Musicheria. La rivista digitale di educazione al suono e alla musica

Cantare è vivere

Mario Piatti, Rita Sannia

Intervista a Rita Sannia

In ambito educativo si insiste molto sull’importanza del cantare in coro, mettendo un po’ in secondo piano il canto solistico. Rita Sannia si può dire che canta da una vita, dedicandosi anche all’insegnamento e alla educazione della voce per chi si vuol cimentare nel canto solistico. Ha compiuto privatamente studi musicali, in particolare canto moderno e interpretazione con insegnanti di impostazione classica e moderna. Si è diplomata presso la Scuola di Animazione Musicale a Orientamento Pedagogico e Sociale (SAMOPS) del Centro Studi Maurizio Di Benedetto di Lecco (CSMDB). Ha iniziato la sua carriera artistica come cantante e interprete nell’85 spaziando nei vari generi musicali, riportando vari riconoscimenti artistici a livello locale e nazionale, collaborando con vari jazzisti della Sardegna. Accanto alla carriera artistica ha coltivato la passione per la didattica musicale con particolare riferimento al canto. Il suo metodo è la risultante di una molteplicità di esperienze di studi in tutti i settori della didattica musicale, delle metodologie riferite al canto, delle riabilitazioni (logopedia, psicofonia). Dal 2000 insegna privatamente canto moderno, in diverse scuole della provincia di Cagliari.
Ho incontrato Rita nella sua casa di Iglesias dove accoglie anche un buon numero di ragazze e ragazzi che intendono impegnarsi nel canto moderno. La ringrazio per la disponibilità a rispondere ad alcune domande.

Partiamo dalla tua esperienza alla Scuola di Animazione Musicale di Lecco, in cui ti sei diplomata nel 2003 con la tesi “Silenziosamente… in musica”. Son passati diversi anni. Quale ricordo hai di quella esperienza?

È impossibile per me, parlare di ricordo. Con la mente posso afferrare tantissimi ricordi degli anni trascorsi a Lecco. Frame della memoria, frame vari. Amicizie, condivisioni, esperienze, apprendimenti, stati d’animo, frame del paesaggio, di frustrazioni, di sorprese, di agi e disagi.
Come scrivo nel mio libro “Legatura di valore”, ogni segno della memoria è destinato all’oblio ma se orchestrato dal valore che li lega al vissuto personale, allora l’intera persona “diventa “.
Volendo dare una connotazione filosofica/spirituale, esperienze di vita che smuovono e risvegliano il desiderio del valore, diventano querce che ramificano nelle profondità della terra tenendo saldo ogni percorso della propria vita e ramificando verso l’alto per catturare la luce, garantiscono il senso del tutto e dell’unicità. “Come in cielo così in terra” si narra nei vangeli.
Torniamo sulla terra e alla tua domanda sul ricordo.
All’epoca avevo collezionato delle esperienze disastrose come allieva di canto, non riuscivo a trovare un maestro/a che mi aiutasse a comprendere e a migliorare le mie prestazioni vocali. Tutto mi arrivava complesso e tutto era proteso alla prestazione. Avevo appena cominciato l’esperienza come vocalist in un quartetto jazz pur non essendo jazzista. Studi complessi, serate frustranti in cui mi ritrovavo a contare e ad aver paura di spezzare il solo di qualche strumento. Anche lì, mio obiettivo: prestazione. L’unica esperienza musicale divertente l’avevo con i bambini della scuola elementare. Mi piaceva scrivere delle storie o rivisitarne alcune, componevo dei semplici canti e davo vita a dei piccoli musical. Io e i bambini ci divertivamo molto ma l’obiettivo era sempre la prestazione finale. I bambini, per quanto si divertissero, erano dei semplici esecutori. Queste tre esperienze mi inquietavano. In rete cominciai a cercare risposte.
Sentivo che la musica non poteva essere così complessa e frustrante, ardevo di passione per la musica ma intorno avevo ciò che sembrava la spegnesse. Solo l’esperienza con i bambini aveva il potere di rinnovarla per quanto sentissi mancasse qualcosa. Io ero una donna fatta di poesia, arrivavo da un vissuto molto pesante e solo la musica aveva avuto il potere di farmi trascendere e “salvarmi”.
Quindi in rete trovai la presentazione della scuola di Animazione Musicale a Lecco. Ricordo esattamente ogni particolare di quel momento, rimasi assorta come dentro una bolla, davanti a quella presentazione. Sentivo legittimarsi il mio essere donna di poesia, ribollire ogni mia nota di frustrazione, un’emozione rivitalizzarmi. Era esattamente ciò che cercavo: qualcosa che mi somigliasse e che potevo approfondire e capire meglio. Il giorno dopo mandai la mail di iscrizione.
L’invito di Maurizio Spaccazocchi a suonare uno spartito al rovescio mettendo in scena una storia strampalata; la poesia di Calvino e Baricco  come inviti ad aprirsi alla propria ed altrui identità vissuta come gioco in ritmi, storie, vocalità, movimenti e idee sceniche  con Enrico Strobino, Daniele Vineis, Antonella Talamonti, Ives Favier; “la valigetta degli attrezzi”, fondamentale corredo dell’insegnante che vuole adattarsi e mettersi in gioco con e per il gruppo in cui opera, appreso da  Mario Piatti; la scoperta e curiosità intorno alla psico-acustica con le lezioni di Luca Marconi; la comprensione sul valore e significato  dell’ animazione e dell’animazione musicale con Maurizio Vitali; aver finalmente appreso come redigere un progetto didattico grazie a Rosi Granata; gli insegnamenti di Franca Ferrari sulla musica dell’ascolto che fecero di me e dei bambini della scuola elementare dei co-autori di storie inventate, sono alcuni link significativi del mio percorso della scuola di Lecco.
Ma ciò che ritengo fondamentale di questa esperienza, è stato il team dei docenti che ha lavorato in modo coeso e coerente con gli insegnamenti, mossi da dei grandi ideali condivisi tra loro.
In quei ricchi quattro anni (pensando anche al tirocinio e tesi), l’esperienza della scuola di Lecco si è intrecciata o meglio, legata alla mia vita personale e professionale come cantante ed insegnante. Tutto ha concorso al mio “divenire”, in modo molto graduale e direi, all’inizio, anche in modo inconsapevole, legando quell’esperienza ad altre di grande valore poiché la scuola di Lecco aveva aperto le porte del coraggio, della curiosità e dell’entusiasmo nella ricerca.

Possiamo dire che tu canti da una vita. Che valore ha per te il cantare?

Tempo fa, mi posi la stessa domanda profondamente. La risposta diede vita al piccolo manoscritto autobiografico “Legatura di Valore” al quale avrei allegato il CD. Come già detto, identificarmi in un “genere musicale” mi faceva sentire un colibrì dentro una piccola gabbietta. Sincretismo e maieutica, durante e dopo la scuola di Lecco, erano diventati il motore del mio essere, pensare, ascoltare, fare musica.
Mi piaceva e mi piace tanto cantare accompagnata da jazzisti o musicisti che hanno anche quella formazione proprio perché in quelle sonorità e nell’interplay, c’è il dialogo d’anime che non ha genere. Cantare per me ha questo valore: il dialogo d’anima. Un dialogo piacevole prevede il desiderio e la capacità dell’ascoltare e, il cantare è un luogo in cui desiderio, ascolto, domande e risposte coesistono. È un unisono in un luogo svincolato da tempo e spazio.

Per diversi anni sei stata maestra di scuola elementare. Immagino che tu abbia coinvolto i bambini col canto e la musica. Poi hai lasciato la scuola per fare la cantante. In una intervista di qualche anno fa a Jazz Convention hai detto: “Ciò che mi ha spinta a diventare cantante è un forte richiamo ad interpretare sfumature d’anima. E l’anima si sa, è un po’ invadente. Se lasci le porte aperte è capace di pescare e mescolare tutto ciò di cui, nel tuo percorso musicale, ti ha fatto innamorare”. I tuoi studenti oggi sono in prevalenza adolescenti e giovani. Quali sono secondo te le motivazioni che le/li spingono ad impegnarsi in uno studio impegnativo? Quali aspettative hanno?  In questi anni hai notato dei cambiamenti nei loro interessi e gusti?

Nessuno dei miei allievi ha o ha avuto delle consapevoli motivazioni nel cominciare il percorso di canto così come non le avevo io all’inizio del mio percorso. Ad inizio percorso le aspettative sono sempre legate alla prestazione canora. Ma in tutti leggo il desiderio di legittimare una passione e/o avere un angolo di vita in cui poter trascendere dal reale con il canto. Sono studenti e studentesse, impresari, operai, funzionari di banca, donne che si ritagliano un’ora, una volta alla settimana, dagli impegni di figli e famiglia…
Raccogliendo le esperienze di tanti anni, comprese le mie personali di cantante, ritengo che la passione inizia sempre dal momento in cui un individuo si accorge di un’inquietudine che la musica amplifica fino a farla “scoppiare” in desiderio. Il desiderio è un’esplosione di inquietudine. Dove vanno questi pezzetti inquieti? Esplodono, vanno lontano, vanno nel de-sidera, oltre le stelle. Non vanno nel probabile (con-sidera) vanno nel possibile. È nel possibile che si intersecano, non necessariamente o non solo, con luoghi musicali. Sono luoghi di incontri in variegate esperienze. Ciascun luogo possibile accoglie, sempre, tutta la persona intera.
Il mio ruolo è quello di captare e animare desideri e su questi adattare nei vari cambiamenti uno e più percorsi di studio a misura della persona. Ciò che nel pratico accade nell’evoluzione musicale dei miei allievi è che spesso vengono separati il piacere dell’ascolto da quello dell’esecuzione. Ci si accorge che alcuni brani musicali sono più “gustosi” da ascoltare che da cantare. Questo rappresenta un grande passo di crescita: comincia un percorso di consapevolezza. Aspetto con pazienza il momento in cui mi dicono “da quando prendo lezioni di canto, non so più cantare”, solitamente rispondo con un abbraccio o manifesto gioia: è il momento in cui si accorgono della propria identità vocale che litiga con i vecchi schemi psicomotori.
Pur eseguendo lezioni settimanali individuali, mi piace far incontrare gli allievi almeno due, tre volte l’anno nella mia casa. Semplici incontri di poche ore in cui si condivide il brano preferito, un piccolo rinfresco, due chiacchiere. È un leggero momento di conoscenza. Per esperienza, so bene però, che il gruppo è un potente motore di crescita. Il contatto con l’alterità vissuta nella condivisione del gruppo, anima la ricerca/scoperta dell’“io” musicale. Solitamente, dopo tali incontri, hanno il desiderio di comunicarmi apprezzamenti per le altre voci o per altri generi musicali che talvolta approfondiscono. Sono inoltre meno inibiti ad affrontare esercitazioni e si affievolisce la paura del giudizio.

 

Non possiamo non fare riferimento alla tua terra, la Sardegna, alle sue tradizioni musicali e anche a iniziative locali della zona dell’Iglesiente dove abiti, legati alla salvaguardia dell’ambiente. Cosa diresti ai ragazzi e ai giovani di oggi per invogliarli a conoscere e a diffondere queste tradizioni e a considerare il paesaggio sonoro come un bene comune?

Non conosco angolo della Sardegna in cui non si è legati alle tradizioni culturali e musicali. In ogni paese c’è almeno una scuola di ballo sardo e almeno un coro di musica sacra in lingua sarda (di grande interesse e diffusione, le composizioni di Don Allori). Dagli anni 60 ad oggi, commistioni di vari stili e musica sarda, offrono all’ascoltatore paesaggi sonori pregni di antica e attuale narrazione della cultura sarda. I Barritas, per esempio (metà anni ’60), diffusero dei brani musicali con sonorità della musica moderna popolare del tempo, narrando scorci di vita quotidiana miste a tradizioni in modo ironico e divertente in cui tutt’ora, noi sardi ci riconosciamo e la loro “messa beat” che ebbe un successo nazionale. Il grande Piero Marras (di origini Sindiesi come me), con un tocco compositivo, a mio gusto, singolarmente poetico, in cui invita a consapevolezze, denunce, dolori e una visione sublime della nostra terra da preservare nella sua interezza. Andrea Parodi con I Tazenda e le loro varie collaborazioni artistiche, dal pop di fama nazionale al jazz di Al di Meola, hanno segnato una svolta nel diffondere tradizioni sonore e culturali sarde, non solo tra gli ascoltatori di giovane generazione ma anche tra compositori attuali. Inoltre, l’uso massivo della rete è stato di grande aiuto nel diffondere sagre e riti spesso abbinati all’esplorazione del paesaggio. Devo ammettere però, che tra le città dell’Iglesiente, la più difficile in merito a tener vive le tradizioni è proprio la mia città: Iglesias.
Strutturalmente testimonianza di insediamenti di diversi popoli nelle diverse epoche storiche, è una città di rara bellezza. Nasconde tuttavia, un’involuzione culturale delle tradizioni a causa di molteplici contaminazioni culturali nel periodo di maggior flusso migratorio durante il ricco periodo dell’attività mineraria. Una netta separazione tra ricchi e poveri (solitamente minatori), tra contanti e cambiali, tra abbondanza di cibo e la cambusa o piccoli negozi in cui si pagava “a libretto”, le passeggiate domenicali nelle piazze/salotti della città dove l’abbigliamento testimoniava le differenze dei ceti sociali, portarono gran parte della popolazione a nascondere il proprio stato di povertà cercando di mescolarsi alla piccola e grande borghesia.
Chi ne pagò le conseguenze fu la lingua sarda, proibita nelle scuole e nei salotti bene. Tutt’oggi la lingua sarda parlata dall’iglesiente ha perso gran parte di parole e radici autoctone. L’intensa attività mineraria inoltre, distrusse e trasformò paesaggi montani e marini. Tutto era risucchiato dall’attività mineraria compreso il paesaggio sonoro che, come descrivo nel mio manoscritto “Legatura di Valore”, scandiva i tempi della vita quotidiana della città. La cessata attività mineraria lasciò ruderi strutturali e culturali, segni indelebili di sacrifici e sofferenze.
Ma in questi ultimi anni qualcosa sta cambiando. Poiché la musica, o meglio le musiche, non hanno necessità di “chiasso” ma di leggere armonie orchestrate dal motore della bellezza, ecco risorgere, silenziosamente, il Villaggio Normann e i suoi abitanti ai quali, ai tempi delle miniere, era proibito usufruirne in qualunque modo poiché esclusiva dei proprietari della miniera e dello stretto team. Quasi tutti gli abitanti del villaggio sono oggi un’associazione di volontari che hanno lo scopo di far risorgere la bellezza dall’abbandono. Si definiscono “custodi del futuro”. Con i volontari dell’associazione collaborano sempre più giovani dalle svariate passioni che rendono giustizia alla realtà antropologica del luogo e dei luoghi dell’Iglesiente. Al Villaggio Normann, una rassegna culturale estiva che ha basi solide su tematiche valoriali, diverse di anno in anno, coinvolge un pubblico variegato per interessi ed età. Tutte le manifestazioni culturali promosse non hanno alcuna finalità di business. Non troverai mai la bancarella di oggetti o dolciumi, cibo o bibite. Pur essendo frutto di un grande lavoro, tutto è avvolto dalla semplicità del luogo. Gli spettacoli di varia natura, solitamente della durata di un’ora, lasciano gran parte del tempo a ciò che nella nostra tradizione si chiama “cumbidu”, ovvero un’offerta gratuita di un piatto di pasta e un bicchiere di vino. Spenta la musica e sotto un silenzioso cielo stellato, la piccola piazza in cui si erge il rudere (oggi in ristrutturazione) della villa Stefani, diventa un’agorà di scambi, relazioni, condivisioni di nuove idee.
Da qualche anno ho l’onore di collaborare come volontaria con l’associazione Normann poiché come loro credo che la salvaguardia del bene comune in tutte le sue forme, nasce dal senso di appartenenza condiviso, così che le radici del tempo possano diventare radici del futuro. E, nel futuro, ho da tempo il desiderio di trovare collaborazioni atte a progettare attività nello specifico del paesaggio sonoro. Per chi volesse approfondire la storia e sviluppi del Villaggio può visitare il sito: https://villaggionormann.it/

Per il tuo primo disco “Legatura di valore” (ascolatible su Spotify) che risale al 2010, distribuito da Koinè Dodicilune, ti sei avvalsa di numerose collaborazioni sia per i testi che per le musiche. Mi viene in mente un proverbio africano che dice “Se vuoi andare veloce, vai da solo. Se vuoi andare lontano, vai insieme”, o anche un detto dell’amico Paolo Cerlati: “Al gioco della musica vince chi arriva insieme”. Che ne pensi?

Si dice che “Noi Siamo Ciò Che Manifestiamo” e se manifestiamo passione, forti valori d’amicizia, il farsi “uno” con l’altro, attraiamo persone che manifestano stessa tipologia di energia. Così è avvenuto nella realizzazione del CD. Terminato il manoscritto, chiesi collaborazione a Peo Alfonsi (oggi chitarrista di fama internazionale) grande amico di gioventù e mio talent scout. Scoprì lui la mia voce e con lui iniziai la mia carriera di cantante. Peo accettò e a sua volta coinvolse un suo amico fraterno e collega, il contrabbassista Salvatore Maiore che coinvolse sua moglie violista: Maria Vicentini. Tutti loro vivevano a Verona e individuarono una sala di registrazione a Mantova da Carlo Cantini anch’esso musicista di grande fama. La maggior parte dei brani erano editi e Peo e Salvatore si occuparono degli arrangiamenti.
Iniziammo da “Alem do Amor” per la quale Peo compose un arrangiamento orchestrale. Così coinvolsero il loro caro amico Viktor Csanyi, violino dell’orchestra dell’Arena di Verona, che a sua volta scelse otto orchestrali.  Ci volle un’intera giornata per registrare il brano. A fine giornata, Serena Chien (violino) timidamente mi disse: “Hai cantato lo stesso brano per tutta giornata sempre con la stessa passione, mi sono chiesta “come è possibile? Noi, grazie a questo, abbiamo suonato guidati dalla tua stessa passione”. Serena era visibilmente meravigliata ed era evidente che per lei fu un’esperienza musicale nuova. Come mi diceva Viktor, gli orchestrali raramente lavorano in un clima così amicale e soprattutto in composizioni moderne.
Facevamo delle piccole prove a casa di Peo con alcuni musicisti, gli altri li conobbi in sala di registrazione. Ciascun brano del disco rappresenta una dedica alle narrazioni del manoscritto.
Per “La paura del buio” scelsi il brano “Escravo de Alegria”. Per l’arrangiamento desideravo un intro che rappresentasse quella narrazione ma a Roberto Dani (batterista) non diedi nessuna indicazione. Gli chiesi di leggere la narrazione e di comporre un intro pescando dal suo vissuto le emozioni. Insomma… carta bianca. Questo non accade spesso. Chi paga sala e musicista comanda, chiede ed esige. Ricordo Roberto da solo in sala di registrazione in un assorto dialogo tra lettura e batteria. Così accadde per il solo in “Right Between The Eyes” con Gregory Kile (tromba e flicorno) anche per lui carta bianca. Un suono, un tocco, un’eleganza e sensibilità che finora ho sentito solo da Fresu. Sua moglie, di origine americana, non possedendo io un inglese fluente, mi aiutò a perfezionare le pronunce di tre brani. Nel frattempo, al di là del vetro scorgevo tra i musicisti presenti un’ambiente sereno, di riunione amicale. Un grande amico e compagno di viaggio musicale di Peo e Salvatore è Fausto Becalossi, fisarmonicista unico nel suo genere di acclarata fama.  Ancora una volta si riuniva la piccola orchestra, questa volta con Fausto in “Malena”. Non avevo mai sentito una fisarmonica “cantare” in quel modo. Facilmente entrammo in empatia musicale. Fu per me, un’emozione intensa.
L’esperienza più forte che segnò profondamente il mio percorso di cantante fu una particolarmente commovente. Salvatore mi diede una sua composizione musicale alla quale avrei aggiunto le parole di “Gioga Rosa”. Ovviamente il senso che lui aveva per quella sua composizione, la mia vocalità e il testo dovevano in qualche modo accordarsi in una integrità di significato. In alcuni passi, Salvatore mi proponeva degli accenti e/o portamenti vocali che non riuscivo a soddisfare. Così mi propose una linea melodica diversa da quella che avevo imparato in un punto della composizione. Ripetevo singolarmente la melodia proposta, ed era chiara e appresa. Ma, al momento della registrazione, spontaneamente cantavo la vecchia versione. Andai in panico. Non ero ancora “guarita” dalla frustrazione del quartetto jazz, ed ero consapevole di essere un moscerino vicino a questi grandi della musica. Entrai in pieno trigger cognitivo ed emotivo. Ad un certo punto Salvatore bussò nel vetro della sala di registrazione, invitandomi ad uscire in regia. Ero certa mi avrebbe cazziata anche se con i suoi gentili modi. Invece, con la sua tipica calma mi disse: “Senti, ho pensato che, se a te viene così spontaneo cantare quella frase in quel modo, vuol dire che deve essere cantata così come la stai pensando tu”. Credo sia inutile ogni commento a tal proposito.
Arrivò il momento di comporre parole e musica per il brano dedicato a Billy, Roberto Sechi, al quale dedicavo l’intero disco. Come già detto, fui invitata come vocalist a far parte di un quartetto jazz, Billy era il batterista. Solitamente, una cantante, durante le esecuzioni, stabilisce un rapporto empatico con uno strumento armonico, pianoforte o chitarra. Ma questo rapporto, pur alle mie spalle, lo avevo con Billy. Mi chiedo ancora come facesse ad intuire un mio cambio di dinamica, un particolare timbro ed altro che entra in gioco nell’interpretazione di un brano. Tra lui e gli altri musicisti c’erano anche scambi di sguardi, ma io gli ero di spalle. E nonostante la mia scarsità come jazzista, a fine concerto, sollevandosi in tutto il suo metro e ottanta di altezza, sistemandosi i pantaloni, mi offriva un sorriso e la frase “ti sei divertita?”. Spiazzante. Billy era un grande batterista Jazz e una bellissima persona. La sua morte mi sconvolse.
Proverò a narrare le legature di valore intorno al brano “un passo in là” dedicato appunto a Billy. Negli anni ottanta Billy con Salvatore Maiore e un grande pianista jazz Paolo Carrus, fondò il trio “Garage band” e al disco di esordio, “Billy’s Garage”, partecipò come ospite il suo fraterno amico Paolo Fresu. Peo Alfonsi compose da giovanissimo una bossa di poche battute e il suo, all’epoca, maestro di Jazz Massimo Ferra, amico e compagno poi di un percorso musicale, gli disse più o meno queste parole: “Peo, sei un vero compositore”; dal racconto di Peo ho sempre pensato che questo episodio rappresentasse un link importante per la sua carriera futura. Da giovanissimi, lo fece ascoltare anche a me. Nella ricerca di una composizione di “Un passo in là”, lo rammentammo. All’inizio fu per gioco poi pensammo di svilupparlo. Così Peo continuò la sua composizione legata ad un importante tassello della sua vita di uomo in musica e io scrissi il testo.
In sintesi la mia risposta alla tua domanda è la seguente: Insieme senza sincronicità per citare Jung, è un coacervo di eventi. I fatti sincronici infatti, non sono frutto di magia o di casualità. La legatura di valore è il “prodotto” di crescita umana e personale, scaturito da un valore che manifestandosi, apre una finestra all’invito, all’accoglienza e all’interazione con altri e diversi vissuti ma di spessore. L’andare insieme in questo senso è un com-positum da cui deriva un effetto che più che da singole azioni è fatto di esperienze umane mettendo in gioco, nel nostro specifico musicale, abilità ed esperienze, ideali e vissuti legati alla persona/musica. Questo è ciò che è avvenuto per esempio, tra me e la vostra scuola di Lecco di cui ti ho già narrato.

Grazie Rita. E ora andiamo a goderci il tramonto al belvedere del Villaggio Normann

Partiamo dalla tua esperienza alla Scuola di Animazione Musicale di Lecco, in cui ti sei diplomata nel 2003 con la tesi “Silenziosamente… in musica”. Son passati diversi anni. Quale ricordo hai di quella esperienza?

È impossibile per me, parlare di ricordo. Con la mente posso afferrare tantissimi ricordi degli anni trascorsi a Lecco. Frame della memoria, frame vari. Amicizie, condivisioni, esperienze, apprendimenti, stati d’animo, frame del paesaggio, di frustrazioni, di sorprese, di agi e disagi.
Come scrivo nel mio libro “Legatura di valore”, ogni segno della memoria è destinato all’oblio ma se orchestrato dal valore che li lega al vissuto personale, allora l’intera persona “diventa “.
Volendo dare una connotazione filosofica/spirituale, esperienze di vita che smuovono e risvegliano il desiderio del valore, diventano querce che ramificano nelle profondità della terra tenendo saldo ogni percorso della propria vita e ramificando verso l’alto per catturare la luce, garantiscono il senso del tutto e dell’unicità. “Come in cielo così in terra” si narra nei vangeli.
Torniamo sulla terra e alla tua domanda sul ricordo.
All’epoca avevo collezionato delle esperienze disastrose come allieva di canto, non riuscivo a trovare un maestro/a che mi aiutasse a comprendere e a migliorare le mie prestazioni vocali. Tutto mi arrivava complesso e tutto era proteso alla prestazione. Avevo appena cominciato l’esperienza come vocalist in un quartetto jazz pur non essendo jazzista. Studi complessi, serate frustranti in cui mi ritrovavo a contare e ad aver paura di spezzare il solo di qualche strumento. Anche lì, mio obiettivo: prestazione. L’unica esperienza musicale divertente l’avevo con i bambini della scuola elementare. Mi piaceva scrivere delle storie o rivisitarne alcune, componevo dei semplici canti e davo vita a dei piccoli musical. Io e i bambini ci divertivamo molto ma l’obiettivo era sempre la prestazione finale. I bambini, per quanto si divertissero, erano dei semplici esecutori. Queste tre esperienze mi inquietavano. In rete cominciai a cercare risposte.
Sentivo che la musica non poteva essere così complessa e frustrante, ardevo di passione per la musica ma intorno avevo ciò che sembrava la spegnesse. Solo l’esperienza con i bambini aveva il potere di rinnovarla per quanto sentissi mancasse qualcosa. Io ero una donna fatta di poesia, arrivavo da un vissuto molto pesante e solo la musica aveva avuto il potere di farmi trascendere e “salvarmi”.
Quindi in rete trovai la presentazione della scuola di Animazione Musicale a Lecco. Ricordo esattamente ogni particolare di quel momento, rimasi assorta come dentro una bolla, davanti a quella presentazione. Sentivo legittimarsi il mio essere donna di poesia, ribollire ogni mia nota di frustrazione, un’emozione rivitalizzarmi. Era esattamente ciò che cercavo: qualcosa che mi somigliasse e che potevo approfondire e capire meglio. Il giorno dopo mandai la mail di iscrizione.
L’invito di Maurizio Spaccazocchi a suonare uno spartito al rovescio mettendo in scena una storia strampalata; la poesia di Calvino e Baricco  come inviti ad aprirsi alla propria ed altrui identità vissuta come gioco in ritmi, storie, vocalità, movimenti e idee sceniche  con Enrico Strobino, Daniele Vineis, Antonella Talamonti, Ives Favier; “la valigetta degli attrezzi”, fondamentale corredo dell’insegnante che vuole adattarsi e mettersi in gioco con e per il gruppo in cui opera, appreso da  Mario Piatti; la scoperta e curiosità intorno alla psico-acustica con le lezioni di Luca Marconi; la comprensione sul valore e significato  dell’ animazione e dell’animazione musicale con Maurizio Vitali; aver finalmente appreso come redigere un progetto didattico grazie a Rosi Granata; gli insegnamenti di Franca Ferrari sulla musica dell’ascolto che fecero di me e dei bambini della scuola elementare dei co-autori di storie inventate, sono alcuni link significativi del mio percorso della scuola di Lecco.
Ma ciò che ritengo fondamentale di questa esperienza, è stato il team dei docenti che ha lavorato in modo coeso e coerente con gli insegnamenti, mossi da dei grandi ideali condivisi tra loro.
In quei ricchi quattro anni (pensando anche al tirocinio e tesi), l’esperienza della scuola di Lecco si è intrecciata o meglio, legata alla mia vita personale e professionale come cantante ed insegnante. Tutto ha concorso al mio “divenire”, in modo molto graduale e direi, all’inizio, anche in modo inconsapevole, legando quell’esperienza ad altre di grande valore poiché la scuola di Lecco aveva aperto le porte del coraggio, della curiosità e dell’entusiasmo nella ricerca.

Possiamo dire che tu canti da una vita. Che valore ha per te il cantare?

Tempo fa, mi posi la stessa domanda profondamente. La risposta diede vita al piccolo manoscritto autobiografico “Legatura di Valore” al quale avrei allegato il CD. Come già detto, identificarmi in un “genere musicale” mi faceva sentire un colibrì dentro una piccola gabbietta. Sincretismo e maieutica, durante e dopo la scuola di Lecco, erano diventati il motore del mio essere, pensare, ascoltare, fare musica.
Mi piaceva e mi piace tanto cantare accompagnata da jazzisti o musicisti che hanno anche quella formazione proprio perché in quelle sonorità e nell’interplay, c’è il dialogo d’anime che non ha genere. Cantare per me ha questo valore: il dialogo d’anima. Un dialogo piacevole prevede il desiderio e la capacità dell’ascoltare e, il cantare è un luogo in cui desiderio, ascolto, domande e risposte coesistono. È un unisono in un luogo svincolato da tempo e spazio.

Per diversi anni sei stata maestra di scuola elementare. Immagino che tu abbia coinvolto i bambini col canto e la musica. Poi hai lasciato la scuola per fare la cantante. In una intervista di qualche anno fa a Jazz Convention hai detto: “Ciò che mi ha spinta a diventare cantante è un forte richiamo ad interpretare sfumature d’anima. E l’anima si sa, è un po’ invadente. Se lasci le porte aperte è capace di pescare e mescolare tutto ciò di cui, nel tuo percorso musicale, ti ha fatto innamorare”. I tuoi studenti oggi sono in prevalenza adolescenti e giovani. Quali sono secondo te le motivazioni che le/li spingono ad impegnarsi in uno studio impegnativo? Quali aspettative hanno?  In questi anni hai notato dei cambiamenti nei loro interessi e gusti?

Nessuno dei miei allievi ha o ha avuto delle consapevoli motivazioni nel cominciare il percorso di canto così come non le avevo io all’inizio del mio percorso. Ad inizio percorso le aspettative sono sempre legate alla prestazione canora. Ma in tutti leggo il desiderio di legittimare una passione e/o avere un angolo di vita in cui poter trascendere dal reale con il canto. Sono studenti e studentesse, impresari, operai, funzionari di banca, donne che si ritagliano un’ora, una volta alla settimana, dagli impegni di figli e famiglia…
Raccogliendo le esperienze di tanti anni, comprese le mie personali di cantante, ritengo che la passione inizia sempre dal momento in cui un individuo si accorge di un’inquietudine che la musica amplifica fino a farla “scoppiare” in desiderio. Il desiderio è un’esplosione di inquietudine. Dove vanno questi pezzetti inquieti? Esplodono, vanno lontano, vanno nel de-sidera, oltre le stelle. Non vanno nel probabile (con-sidera) vanno nel possibile. È nel possibile che si intersecano, non necessariamente o non solo, con luoghi musicali. Sono luoghi di incontri in variegate esperienze. Ciascun luogo possibile accoglie, sempre, tutta la persona intera.
Il mio ruolo è quello di captare e animare desideri e su questi adattare nei vari cambiamenti uno e più percorsi di studio a misura della persona. Ciò che nel pratico accade nell’evoluzione musicale dei miei allievi è che spesso vengono separati il piacere dell’ascolto da quello dell’esecuzione. Ci si accorge che alcuni brani musicali sono più “gustosi” da ascoltare che da cantare. Questo rappresenta un grande passo di crescita: comincia un percorso di consapevolezza. Aspetto con pazienza il momento in cui mi dicono “da quando prendo lezioni di canto, non so più cantare”, solitamente rispondo con un abbraccio o manifesto gioia: è il momento in cui si accorgono della propria identità vocale che litiga con i vecchi schemi psicomotori.
Pur eseguendo lezioni settimanali individuali, mi piace far incontrare gli allievi almeno due, tre volte l’anno nella mia casa. Semplici incontri di poche ore in cui si condivide il brano preferito, un piccolo rinfresco, due chiacchiere. È un leggero momento di conoscenza. Per esperienza, so bene però, che il gruppo è un potente motore di crescita. Il contatto con l’alterità vissuta nella condivisione del gruppo, anima la ricerca/scoperta dell’“io” musicale. Solitamente, dopo tali incontri, hanno il desiderio di comunicarmi apprezzamenti per le altre voci o per altri generi musicali che talvolta approfondiscono. Sono inoltre meno inibiti ad affrontare esercitazioni e si affievolisce la paura del giudizio.

 

Non possiamo non fare riferimento alla tua terra, la Sardegna, alle sue tradizioni musicali e anche a iniziative locali della zona dell’Iglesiente dove abiti, legati alla salvaguardia dell’ambiente. Cosa diresti ai ragazzi e ai giovani di oggi per invogliarli a conoscere e a diffondere queste tradizioni e a considerare il paesaggio sonoro come un bene comune?

Non conosco angolo della Sardegna in cui non si è legati alle tradizioni culturali e musicali. In ogni paese c’è almeno una scuola di ballo sardo e almeno un coro di musica sacra in lingua sarda (di grande interesse e diffusione, le composizioni di Don Allori). Dagli anni 60 ad oggi, commistioni di vari stili e musica sarda, offrono all’ascoltatore paesaggi sonori pregni di antica e attuale narrazione della cultura sarda. I Barritas, per esempio (metà anni ’60), diffusero dei brani musicali con sonorità della musica moderna popolare del tempo, narrando scorci di vita quotidiana miste a tradizioni in modo ironico e divertente in cui tutt’ora, noi sardi ci riconosciamo e la loro “messa beat” che ebbe un successo nazionale. Il grande Piero Marras (di origini Sindiesi come me), con un tocco compositivo, a mio gusto, singolarmente poetico, in cui invita a consapevolezze, denunce, dolori e una visione sublime della nostra terra da preservare nella sua interezza. Andrea Parodi con I Tazenda e le loro varie collaborazioni artistiche, dal pop di fama nazionale al jazz di Al di Meola, hanno segnato una svolta nel diffondere tradizioni sonore e culturali sarde, non solo tra gli ascoltatori di giovane generazione ma anche tra compositori attuali. Inoltre, l’uso massivo della rete è stato di grande aiuto nel diffondere sagre e riti spesso abbinati all’esplorazione del paesaggio. Devo ammettere però, che tra le città dell’Iglesiente, la più difficile in merito a tener vive le tradizioni è proprio la mia città: Iglesias.
Strutturalmente testimonianza di insediamenti di diversi popoli nelle diverse epoche storiche, è una città di rara bellezza. Nasconde tuttavia, un’involuzione culturale delle tradizioni a causa di molteplici contaminazioni culturali nel periodo di maggior flusso migratorio durante il ricco periodo dell’attività mineraria. Una netta separazione tra ricchi e poveri (solitamente minatori), tra contanti e cambiali, tra abbondanza di cibo e la cambusa o piccoli negozi in cui si pagava “a libretto”, le passeggiate domenicali nelle piazze/salotti della città dove l’abbigliamento testimoniava le differenze dei ceti sociali, portarono gran parte della popolazione a nascondere il proprio stato di povertà cercando di mescolarsi alla piccola e grande borghesia.
Chi ne pagò le conseguenze fu la lingua sarda, proibita nelle scuole e nei salotti bene. Tutt’oggi la lingua sarda parlata dall’iglesiente ha perso gran parte di parole e radici autoctone. L’intensa attività mineraria inoltre, distrusse e trasformò paesaggi montani e marini. Tutto era risucchiato dall’attività mineraria compreso il paesaggio sonoro che, come descrivo nel mio manoscritto “Legatura di Valore”, scandiva i tempi della vita quotidiana della città. La cessata attività mineraria lasciò ruderi strutturali e culturali, segni indelebili di sacrifici e sofferenze.
Ma in questi ultimi anni qualcosa sta cambiando. Poiché la musica, o meglio le musiche, non hanno necessità di “chiasso” ma di leggere armonie orchestrate dal motore della bellezza, ecco risorgere, silenziosamente, il Villaggio Normann e i suoi abitanti ai quali, ai tempi delle miniere, era proibito usufruirne in qualunque modo poiché esclusiva dei proprietari della miniera e dello stretto team. Quasi tutti gli abitanti del villaggio sono oggi un’associazione di volontari che hanno lo scopo di far risorgere la bellezza dall’abbandono. Si definiscono “custodi del futuro”. Con i volontari dell’associazione collaborano sempre più giovani dalle svariate passioni che rendono giustizia alla realtà antropologica del luogo e dei luoghi dell’Iglesiente. Al Villaggio Normann, una rassegna culturale estiva che ha basi solide su tematiche valoriali, diverse di anno in anno, coinvolge un pubblico variegato per interessi ed età. Tutte le manifestazioni culturali promosse non hanno alcuna finalità di business. Non troverai mai la bancarella di oggetti o dolciumi, cibo o bibite. Pur essendo frutto di un grande lavoro, tutto è avvolto dalla semplicità del luogo. Gli spettacoli di varia natura, solitamente della durata di un’ora, lasciano gran parte del tempo a ciò che nella nostra tradizione si chiama “cumbidu”, ovvero un’offerta gratuita di un piatto di pasta e un bicchiere di vino. Spenta la musica e sotto un silenzioso cielo stellato, la piccola piazza in cui si erge il rudere (oggi in ristrutturazione) della villa Stefani, diventa un’agorà di scambi, relazioni, condivisioni di nuove idee.
Da qualche anno ho l’onore di collaborare come volontaria con l’associazione Normann poiché come loro credo che la salvaguardia del bene comune in tutte le sue forme, nasce dal senso di appartenenza condiviso, così che le radici del tempo possano diventare radici del futuro. E, nel futuro, ho da tempo il desiderio di trovare collaborazioni atte a progettare attività nello specifico del paesaggio sonoro. Per chi volesse approfondire la storia e sviluppi del Villaggio può visitare il sito: https://villaggionormann.it/

Per il tuo primo disco “Legatura di valore” (ascolatible su Spotify) che risale al 2010, distribuito da Koinè Dodicilune, ti sei avvalsa di numerose collaborazioni sia per i testi che per le musiche. Mi viene in mente un proverbio africano che dice “Se vuoi andare veloce, vai da solo. Se vuoi andare lontano, vai insieme”, o anche un detto dell’amico Paolo Cerlati: “Al gioco della musica vince chi arriva insieme”. Che ne pensi?

Si dice che “Noi Siamo Ciò Che Manifestiamo” e se manifestiamo passione, forti valori d’amicizia, il farsi “uno” con l’altro, attraiamo persone che manifestano stessa tipologia di energia. Così è avvenuto nella realizzazione del CD. Terminato il manoscritto, chiesi collaborazione a Peo Alfonsi (oggi chitarrista di fama internazionale) grande amico di gioventù e mio talent scout. Scoprì lui la mia voce e con lui iniziai la mia carriera di cantante. Peo accettò e a sua volta coinvolse un suo amico fraterno e collega, il contrabbassista Salvatore Maiore che coinvolse sua moglie violista: Maria Vicentini. Tutti loro vivevano a Verona e individuarono una sala di registrazione a Mantova da Carlo Cantini anch’esso musicista di grande fama. La maggior parte dei brani erano editi e Peo e Salvatore si occuparono degli arrangiamenti.
Iniziammo da “Alem do Amor” per la quale Peo compose un arrangiamento orchestrale. Così coinvolsero il loro caro amico Viktor Csanyi, violino dell’orchestra dell’Arena di Verona, che a sua volta scelse otto orchestrali.  Ci volle un’intera giornata per registrare il brano. A fine giornata, Serena Chien (violino) timidamente mi disse: “Hai cantato lo stesso brano per tutta giornata sempre con la stessa passione, mi sono chiesta “come è possibile? Noi, grazie a questo, abbiamo suonato guidati dalla tua stessa passione”. Serena era visibilmente meravigliata ed era evidente che per lei fu un’esperienza musicale nuova. Come mi diceva Viktor, gli orchestrali raramente lavorano in un clima così amicale e soprattutto in composizioni moderne.
Facevamo delle piccole prove a casa di Peo con alcuni musicisti, gli altri li conobbi in sala di registrazione. Ciascun brano del disco rappresenta una dedica alle narrazioni del manoscritto.
Per “La paura del buio” scelsi il brano “Escravo de Alegria”. Per l’arrangiamento desideravo un intro che rappresentasse quella narrazione ma a Roberto Dani (batterista) non diedi nessuna indicazione. Gli chiesi di leggere la narrazione e di comporre un intro pescando dal suo vissuto le emozioni. Insomma… carta bianca. Questo non accade spesso. Chi paga sala e musicista comanda, chiede ed esige. Ricordo Roberto da solo in sala di registrazione in un assorto dialogo tra lettura e batteria. Così accadde per il solo in “Right Between The Eyes” con Gregory Kile (tromba e flicorno) anche per lui carta bianca. Un suono, un tocco, un’eleganza e sensibilità che finora ho sentito solo da Fresu. Sua moglie, di origine americana, non possedendo io un inglese fluente, mi aiutò a perfezionare le pronunce di tre brani. Nel frattempo, al di là del vetro scorgevo tra i musicisti presenti un’ambiente sereno, di riunione amicale. Un grande amico e compagno di viaggio musicale di Peo e Salvatore è Fausto Becalossi, fisarmonicista unico nel suo genere di acclarata fama.  Ancora una volta si riuniva la piccola orchestra, questa volta con Fausto in “Malena”. Non avevo mai sentito una fisarmonica “cantare” in quel modo. Facilmente entrammo in empatia musicale. Fu per me, un’emozione intensa.
L’esperienza più forte che segnò profondamente il mio percorso di cantante fu una particolarmente commovente. Salvatore mi diede una sua composizione musicale alla quale avrei aggiunto le parole di “Gioga Rosa”. Ovviamente il senso che lui aveva per quella sua composizione, la mia vocalità e il testo dovevano in qualche modo accordarsi in una integrità di significato. In alcuni passi, Salvatore mi proponeva degli accenti e/o portamenti vocali che non riuscivo a soddisfare. Così mi propose una linea melodica diversa da quella che avevo imparato in un punto della composizione. Ripetevo singolarmente la melodia proposta, ed era chiara e appresa. Ma, al momento della registrazione, spontaneamente cantavo la vecchia versione. Andai in panico. Non ero ancora “guarita” dalla frustrazione del quartetto jazz, ed ero consapevole di essere un moscerino vicino a questi grandi della musica. Entrai in pieno trigger cognitivo ed emotivo. Ad un certo punto Salvatore bussò nel vetro della sala di registrazione, invitandomi ad uscire in regia. Ero certa mi avrebbe cazziata anche se con i suoi gentili modi. Invece, con la sua tipica calma mi disse: “Senti, ho pensato che, se a te viene così spontaneo cantare quella frase in quel modo, vuol dire che deve essere cantata così come la stai pensando tu”. Credo sia inutile ogni commento a tal proposito.
Arrivò il momento di comporre parole e musica per il brano dedicato a Billy, Roberto Sechi, al quale dedicavo l’intero disco. Come già detto, fui invitata come vocalist a far parte di un quartetto jazz, Billy era il batterista. Solitamente, una cantante, durante le esecuzioni, stabilisce un rapporto empatico con uno strumento armonico, pianoforte o chitarra. Ma questo rapporto, pur alle mie spalle, lo avevo con Billy. Mi chiedo ancora come facesse ad intuire un mio cambio di dinamica, un particolare timbro ed altro che entra in gioco nell’interpretazione di un brano. Tra lui e gli altri musicisti c’erano anche scambi di sguardi, ma io gli ero di spalle. E nonostante la mia scarsità come jazzista, a fine concerto, sollevandosi in tutto il suo metro e ottanta di altezza, sistemandosi i pantaloni, mi offriva un sorriso e la frase “ti sei divertita?”. Spiazzante. Billy era un grande batterista Jazz e una bellissima persona. La sua morte mi sconvolse.
Proverò a narrare le legature di valore intorno al brano “un passo in là” dedicato appunto a Billy. Negli anni ottanta Billy con Salvatore Maiore e un grande pianista jazz Paolo Carrus, fondò il trio “Garage band” e al disco di esordio, “Billy’s Garage”, partecipò come ospite il suo fraterno amico Paolo Fresu. Peo Alfonsi compose da giovanissimo una bossa di poche battute e il suo, all’epoca, maestro di Jazz Massimo Ferra, amico e compagno poi di un percorso musicale, gli disse più o meno queste parole: “Peo, sei un vero compositore”; dal racconto di Peo ho sempre pensato che questo episodio rappresentasse un link importante per la sua carriera futura. Da giovanissimi, lo fece ascoltare anche a me. Nella ricerca di una composizione di “Un passo in là”, lo rammentammo. All’inizio fu per gioco poi pensammo di svilupparlo. Così Peo continuò la sua composizione legata ad un importante tassello della sua vita di uomo in musica e io scrissi il testo.
In sintesi la mia risposta alla tua domanda è la seguente: Insieme senza sincronicità per citare Jung, è un coacervo di eventi. I fatti sincronici infatti, non sono frutto di magia o di casualità. La legatura di valore è il “prodotto” di crescita umana e personale, scaturito da un valore che manifestandosi, apre una finestra all’invito, all’accoglienza e all’interazione con altri e diversi vissuti ma di spessore. L’andare insieme in questo senso è un com-positum da cui deriva un effetto che più che da singole azioni è fatto di esperienze umane mettendo in gioco, nel nostro specifico musicale, abilità ed esperienze, ideali e vissuti legati alla persona/musica. Questo è ciò che è avvenuto per esempio, tra me e la vostra scuola di Lecco di cui ti ho già narrato.

Grazie Rita. E ora andiamo a goderci il tramonto al belvedere del Villaggio Normann

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