Musicheria. La rivista digitale di educazione al suono e alla musica

Suoni per una scuola di pace

Luca Dalmasso, Roberta Pestalozza, Lietti Mariateresa

Un laboratorio a più voci

Il 14 e 15 gennaio 2023 si è tenuto a Como il Forum provinciale per la pace e contro la guerra a cui hanno partecipato più di 30 associazioni del territorio. Uno dei gruppi di lavoro in cui sono state articolate le giornate ha avuto come tematica: Educazione alla Pace e controinformazione.
Scopo del gruppo era mettere in rete persone che operavano nell’ambito dell’educazione e dell’informazione per arrivare a proposte operative da realizzare sul territorio.
Una delle proposte scaturite dalla discussione e dal confronto è stata quella di organizzare una Scuola di Pace indirizzata non a studenti (sul territorio c’erano già proposte in questo senso), ma a chi opera nel campo dell’educazione: insegnanti, educatori ed educatrici, operatori ed operatrici.

Il Coordinamento Comasco per la Pace, Como Senza Frontiere e l’Arci hanno quindi dato vita a un progetto di scuola che avesse al centro le modalità di relazione più che i contenuti, nella convinzione che non serva parlare di pace, di diritti umani e di tematiche ad essi collegate, se non lo si fa con modalità di pace e che sia perciò essenziale associare all’approfondimento di tematiche specifiche l’acquisizione di modalità nonviolente da applicare quotidianamente nelle relazioni interpersonali.
Una scuola che fosse basata sulla consapevolezza che educare alla pace vuol dire occuparsi delle relazioni, educare al confronto tra idee diverse, sviluppare la capacità di gestire i conflitti, mettersi in gioco in prima persona nella relazione educativa, in un processo di scambio reciproco e di crescita. Troppo spesso modalità di tipo trasmissivo e autoritario (adottate purtroppo spesso anche su tematiche relative alla pace) impediscono lo sviluppo di un pensiero autonomo e non tengono conto di chi si ha di fronte, ignorandone bisogni e desideri.
La sfida era dimostrare che, viceversa, si può educare alla pace affrontando qualsiasi argomento quando al centro si mette la persona nella sua interezza di corpo, affettività e pensiero.

Da queste premesse nell’ottobre 2023 è cominciata l’avventura della Scuola di Pace che, nel suo primo anno, ha visto Monica Lanfranco e Raffaele Mantegazza gestire cinque incontri incentrati su Il linguaggio e la comunicazione e La gestione dei conflitti. L’idea che ha sotteso i lavori è stata la frase di Amrita Pritam: «Pace non è solo assenza di guerra, ma è dove la vita fiorisce».
Il gruppo di lavoro, costituito da una trentina di persone di diverse età e professioni, ha partecipato con molta disponibilità ed entusiasmo e ha contribuito alla programmazione della prosecuzione nell’anno successivo.
Nel 2024-25 la frase conduttrice è stata: «Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere» di Christa Wolf e i lavori sono stati articolati in due parti. I primi tre incontri in collaborazione con la Casa della Pace di Milano, sono stati gestiti da Mercedes Mas Solé su Trasformazione dei conflitti e comunicazione nonviolenta. La seconda parte è stata dedicata al Decolonizzare le menti con Rahel Sereke e Rachele Borghi e ha previsto un ultimo incontro incentrato sulle opportunità che i linguaggi artistici possono fornire nel campo dell’educazione alla pace. In particolare sono stati proposti il linguaggio fotografico da Alle Bonicalzi e il linguaggio musicale da Mariateresa Lietti.
L’interesse mostrato dal gruppo, soprattutto per l’aspetto musicale, ha portato alla decisione di proseguire questo argomento nell’anno successivo.
Nel 2025-26, sostenuti dalla frase «Non c’è via per la Pace, la Pace è la via» di Thich Nhat Hanh , a fianco di tematiche quali Pregiudizi, stereotipi e altre bestie feroci (tre incontri con Mercedes Mas Solé), Azioni e relazioni per la crescita di una cultura di pace (un incontro Martina Pignatti), La comunicazione nonviolenta: non un metodo ma una diversa visione (un incontro con Marco Bertaglia) si è quindi aggiunto un incontro su: Suoni di pace: risonanze e armonie per superare i conflitti, condotto da Roberta Pestalozza e Luca Dalmasso.

L’incontro, scaturito dalle riflessioni di un gruppo di lavoro che si è nel frattempo costituito in collaborazione col Centro Studi Maurizio Di Benedetto, ha avuto alla base la convinzione che la musica può offrire interessanti spunti per creare una cultura di pace perché richiede ascolto attento di sé, degli altri e dell’ambiente; perché è possibile far dialogare tra loro musiche che appaiono lontanissime, trovando dei terreni comuni in cui si valorizzano le loro diversità e si rafforzano a vicenda, senza sopraffarsi o escludersi; perché coinvolge profondamente tutta la persona nella sua interezza di emozione, corpo e mente; perché richiede tempo, spazio, profondità, relazione, realizzando pienamente l’auspicio di Alexander Langher – grande intellettuale e pacifista – che riferendosi alle parole del barone De Coubertain, assunte come motto delle olimpiadi, dice: « Citius più veloce, Altius più alto, Fortius più forte: queste parole sono la quintessenza della nostra civiltà: sforzatevi di essere più veloci, di arrivare più in alto e di essere più forti. Io vi propongo Lentius più lento, Profundius più in profondità e Soavius più dolcemente. Con questo motto non si vince nessuna battaglia frontale, però si ha il fiato più lungo»[1].
E tutto questo è risultato evidente nel corso dell’incontro all’interno del quale le persone partecipanti hanno accolto con disponibilità le attività proposte, mettendosi in gioco con entusiasmo ed energia e manifestando, anche successivamente, la volontà di una prosecuzione delle attività.

La proposta di Luca Dalmasso

L’inizio del percorso è stato camminare insieme[2]:
La camminata lenta è una forma di meditazione.
Camminare è un linguaggio che acquieta l’anima, che dà ordine e direzione ai bagliori della mente. Camminando siamo nel mondo, ci troviamo in un dato spazio particolare che il nostro camminarvi dentro trasforma in un luogo, una dimora, un territorio, un dato posto dove stiamo abitando, con un nome. […] in una città che non offra da camminare non è forse una città incapace di offrire alla mente una dimora? Cammina al ritmo più lento che tu riesca ad immaginare. Poi rallenta ancora un po’.
Camminare è una delle azioni più istintive per noi esseri umani, raramente pensiamo a come e perché lo stiamo facendo, maciniamo nel corso della vita un numero esorbitante di passi senza quasi rendercene conto. Allo stesso tempo ognuna di queste camminate è diversa dall’altra: si cammina da soli, per mano, in gruppo; in silenzio, parlando o cantando; lentamente, a passo svelto o marciando; si cammina durante una manifestazione per la pace o nelle fila di un esercito.
All’interno del laboratorio il primo step è stato camminare molto lentamente, seguendo un beat di metronomo a 40, andatura a cui non siamo abituati e che di per sé destabilizza. Abbiamo cercato la camminata più neutra e fluida possibile e iniziato ad interagire con gli altri con lo sguardo.
Poi ogni partecipante, sempre mantenendo l’andatura, ha iniziato a pensare a tre suoni/musiche collegate alla pace/non-violenza e a tre collegati alla guerra/violenza.
Ognuno, su delle circonferenze di cartone con l’emblema della pace formato da tre settori uguali, ha scritto i suoni e/o le musiche scelte che definivano il proprio concetto di pace. Dall’altra parte della medaglia abbiamo replicato la proposta scrivendo suoni/musiche di guerra.
A questo punto i partecipanti hanno iniziato a condividere la camminata, tenendosi per mano, provando ad unirsi e trovarsi secondo i suoni simili/uguali e/o diversi/opposti scritti sulle medaglie. Si camminava insieme sul beat e quando esso terminava ci si fermava a coppie e si sperimentavano liberamente i suoni scritti sulle medaglie, inizialmente utilizzando esclusivamente la voce e cercando una traduzione vocale. In breve tempo il gruppo ha inserito spontaneamente altri tipi di suoni, principalmente di tipo persuasivo.
Poi il beat ripartiva e ci si scambiava di coppie, continuando le esplorazioni sonore al nuovo stop. Le medaglie erano visibili, ognuno poteva improvvisare utilizzando i suoni scritti sulla propria medaglia o su quella del compagno.
Nelle prime fasi ogni ripartenza si girava la medaglia alternando musiche di pace a musiche di guerra.
La stessa esperienza è stata poi sperimentata a gruppi di quattro. Progressivamente è stata lasciata libertà ai partecipanti di utilizzare a piacimento uno o l’altro lato della medaglia.
I suoni di pace e guerra hanno iniziato dunque a miscelarsi.
Infine siamo arrivati a creare due gruppi in movimento. Durante la sosta e l’improvvisazione sonora uno di essi rappresentava esclusivamente la pace e utilizzava i suoni di quella faccia, l’altro la guerra.
Abbiamo cercato di creare un primo dialogo tra i due gruppi, di far dialogare guerra e pace, di ascoltarci.
Abbiamo concluso con un’ultima camminata improvvisata in cui ognuno era libero di procedere individualmente o unirsi ad altri e di utilizzare a piacimento suoni di pace/nonviolenza o guerra/violenza. A questo punto le circonferenze, spunto iniziale di partenza, erano diventate quasi superflue, ognuno aveva aggiunto altri suoni e procedeva liberamente all’interno del tema di riferimento. Chi voleva poteva tradurre i suoni utilizzando uno strumento, un oggetto o qualsiasi dispositivo sonoro presente nello spazio.

Abbiamo parlato della possibilità e dell’importanza di “uscire” dall’improvvisazione, di fermarsi, di non intervenire concretamente ma di ascoltare, di valorizzare il silenzio.
Siamo partiti dal silenzio e cercato un finale comune e condiviso senza deciderlo prima, tornando al silenzio.
Durante il percorso talvolta sono state utilizzate musiche ambientali di sottofondo molto neutre per sostenere e facilitare la pratica improvvisata e garantire un tappeto sonoro al discorso musicale in creazione.

La proposta di Roberta Pestalozza

L’esperienza della camminata e delle improvvisazioni sonore sui suoni di pace e di guerra, nella seconda parte del laboratorio ha promosso forme di ricerca-azione collettiva. Un percorso che fin dall’inizio ha coinvolto ogni soggetto a partire dalla propria idea intorno al concetto di pace, interrogando proprio l’emblema della pace, quel simbolo molto conosciuto formato da tre parti uguali.
Cos’è la pace? “La pace è composta da tre elementi uguali ed essenziali. Ignorare uno qualunque ne deforma inevitabilmente l’essenza”[3]. Così Panikkar in Pace e disarmo culturale si interroga a partire da una rivoluzione interiore per vincere l’inerzia e accettare di guardare la realtà da un altro punto di vista e per permettere la formulazione di domande differenti. La pace è un desiderio e sorge quando ci rendiamo conto che non bastiamo a noi stessi, ma possiamo imparare qualcosa dagli altri mettendo in comune le nostre esperienze.
La proposta si ispira all’idea di Music for community. Una pratica che si fa stile e che intende aprire spazi di partecipazione e di sensibilità all’ascolto, cercando di promuovere azioni e relazioni in grado di favorire condizioni di espressione e dialogo.
L’idea di fondo intreccia dinamiche dell’invenzione musicale con alcune suggestioni provenienti dalla Philosophy for Children/Community.[4] Il musicista, la musicista viene inteso/a come una facilitatrice-facilitatore capace di creare le migliori condizioni per avvicinare l’esperienza dell’ascolto a partire dall’ambiente acustico e dai paesaggi interiori sollecitati dal suono e dalle musiche. L’organizzazione in sottogruppi segue le caratteristiche della comunità di ricerca sonora che trae alcuni spunti dal curriculo Lipman-Sharp[5]. Riporto qui di seguito le fasi che hanno caratterizzato l’esperienza proposta.

Scegliere: in questa fase, i partecipanti sono stati invitati ad organizzarsi in sottogruppi e a scegliere tra testi, poesie fotografie, immagini e strumenti musicali i materiali per iniziare la propria ri-creazione.
Ri-creare: ogni sottogruppo, a partire dai materiali scelti, ha cercato condotte e modalità per un’opera collettiva. In questa fase la facilitatrice ha avuto il compito di promuovere l’autodeterminazione del gruppo creando le migliori condizioni di ascolto e di risonanza[6]. Condurre, orientare e dare spazio alle diversità, un messaggio forse un antidoto verso condotte prevaricanti.
Rap-presentare: ogni sottogruppo ha presentato alla comunità la propria elaborazione artistica, espressione non solo di un valore in sé, ma possibile traccia artistica per progettare nuove geografie relazionali a partire dal tema del laboratorio sulla pace e la gestione dei conflitti.
Domandare: ogni persona è stata invitata a formulare domande sulle elaborazioni artistiche proposte da ciascun sottogruppo.
Agenda e mappa collettiva condivisione delle domande raccolte in un cartellone; un invito per ogni singolo partecipante alla realizzazione di una mappa capace di aprire ulteriori riflessioni e orizzonti di ricerca.

La mappa collettiva

Le domande dell’agenda trascritte nel cartellone sono qui raccolte con il nome di chi ha posto il quesito; un momento particolare dell’attività dove ciascuno può so-stare nel dubbio senza malessere e assumersi la responsabilità delle proprie idee sulle scelte musicali e poetiche.

Isabella: Era intenzionale il contrasto tra suono forte e la parte poetica finale?
Giovanna: La meraviglia accompagna sia i suoni di pace che i suoni di guerra?
Azzurra: È stato più facile trovare una coesione poetica nella prima parte o nella seconda parte?
Cristina: È attraverso lo stridore che si raggiunge l’armonia?
Alle: In che proporzione eravate un corpo unico o singoli individui?
Monica: Quanto vi siete sentite sacerdotesse?
Mariateresa: Vi piaceva quando lo stavate facendo?
Lilli: Rispetto a quello che avete letto, avreste voluto integrare altro di personale?
Beatrice: Quanto ha influenzato la musica sulle parole scelte e viceversa?
Isabella: Il valore della musica è più forte del valore della parola e delle immagini?Quanto avete lavorato singolarmente e quanto come gruppo?
Non identificato: C’era una relazione tra le parole “positive” (speranza-meraviglia-pazienza) e la gestualità sempre più ampia?
Non identificato: La scelta della parola bandiera quale senso aveva?

Alla fine della condivisione delle domande attorno al cartellone è stato proposto un momento corale a voci riunite.

Coro finale

Il laboratorio si è concluso in modo corale sulle note di Ritornelli di pace. La melodia The prayer of the mothers è stata da composta dalla musicista Yael Deckelbaum e Lubna Salame, Miriam Toukan. La canzone la Preghiera delle Madri, nasce come risultato di un’alleanza fatta tra la cantautrice Yael Deckelbaum e un gruppo di donne coraggiose che guidano il movimento “Women Wage Peace”. Il movimento emerse in estate 2014 durante l’escalation di violenza tra Israele e Palestinesi e l’operazione militare “Tzuk Eitan”. Il 4 ottobre 2016, le donne ebree e arabe hanno dato il via al progetto “Marcia della Speranza”, migliaia di donne hanno marciato dal nord di Israele a Gerusalemme per la pace. Una mobilitazione che ha raggiunto il picco il 19 ottobre in una marcia di 4.000 donne palestinesi e israeliane a Qasr el Yahud (a Nord del Mar Morto), in una preghiera comune per la pace. Una melodia come risonanza al genocidio di Gaza. Il testo è stato da me ridotto nelle lingue più presenti nella scuola Secondaria Meda Ferrarin di Milano dove lavoro: italiano, inglese, arabo, francese e spagnolo.

Dal nord al sud
dall’ovest fino all’est,
ascolta la preghiera delle madri,
porta la pace,
porta la pace.

From the north to the south,
from the west to the east
hear the prayer, of the mothers
bring them peace,
bring them peace.

Min al shamal
ila janub
min al gharb
ila al sharq
ismau salat al ummahat
assalem/assalem.

Du nord ou sud
d’ouest en est
écoute la prière des mères
apporte la paix
apporte la paix.

Del norte al sur,
d’oeste a este
escucha la oranciòn de las madres
traes la paz,
traes la paz. 

In allegato la partitura del brano
NOTE

[1] Alexander Langer, Il viaggiatore leggero, Sellerio, Palermo, 1996, p. 329.
[2]  P. Oliveros in Strobino, E. L’ascolto dell’ascolto, appunti su Pauline Oliveros. musicheria.net
[3] R. Panikkar, Pace e disarmo culturale, Rizzoli, Milano 2003, p. 102.
[4] In riferimento agli approfondimenti relativi alla Philosophy for children-community si consulti S. Bevilacqua, P. Casarin [a cura di] Propositi di filosofia n° 1, Mimesi edizioni, Milano-Udine 2021.
[5] Ecco alcuni passaggi presenti nel curricolo Lipman-Sharp che vale la pena esplicitare per comprendere a quale orizzonte di riferimento ci siamo ispirati per introdurre l’idea di Music for community a) Cura dello spazio, propone una disposizione circolare al fine di permettere un registro di espressione colloquiale. b) Esercizio di preparazione e riscaldamento. Si tratta di un’attività finalizzata a creare le migliori condizioni ambientali per procedere all’esercizio di pensiero c) Letture del testo pretesto. Una fase importante perché offre alla comunità di ricerca il materiale su cui iniziare un percorso di indagine e poi ancora di dialogo. d) L’agenda o formulazione delle domande. Una volta formulate le domande vengono trascritte sul cartellone o sull’agenda mobile.
[6] In merito al concetto di Risonanza si consulti H. Rosa, Pedagogia della risonanza, Scholé, Brescia 2020.

Il Coordinamento Comasco per la Pace, Como Senza Frontiere e l’Arci hanno quindi dato vita a un progetto di scuola che avesse al centro le modalità di relazione più che i contenuti, nella convinzione che non serva parlare di pace, di diritti umani e di tematiche ad essi collegate, se non lo si fa con modalità di pace e che sia perciò essenziale associare all’approfondimento di tematiche specifiche l’acquisizione di modalità nonviolente da applicare quotidianamente nelle relazioni interpersonali.
Una scuola che fosse basata sulla consapevolezza che educare alla pace vuol dire occuparsi delle relazioni, educare al confronto tra idee diverse, sviluppare la capacità di gestire i conflitti, mettersi in gioco in prima persona nella relazione educativa, in un processo di scambio reciproco e di crescita. Troppo spesso modalità di tipo trasmissivo e autoritario (adottate purtroppo spesso anche su tematiche relative alla pace) impediscono lo sviluppo di un pensiero autonomo e non tengono conto di chi si ha di fronte, ignorandone bisogni e desideri.
La sfida era dimostrare che, viceversa, si può educare alla pace affrontando qualsiasi argomento quando al centro si mette la persona nella sua interezza di corpo, affettività e pensiero.

Da queste premesse nell’ottobre 2023 è cominciata l’avventura della Scuola di Pace che, nel suo primo anno, ha visto Monica Lanfranco e Raffaele Mantegazza gestire cinque incontri incentrati su Il linguaggio e la comunicazione e La gestione dei conflitti. L’idea che ha sotteso i lavori è stata la frase di Amrita Pritam: «Pace non è solo assenza di guerra, ma è dove la vita fiorisce».
Il gruppo di lavoro, costituito da una trentina di persone di diverse età e professioni, ha partecipato con molta disponibilità ed entusiasmo e ha contribuito alla programmazione della prosecuzione nell’anno successivo.
Nel 2024-25 la frase conduttrice è stata: «Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere» di Christa Wolf e i lavori sono stati articolati in due parti. I primi tre incontri in collaborazione con la Casa della Pace di Milano, sono stati gestiti da Mercedes Mas Solé su Trasformazione dei conflitti e comunicazione nonviolenta. La seconda parte è stata dedicata al Decolonizzare le menti con Rahel Sereke e Rachele Borghi e ha previsto un ultimo incontro incentrato sulle opportunità che i linguaggi artistici possono fornire nel campo dell’educazione alla pace. In particolare sono stati proposti il linguaggio fotografico da Alle Bonicalzi e il linguaggio musicale da Mariateresa Lietti.
L’interesse mostrato dal gruppo, soprattutto per l’aspetto musicale, ha portato alla decisione di proseguire questo argomento nell’anno successivo.
Nel 2025-26, sostenuti dalla frase «Non c’è via per la Pace, la Pace è la via» di Thich Nhat Hanh , a fianco di tematiche quali Pregiudizi, stereotipi e altre bestie feroci (tre incontri con Mercedes Mas Solé), Azioni e relazioni per la crescita di una cultura di pace (un incontro Martina Pignatti), La comunicazione nonviolenta: non un metodo ma una diversa visione (un incontro con Marco Bertaglia) si è quindi aggiunto un incontro su: Suoni di pace: risonanze e armonie per superare i conflitti, condotto da Roberta Pestalozza e Luca Dalmasso.

L’incontro, scaturito dalle riflessioni di un gruppo di lavoro che si è nel frattempo costituito in collaborazione col Centro Studi Maurizio Di Benedetto, ha avuto alla base la convinzione che la musica può offrire interessanti spunti per creare una cultura di pace perché richiede ascolto attento di sé, degli altri e dell’ambiente; perché è possibile far dialogare tra loro musiche che appaiono lontanissime, trovando dei terreni comuni in cui si valorizzano le loro diversità e si rafforzano a vicenda, senza sopraffarsi o escludersi; perché coinvolge profondamente tutta la persona nella sua interezza di emozione, corpo e mente; perché richiede tempo, spazio, profondità, relazione, realizzando pienamente l’auspicio di Alexander Langher – grande intellettuale e pacifista – che riferendosi alle parole del barone De Coubertain, assunte come motto delle olimpiadi, dice: « Citius più veloce, Altius più alto, Fortius più forte: queste parole sono la quintessenza della nostra civiltà: sforzatevi di essere più veloci, di arrivare più in alto e di essere più forti. Io vi propongo Lentius più lento, Profundius più in profondità e Soavius più dolcemente. Con questo motto non si vince nessuna battaglia frontale, però si ha il fiato più lungo»[1].
E tutto questo è risultato evidente nel corso dell’incontro all’interno del quale le persone partecipanti hanno accolto con disponibilità le attività proposte, mettendosi in gioco con entusiasmo ed energia e manifestando, anche successivamente, la volontà di una prosecuzione delle attività.

La proposta di Luca Dalmasso

L’inizio del percorso è stato camminare insieme[2]:
La camminata lenta è una forma di meditazione.
Camminare è un linguaggio che acquieta l’anima, che dà ordine e direzione ai bagliori della mente. Camminando siamo nel mondo, ci troviamo in un dato spazio particolare che il nostro camminarvi dentro trasforma in un luogo, una dimora, un territorio, un dato posto dove stiamo abitando, con un nome. […] in una città che non offra da camminare non è forse una città incapace di offrire alla mente una dimora? Cammina al ritmo più lento che tu riesca ad immaginare. Poi rallenta ancora un po’.
Camminare è una delle azioni più istintive per noi esseri umani, raramente pensiamo a come e perché lo stiamo facendo, maciniamo nel corso della vita un numero esorbitante di passi senza quasi rendercene conto. Allo stesso tempo ognuna di queste camminate è diversa dall’altra: si cammina da soli, per mano, in gruppo; in silenzio, parlando o cantando; lentamente, a passo svelto o marciando; si cammina durante una manifestazione per la pace o nelle fila di un esercito.
All’interno del laboratorio il primo step è stato camminare molto lentamente, seguendo un beat di metronomo a 40, andatura a cui non siamo abituati e che di per sé destabilizza. Abbiamo cercato la camminata più neutra e fluida possibile e iniziato ad interagire con gli altri con lo sguardo.
Poi ogni partecipante, sempre mantenendo l’andatura, ha iniziato a pensare a tre suoni/musiche collegate alla pace/non-violenza e a tre collegati alla guerra/violenza.
Ognuno, su delle circonferenze di cartone con l’emblema della pace formato da tre settori uguali, ha scritto i suoni e/o le musiche scelte che definivano il proprio concetto di pace. Dall’altra parte della medaglia abbiamo replicato la proposta scrivendo suoni/musiche di guerra.
A questo punto i partecipanti hanno iniziato a condividere la camminata, tenendosi per mano, provando ad unirsi e trovarsi secondo i suoni simili/uguali e/o diversi/opposti scritti sulle medaglie. Si camminava insieme sul beat e quando esso terminava ci si fermava a coppie e si sperimentavano liberamente i suoni scritti sulle medaglie, inizialmente utilizzando esclusivamente la voce e cercando una traduzione vocale. In breve tempo il gruppo ha inserito spontaneamente altri tipi di suoni, principalmente di tipo persuasivo.
Poi il beat ripartiva e ci si scambiava di coppie, continuando le esplorazioni sonore al nuovo stop. Le medaglie erano visibili, ognuno poteva improvvisare utilizzando i suoni scritti sulla propria medaglia o su quella del compagno.
Nelle prime fasi ogni ripartenza si girava la medaglia alternando musiche di pace a musiche di guerra.
La stessa esperienza è stata poi sperimentata a gruppi di quattro. Progressivamente è stata lasciata libertà ai partecipanti di utilizzare a piacimento uno o l’altro lato della medaglia.
I suoni di pace e guerra hanno iniziato dunque a miscelarsi.
Infine siamo arrivati a creare due gruppi in movimento. Durante la sosta e l’improvvisazione sonora uno di essi rappresentava esclusivamente la pace e utilizzava i suoni di quella faccia, l’altro la guerra.
Abbiamo cercato di creare un primo dialogo tra i due gruppi, di far dialogare guerra e pace, di ascoltarci.
Abbiamo concluso con un’ultima camminata improvvisata in cui ognuno era libero di procedere individualmente o unirsi ad altri e di utilizzare a piacimento suoni di pace/nonviolenza o guerra/violenza. A questo punto le circonferenze, spunto iniziale di partenza, erano diventate quasi superflue, ognuno aveva aggiunto altri suoni e procedeva liberamente all’interno del tema di riferimento. Chi voleva poteva tradurre i suoni utilizzando uno strumento, un oggetto o qualsiasi dispositivo sonoro presente nello spazio.

Abbiamo parlato della possibilità e dell’importanza di “uscire” dall’improvvisazione, di fermarsi, di non intervenire concretamente ma di ascoltare, di valorizzare il silenzio.
Siamo partiti dal silenzio e cercato un finale comune e condiviso senza deciderlo prima, tornando al silenzio.
Durante il percorso talvolta sono state utilizzate musiche ambientali di sottofondo molto neutre per sostenere e facilitare la pratica improvvisata e garantire un tappeto sonoro al discorso musicale in creazione.

La proposta di Roberta Pestalozza

L’esperienza della camminata e delle improvvisazioni sonore sui suoni di pace e di guerra, nella seconda parte del laboratorio ha promosso forme di ricerca-azione collettiva. Un percorso che fin dall’inizio ha coinvolto ogni soggetto a partire dalla propria idea intorno al concetto di pace, interrogando proprio l’emblema della pace, quel simbolo molto conosciuto formato da tre parti uguali.
Cos’è la pace? “La pace è composta da tre elementi uguali ed essenziali. Ignorare uno qualunque ne deforma inevitabilmente l’essenza”[3]. Così Panikkar in Pace e disarmo culturale si interroga a partire da una rivoluzione interiore per vincere l’inerzia e accettare di guardare la realtà da un altro punto di vista e per permettere la formulazione di domande differenti. La pace è un desiderio e sorge quando ci rendiamo conto che non bastiamo a noi stessi, ma possiamo imparare qualcosa dagli altri mettendo in comune le nostre esperienze.
La proposta si ispira all’idea di Music for community. Una pratica che si fa stile e che intende aprire spazi di partecipazione e di sensibilità all’ascolto, cercando di promuovere azioni e relazioni in grado di favorire condizioni di espressione e dialogo.
L’idea di fondo intreccia dinamiche dell’invenzione musicale con alcune suggestioni provenienti dalla Philosophy for Children/Community.[4] Il musicista, la musicista viene inteso/a come una facilitatrice-facilitatore capace di creare le migliori condizioni per avvicinare l’esperienza dell’ascolto a partire dall’ambiente acustico e dai paesaggi interiori sollecitati dal suono e dalle musiche. L’organizzazione in sottogruppi segue le caratteristiche della comunità di ricerca sonora che trae alcuni spunti dal curriculo Lipman-Sharp[5]. Riporto qui di seguito le fasi che hanno caratterizzato l’esperienza proposta.

Scegliere: in questa fase, i partecipanti sono stati invitati ad organizzarsi in sottogruppi e a scegliere tra testi, poesie fotografie, immagini e strumenti musicali i materiali per iniziare la propria ri-creazione.
Ri-creare: ogni sottogruppo, a partire dai materiali scelti, ha cercato condotte e modalità per un’opera collettiva. In questa fase la facilitatrice ha avuto il compito di promuovere l’autodeterminazione del gruppo creando le migliori condizioni di ascolto e di risonanza[6]. Condurre, orientare e dare spazio alle diversità, un messaggio forse un antidoto verso condotte prevaricanti.
Rap-presentare: ogni sottogruppo ha presentato alla comunità la propria elaborazione artistica, espressione non solo di un valore in sé, ma possibile traccia artistica per progettare nuove geografie relazionali a partire dal tema del laboratorio sulla pace e la gestione dei conflitti.
Domandare: ogni persona è stata invitata a formulare domande sulle elaborazioni artistiche proposte da ciascun sottogruppo.
Agenda e mappa collettiva condivisione delle domande raccolte in un cartellone; un invito per ogni singolo partecipante alla realizzazione di una mappa capace di aprire ulteriori riflessioni e orizzonti di ricerca.

La mappa collettiva

Le domande dell’agenda trascritte nel cartellone sono qui raccolte con il nome di chi ha posto il quesito; un momento particolare dell’attività dove ciascuno può so-stare nel dubbio senza malessere e assumersi la responsabilità delle proprie idee sulle scelte musicali e poetiche.

Isabella: Era intenzionale il contrasto tra suono forte e la parte poetica finale?
Giovanna: La meraviglia accompagna sia i suoni di pace che i suoni di guerra?
Azzurra: È stato più facile trovare una coesione poetica nella prima parte o nella seconda parte?
Cristina: È attraverso lo stridore che si raggiunge l’armonia?
Alle: In che proporzione eravate un corpo unico o singoli individui?
Monica: Quanto vi siete sentite sacerdotesse?
Mariateresa: Vi piaceva quando lo stavate facendo?
Lilli: Rispetto a quello che avete letto, avreste voluto integrare altro di personale?
Beatrice: Quanto ha influenzato la musica sulle parole scelte e viceversa?
Isabella: Il valore della musica è più forte del valore della parola e delle immagini?Quanto avete lavorato singolarmente e quanto come gruppo?
Non identificato: C’era una relazione tra le parole “positive” (speranza-meraviglia-pazienza) e la gestualità sempre più ampia?
Non identificato: La scelta della parola bandiera quale senso aveva?

Alla fine della condivisione delle domande attorno al cartellone è stato proposto un momento corale a voci riunite.

Coro finale

Il laboratorio si è concluso in modo corale sulle note di Ritornelli di pace. La melodia The prayer of the mothers è stata da composta dalla musicista Yael Deckelbaum e Lubna Salame, Miriam Toukan. La canzone la Preghiera delle Madri, nasce come risultato di un’alleanza fatta tra la cantautrice Yael Deckelbaum e un gruppo di donne coraggiose che guidano il movimento “Women Wage Peace”. Il movimento emerse in estate 2014 durante l’escalation di violenza tra Israele e Palestinesi e l’operazione militare “Tzuk Eitan”. Il 4 ottobre 2016, le donne ebree e arabe hanno dato il via al progetto “Marcia della Speranza”, migliaia di donne hanno marciato dal nord di Israele a Gerusalemme per la pace. Una mobilitazione che ha raggiunto il picco il 19 ottobre in una marcia di 4.000 donne palestinesi e israeliane a Qasr el Yahud (a Nord del Mar Morto), in una preghiera comune per la pace. Una melodia come risonanza al genocidio di Gaza. Il testo è stato da me ridotto nelle lingue più presenti nella scuola Secondaria Meda Ferrarin di Milano dove lavoro: italiano, inglese, arabo, francese e spagnolo.

Dal nord al sud
dall’ovest fino all’est,
ascolta la preghiera delle madri,
porta la pace,
porta la pace.

From the north to the south,
from the west to the east
hear the prayer, of the mothers
bring them peace,
bring them peace.

Min al shamal
ila janub
min al gharb
ila al sharq
ismau salat al ummahat
assalem/assalem.

Du nord ou sud
d’ouest en est
écoute la prière des mères
apporte la paix
apporte la paix.

Del norte al sur,
d’oeste a este
escucha la oranciòn de las madres
traes la paz,
traes la paz. 

In allegato la partitura del brano
NOTE

[1] Alexander Langer, Il viaggiatore leggero, Sellerio, Palermo, 1996, p. 329.
[2]  P. Oliveros in Strobino, E. L’ascolto dell’ascolto, appunti su Pauline Oliveros. musicheria.net
[3] R. Panikkar, Pace e disarmo culturale, Rizzoli, Milano 2003, p. 102.
[4] In riferimento agli approfondimenti relativi alla Philosophy for children-community si consulti S. Bevilacqua, P. Casarin [a cura di] Propositi di filosofia n° 1, Mimesi edizioni, Milano-Udine 2021.
[5] Ecco alcuni passaggi presenti nel curricolo Lipman-Sharp che vale la pena esplicitare per comprendere a quale orizzonte di riferimento ci siamo ispirati per introdurre l’idea di Music for community a) Cura dello spazio, propone una disposizione circolare al fine di permettere un registro di espressione colloquiale. b) Esercizio di preparazione e riscaldamento. Si tratta di un’attività finalizzata a creare le migliori condizioni ambientali per procedere all’esercizio di pensiero c) Letture del testo pretesto. Una fase importante perché offre alla comunità di ricerca il materiale su cui iniziare un percorso di indagine e poi ancora di dialogo. d) L’agenda o formulazione delle domande. Una volta formulate le domande vengono trascritte sul cartellone o sull’agenda mobile.
[6] In merito al concetto di Risonanza si consulti H. Rosa, Pedagogia della risonanza, Scholé, Brescia 2020.

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