caldo torrido, gente che in continuazione passava, il tempo invece non passava mai. Marco ha aperto un nuovo spazio un nuovo tempo. I suoi capelli che danzavano, fiocchi magici di neve, funamboli colorati, trapezisti coraggiosi, hanno creato l’incanto: la bellezza il coraggio la fantasia i colori la luce del mare là fuori dal Gaslini hanno dilagato nella stazione. Ho pianto per questa magia. Grazie dottor Pelosone e ai tuoi magnifici colleghi, dottori di sogni e di realtà più potenti della realtà – Alessandra
Ciao Antonio, ho finalmente avuto il tempo di sentire l’intervista/intersentita, che ci hai mandato… e di gustarmela. Grazie davvero… avevo i brividi, ascoltandovi… e, pensavo, che belle domande che ti hanno fatto… – Giacomo
Spero che Marco stia meglio... ci manderai anche le altre stanze? Alessandra
Caro Antonio, ho letto e sentito l’intervista e l’intersentita. Ti rispondo solo adesso perché avevo bisogno di metabolizzare le tue parole in un silenzio proficuo. Ti ringrazio infinitamente, é difficile trovare parole adatte o semplicemente all’altezza delle tue. Forse però non é scontato dirti che tu sei un dono per la Vita e che la Vita ha posto sulla terra un dono. Mi immagino quanti bambini, genitori, ragazzi, adulti, anziani.. tu abbia arricchito posando nel loro cuore un’emozione in più. Mi immagino un essere umano, i cui giorni sono forse limitati o monotoni, che concepisce un gesto insignificante come forse il più importante della sua vita. Quanta delicatezza… La tua voce é pacata e silenziosa, e già solo con questa riesci a emanare una calma immensa. La tua voce é stupore, é soffio e respiro, é note e pause, all’interno delle quali avviene quell’armoniosa danza nell’equilibrio tra interlocutore e ascoltatore, proprio come accade nella musica. Saper ascoltare é un dono, é una missione e una responsabilità. Quando qualcuno ripone in te la sua storia, é come un pezzo di puzzle che compone un disegno più ampio. Grazie per questi tuoi racconti, grazie per il valore immenso che porti alla vita, agli attimi, agli esseri umani. Per favore, condividi altre storie perché sono essenziali, forse possono ricordare l’umanità a qualcuno.
Grazie, Grazie – Cora violoncellista ventenne.
Note d’invenzione

Ogni volta che raccontiamo qualcosa della nostra vita, ci troviamo di fronte a una scelta implicita: guardare indietro oppure rientrare nella scena. La prima postura è quella dell’intervista classica — una rielaborazione distante, mediata dal tempo e dal linguaggio narrativo consolidato. La seconda è qualcosa di più raro e più vivo: un’immersione nel momento originale, una presenza che resiste alla domesticazione del ricordo, potremmo chiamarla, con un neologismo, un’inter-sentita.
Questa distinzione non è solo stilistica. Riguarda profondamente come il vissuto diventa materia narrabile, e quali strati dell’esperienza riescono a passare attraverso la parola. Da qui nasce forse il movimento alternato di due forme narrative precedute da “inter” dalla quale ci guardiamo e raccontiamo, una esterna (intervista), l’altra più interna (intersentita) .
Quando una persona racconta qualcosa di sé, sceglie — spesso senza saperlo — da quale parte della propria esperienza parlare. Abita la distanza, costruisce la narrazione come se guardasse dall’alto una mappa già tracciata. Ma al tempo stesso, può sentire l’esigenza di tornare dentro la scena, riabitata dalla “pelle” prima che dalla mente. Queste due posture non sono semplicemente stili diversi: sono modi di stare nel tempo, e dunque nel proprio vissuto.
L’inter-vista è la postura di chi racconta il passato dall’esterno, attraverso la parola strutturata e lo sguardo retrospettivo. Il soggetto si colloca fuori dalla scena, la osserva, la interpreta. C’è in questo movimento una certa, necessaria lucidità — e insieme una certa protezione. Il racconto prende forma, si fa testo, si distanzia dall’origine affettiva che lo ha generato. È proprio la logica dell’intervista: uno spazio di mediazione tra l’esperienza e il linguaggio che la nomina.
L’inter-sentita, invece, è la postura di chi non racconta da lontano ma da dentro. Non descrive la scena: la abita di nuovo, la sente di nuovo, la vive nel presente del racconto stesso. È una forma di memoria incarnata, in cui il corpo partecipa insieme alla voce. Non si tratta di rivivere meccanicamente, ma di lasciare che il passato torni con tutto il suo peso sensoriale ed emotivo, senza che venga “mediato”, nonostante possa comunque veicolarsi tramite parola. La poesia, come registro, è quindi affine all’intersentita, una parola o un discorso non necessariamente “giusto”, ma sintonizzato.
Queste due modalità non si oppongono: si cercano, si completano, spesso si intrecciano nella stessa narrazione. Nelle stanze che via via qui compariranno, cerchiamo appunto di sperimentare radiofonicamente questo movimento alternato e lo faremo sempre con espedienti diversi, anche al fine di proporre una riflessione su quanto intervista e intersentita possano tradurre contesti pedagogici dentro i quali possiamo esprimerci e fare esprimere, con più sfumature e consapevolezze di bisogni.
